I DEMONI ACQUATICI: KELPIE ED EACH-UISGE

La leggenda vuole che celati nelle acque profonde e fredde dei Loch scozzesi, si nascondano degli esseri fatati e malvagi, nati anticamente dal folklore celtico, ghiotti di carne umana: si tratta dei Kelpies e dell’Each Uisge, conosciuti come “cavalli d’acqua”, demoni acquatici che si differenziano tra loro solo per il fatto di vivere nei fiumi i primi, e di preferire le acque ferme dei laghi e dei mari il secondo. Each_Uisge_by_hypothetic_realist

Generalmente un kelpie o un Each Uisge si presenta sottoforma di un bellissimo cavallo nero, e vaga sulle rive dei Loch finchè qualche incauto passante non gli sale in groppa. La creatura comincia allora a galoppare velocemente verso le acque profonde, inabissandosi con il povero malcapitato, poiché sembra sia impossibile scendervi una volta che ci si è saliti. L’unico modo per domare un Kelpie o un Each Uisge è entrare in possesso delle sue briglie: chi ci riuscirà, avrà il cavallo d’acqua sotto il proprio controllo per sempre. Secondo la tradizione, il clan MacGregor, che risiedeva sulle rive del Loch Slochd, riuscì a difendersi, generazione dopo generazione, proprio grazie a questo metodo. Si dice che se, inseguiti da un Each-Uisge, si attraversa un fiume, il demone non potrà più seguirci poiché esso non può attraversare un corso d’acqua dolce.

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I Kelpie, rappresentati sottoforma di sculture in acciaio che si trovano nei pressi di Falkirk

A volte il cavallo d’acqua può anche mutare forma, prendendo le sembianze di bellissimi giovanotti o di splendide fanciulle. Lo scopo è di ingannare gli incauti viandanti, infondendo in loro un senso di fiducia e conducendoli verso il loro terribile destino sul fondo del lago. Purtroppo, le povere vittime si accorgono sempre troppo tardi della vera natura dell’Essere che si trovano davanti.

Oltre che alle acque scozzesi ed Irlandesi, i kelpie si trovano anche nel folklore scandinavo, dove sono noti con il nome di Bäckahästen (il cavallo di fiume), e nell’Isola di Man, conosciuti come Alastyn.

Ecco la leggenda di Morag e il cavallo d’acqua: tra tutte quelle sui demoni acquatici è quella che ho preferito. Buona lettura!

Seguendo una tradizione che si perde nella notte dei tempi, all’inizio di ogni estate, quando il verde delle felci diventa più intenso, i pastori delle Highlands portano il loro bestiame sui pascoli delle colline. Sui pendii dell’alpe riaprono i rifugi estivi, che nella loro lingua vengono detti shielings, e in quei semplici ricoveri trascorrono i mesi della bella stagione fino almomento di fare ritorno alle fattorie nel fondo valle. Ai tempi della nostra storia, un pastore di nome Donald MacGregor viveva nel suo capanno estivo costruito su un solitario declivio affacciato su un lago. Il piccolo capanno bianco si stagliava nitido in mezzo all’erica, e la vegetazione rigogliosa delle alture circostanti costituiva un ottimo foraggio per il bestiame.

Molti dei suoi compaesani, però, non condividevano affatto la scelta del luogo dove Donald Mac Gregor aveva costruito il suo capanno, e lo accusavano di una grave imprudenza. Nessuno di loro, dall’ora del crepuscolo in poi, avrebbe osato percorrere il sentiero che conduceva al suo shieling: a tutti era noto che nelle profonde acque del grande lago si nascondeva un mostro orribile che cercava le sue prede proprio lungo i crinali di quelle colline. L’essere orrendo che viveva nelle acque del lago era un Cavallo d’Acqua che gli abitanti delle Highlands conoscevano con il nome gaelico di Each-Uisge.
Nessuno avrebbe potuto tuttavia descrivere l’aspetto del mostro. Coloro che avevano avuto l’ardire di osservare l’orribile creatura durante una sua fugace apparizione, non erano riusciti a vivere il poco tempo necessario a raccontare ciò che avevano visto.
Ciò che si sapeva era che il mostro usciva dalle tenebrose acque del lago per risalire i pendii delle colline. Nel suo vagabondare, grazie ai suoi malefici poteri l’Each-Uisge era in grado di assumere le sembianze di qualsiasi creatura, come una vecchia grinzosa o una croberta-ravasio_01ornacchia dalle lucide penne nere, oppure una volpe rossiccia dagli occhi astuti. Giunto nei pressi della vittima riacquistava il suo orrido aspetto e balzava addosso alla preda, divorandola con la massima crudeltà.
Spaventevoli dicerie erano diffuse tra i pastori: si raccontava che il mostro fosse tutto nero e di dimensioni gigantesche, con due demoniache corna che spuntavano taglienti dalla testa deforme; e che, quando galoppava sulle colline tra le distese di erica, fosse capace di superare in velocità il vento stesso.
Donald MacGregor bene conosceva quei racconti e, quel che è peggio, sapeva pure che ogni estate l’Each-Uisge sembrava reclamare nuove vittime innocenti. I compaesani tentarono comunque di convincerlo, poiché mantenere il capanno così vicino al lago era molto pericoloso, a spostare il suo rifugio dall’altra parte del torrente che scorreva a poca distanza. Era infatti noto un Each-Uisge non può attraversare un corso d’acqua dolce e che, quindi, tutta la parte delle colline oltre il torrente si poteva considerare sicura.

Gli avvenimenti che seguirono lo obbligarono purtroppo a rimangiarsi le parole scherzose o addirittura beffarde con cui aveva respinto gli avvertimenti che i pastori gli avevano rivolto.
Donald aveva una giovane figlia di nome Morag, che amava moltissimo. Tutti gli anni Morag accompagnava il padre nella dimora estiva e trascorreva le giornate, dal mattino fino al tramonto, sulla soglia della casupola lavorando all’arcolaio. Quando il sole iniziava a calare dietro la collina e le ombre si infittivano lungo il pendio digradante sul lago, la ragazza scendeva, tra le ombre sfumate dell’erica, per radunare il bestiame. Camminando scalza nell’erba, per farsi coraggio Morag pensava a quello che il padre le aveva sempre raccomandato: non temere nulla, che non ci sono ragioni per avere paura!
Ciononostante la giovane non poteva evitare un brivido d’ansietà quando, raggiunta la riva, occhieggiava le ombre fuggenti che le piante di sorbo rosso disegnavano sugli argini del lago. Ma i timori cessavano presto. Morag era sempre ritornata al capanno senza che niente le fosse accaduto. Allo spuntar del giorno, la luce del sole spazzava via le residue fantasie notturne e la ragazza riprendeva il suo lavoro all’arcolaio facendosi compagnia con gioiose canzoni.

illustrazione di Attilio Palumbo

Una nitida e luminosa mattinata, mentre stava facendo girare la spola cantando spensieratamente, una sagoma scura si interpose tra lei e la luce del sole procurandole uno spavento che le strozzò la voce in gola.

Morag sollevò lo sguardo e vide di fronte a sé un giovane, che con voce suadente cercò di tranquillizzarla: “Scusami, non volevo spaventarti!” disse.
Il giovane era alto e di bell’aspetto; le larghe spalle davano un’impressione di forza. Eppure c’era in lui qualcosa di strano. Forse per via dell’acqua che sgocciolava abbondantemente dai suoi capelli e dai suoi vestiti neri.
“Come mai sei così bagnato quando in cielo non c’è neppure una nuvola?” gli chiese Morag.

“Sono scivolato in un fosso mentre camminavo sulla cresta della collina” rispose con prontezza il giovane. “Ma il calore del sole mi asciugherà presto.”
Mentre Morag riprendeva il suo lavoro all’arcolaio, il giovane si sedette accanto a lei, all’ingresso del capanno, cercando di avviare la conversazione con parole gentili. La ragazza, però, non si sentiva tranquilla e, pur ostentando una calma imperturbabile, era combattuta tra due pensieri: da un lato era affascinata dai modi seducenti del giovane, ma c’era qualcosa, in quella presenza, che la respingeva.
I tiepidi raggi del primo sole, intanto, erano arrivati a illuminare la soglia di casa. Il giovane piegò il capo verso la lama di luce passandosi una mano tra i capelli bagnati e scomposti. Morag, tenendo fede al suo animo gentile, gli disse: “Appoggia la testa sul mio grembo e lascia che metta ordine tra i tuoi capelli.” E prese delicatamente a pettinargli i lucidi riccioli neri.
Aveva appena iniziato che la sua mano si arrestò a mezz’aria, impietrita dal terrore: i denti del pettine si erano riempiti di granelli di sabbia e di minuscoli frammenti di alghe. Morag conosceva bene quella sabbia e quelle alghe perché spesso le aveva viste tra le maglie delle reti che suo padre usava per la pesca nel lago ai piedi della collina. Si trattava senz’altro delle liobbagach an locha, le atumblr_m8q41aasry1rcmhigo1_500lghe del lago; le riconosceva nei filamenti attorcigliati tra i capelli dell’uomo… ma chi era davvero quella minacciosa creatura?
Morag finalmente comprese: non si trattava affatto di un uomo ma dell’Each-Uisge in persona che, uscito dal suo regno oscuro nelle profondità del lago, si era trasformato in un giovane di bell’aspetto per trascinarla, con lusinghe ingannevoli, a una fine orrenda.
Gli sguardi della ragazza e del mostro in sembianze umane si incrociarono per un istante: negli occhi della fanciulla era visibile il terrore. Con uno scarto improvviso, Morag allontanò da sé la testa del giovane e, rovesciando a terra scanno e arcolaio, si precipitò lungo la discesa della collina, sospinta da una folle paura.
Un’ombra torbida e cupa dapprima offuscò e poi spense completamente la luce del sole, distendendosi alle sue spalle. Ma Morag fu più veloce e fortunata di altri sventurati innocenti che l’Each-Uisge aveva scelto come vittime: prima che l’orrida ombra del mostro riuscisse a sfiorarla raggiunse il torrente che scorreva lungo il pendio della collina e lo attraversò con un gran balzo, e quando si trovò sull’altra sponda, fu al sicuro. Dopo quella tragedia mancata, nessun essere umano osò mai più oltrepassare il sentiero che conduceva alla bianca casupola sopra il lago. Lo stesso Donald MacGregor, sconvolto per il rischio corso dalla sua amatissima figlia, sconfessò pubblicamente tutte le scettiche affermazioni a proposito dell’Each-Uisge.
E ancora oggi, chi si avventura su quelle colline può scorgere, affioranti tra le felci, le rovine del rifugio di Donald e Morag.

(Da: Fiabe celtiche. Gnomi, folletti, fate: storie del Piccolo Popolo, a cura di Francesco Fornaciai)

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