Fairy Pools, le piscine delle fate

Leggendo il blog vi sarete di certo accorti della quantità enorme di luoghi che gli scozzesi ritengono magici, fatati. Uno di questi posti incantati si trova sull’Isola di Skye e sono le cosiddette Fairy Pools, le piscine delle fate. Visitando questo angolo di Scozia si può comprendere pienamente il perchè di queste strane credenze soprannaturali: lungo il corso del fiume Brittle, che scorre in una valle circondata dalle montagne a sud di Portee, poco distante dalla Talisker Bay, si è creata una serie di piccoli laghetti, di piscine naturali, caratterizzate dall’incredibile trasparenza dell’acqua, così pura e cristallina da apparire adirittura azzurra.

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Fairy Pools

Inutile spiegare perchè si creda che lungo questo fiume vivano le fate: il luogo è davvero magico, con il fiume che si insinua nella valle creando anse, cascatelle, piccole pozze rotonde e perfette, ai piedi dei nebbiosi monti Black Cuillins, dove il fiume Brittle ha origine. Vi sembreranno tutte una più bella dell’altra e vi fermerete ogni due passi per scattare qualche fotografia. Ovviamente il posto dà il meglio di sè con il sole, ma noi l’abbiamo apprezzato comunque, nonostante la giornata grigia, ventosa e gelida.

Il percorso fa parte di un’escursione ad anello che parte da un parcheggio comodamente accessibile a lato della strda che da Carbost conduce a Glenbrittle. L’intero percorso è lungo e faticoso, ma ci si può limitare a seguire il sentiero sterrato che scende ripido verso la valle e che si snoda lungo il corso del fiume. Fate attenzione poichè nelle giornate di pioggia il sentiero diventa fangoso e scivoloso, vi consiglio (se non ci avete già pensato da soli!) di indossare un bel paio di scaroponcini per affrontare al meglio la camminata. Impossibile perdersi, seguendo il corso d’acqua incontrerete la prima pool dopo circa 10 minuti di cammino. L’escursione (andata e ritorno dallo stesso sentiero) fino alle ultime pools lungo il fiume, dura circa una quarantina di minuti.

In estate qui potete trovare persone che fanno il bagno, ovviamente attrezzate con una muta da sub per sopportare meglio la gelida temperatura dell’acqua. In effetti queste deliziose piscine invitano ad un bagno, o magari ad un bel tuffo da una delle rocce circostanti: la più alta misura addirittura 10 metri ed è una vera prova di coraggio per i temerari che decidono di fare un bagno in questo luogo fatato. Non preoccupatevi però: anche senza immergervi, le fairy pools vi stregheranno con la loro bellezza e naturalezza e vi sentirete anche voi parte di un mondo magico ed incantato!

Gli Elfi e le fate di Aberfoyle

Aberfoyle è un piccolo paesino nel Loch Lomond and the Trossachs National Park, poco distante da Glasgow. Un piccolo villaggio scozzese come tanti altri, tranquillo e anonimo,  ma che grazie all’interessamento e al talento dello scrittore nazionale Walter Scott  si è radicato profondamente nel panorama turistico della Scozia. Sono tre i fattori che hanno fatto crescere la popolarità di Aberfoyle e, tutti e tre, sono da ricollegarsi proprio a Scott. Col suo romanzo “La donna del lago” edito nel 181o, in cui il poeta lodava la bellezza del Loch Katrine, un lago poco distante dal villaggio e secondo molti il più bello dell’intera Scozia, Aberfoyle iniziò a venir presa d’assalto dai visitatori. In un altro libro di Scott,  uscito nel 1817, ri rispolveravano e rendevano celebri le imprese dell’eroe Rob Roy MacGregor, nato e vissuto a poca distanza dal villaggio e molto amato dagli scozzesi. Infine c’è anche qualcosa che in pochi conoscono, che concerne il misterioso mondo delle fate e che, ancora un volta, ha a che fare con Walter Scott: nel 1815 lo scrittore scozzese finanziò e pubblicò un estratto di un misterioso trattato che risaliva alla fine del XVII secolo, opera di un tale Reverendo Robert Kirk, dal titolo ““The Secret Commonwealth of Elves, Fauns & Fairies”, ovvero La repubblica segreta di Elfi, Fauni e Fate.

Foto 3 (Loch Katrine)
Loch Katrine

Robert Kirk, settimo figlio del Pastore di Aberfoyle, nacque nel piccolo paesino delle Highland nel 1644. Seguì un corso di studi di buon livello, frequentando prima l’High School a Dundee e poi ad Edimburgo, dove divenne Maestro d’arte nel 1661. Successivamente si diede allo studio della teologia presso l’Università di Saint Andrews laureandosi Doctor of Divinity, prima di ritornare nella sua terra natia. Per venti anni fu Ministro della Chiesa Episcopale a Balquhidder, non lontano da Aberfoyle,  dove infne tornò alla morte del padre per prendere il suo posto come Pastore. Robert ebbe due mogli (la prima moglie morì giovane) con le quali generò tre figli. Nonostante la sua fervida fede, si dimostrò sempre profondamente affascinato dal mondo delle fate e delle creature fantastiche che avevano popolato le leggende scozzesi fin dall’antichità.

Le due più grandi imprese letterarie di Robert furono la prima traduzione della Bibbia in Gaelico e la stesura del già citato “The Secret Commonwealth of Elves, Fauns, and Fairies”, terminato nel 1691 ma poi messo da parte (e rispolverato, come abbiamo visto, da Walter Scott più di 100 anni più tardi). Nella sua opera Kirk delineò un ritratto a tutto tondo del mondo dei fairies, delle fate, approfondendo moltissimi argomenti che andavano dalle loro abitudini alla loro dieta alimentare. Il piccolo popolo, come era chiamato nelle leggende il mondo degli esseri fatati, era molto importante per la cultura gaelica dell’epoca, che traeva le sue origini nel mondo celtico, e fortemente tenuto in considerazione. Si credeva fosse un mondo a sè stante, separato da quello degli umani da un leggero velo che, ogni tanto, poteva essere superato e così i due mondi venivano in contatto e si venivano a creare situazioni quantomeno misteriose e discusse. Un mondo che si spinge a tratti verso l’occulto ed è per questo che lo stesso Reverendo Kirk con la sua opera si pose come obiettivo principale quello di dissipare pregiudizi e confermare l’effettiva esistenza del mondo fatato.

Walter Scott
Ritratto di Sir Walter Scott e la copetina dell’opera scritta dal Reverendo Kirk

Il Reverendo Kirk iniziò così una lunga opera di raccolta di informazioni e soprattutto di testimonianze di persone che affermavano di essere venute in contatto con i fairies e dei cossiddetti “seer”, persone con il done della “seconda vista”. Qualcuno affermava addirittura di essere stato rapito dalle fate e si trattava nella maggior parte dei casi di donne (spesso incinte) o di bambini. La gente di Aberfoyle non prese bene l’intento del Reverendo, convinta che tali argomenti dovessero essere tenuti nascosti, il piccolo popolo non disturbato ed ignorato ed in molti affermavano che le fate si sarebbero vendicate su chi diffondeva così alla leggera i loro segreti più nascosti. Eppure Robert continuava le sue richerche con curiosità ed entusiasmo, e continuò per molti anni ancora finchè ahimè, ad opera terminata e pronta per la pubblicazione, lo scrittore venne meno. Kirk era solito recarsi spesso in in luogo che, tra la gente del posto, era considerato incantato. Doon Hill (conosciuta anche come Fairy Knowe o Dun Sithean) è una collina che si raggiunge facilmente con una passeggiata da Aberfoyle ed era anche il posto preferito da Robert per svolgere le sue ricerche. Pare che il Reverendo si recasse là quasi tutti i giorni, mettendosi in ascolto e attendendo che qualche fata si mostrasse alla sua vista; qualcuno sostiene che effettivamente Kirk riuscì a mettersi in contatto i fairies proprio in questo luogo.

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Doon Hill: ancora oggi si crede che il luogo sia abitato dai fairies (fonte)

Il 14 maggio 1692 dunque il Reverendo Robert Kirk uscì dalla canonica per la sua consueta passeggiata. Mentre stava camminando proprio a Doon Hill, venne colpito da quello che sembrò un ictus e morì, il corpo ritrovato più tardi dai suoi parrocchiani. Ma da una vita spesa a rincorrere misteri e leggende, non ci si può certo aspettare una morte così “normale”: subito si diffusero ipotesi di ogni tipo sulla morte del Reverendo che, ovviamente, coinvolgevano il mondo delle fate. Alcuni sostenevano che furono proprio le fate, furiose per i loro segreti rivelati al mondo degli umani, a vendicarsi uccidendo Robert e portando la sua anima nel loro regno sotteraneo, intrappolata per sempre nel Minister’s Pine, l’unico sempreverde presente sulla collina e tutt’oggi tenuto in grande considerazione (vedi foto sopra). Altri affermavano che il Reverendo non fosse affatto morto e che per simulare il peso del suo corpo nella bara fossero stati messi dei grossi sassi. Ancora, pare che alla moglie di Kirk fosse stata data la possibilità di liberare il marito dal mondo delle fate: le fu detto che Robert sarebbe apparso durante una cerimonia religiosa e che lei avrebbe dovuto scagliargli contro un pugnale, in questo modo sarebbe stato libero. Quando il fatto successe, la donna non riuscì a lanciare la lama e così il Reverendo rimase per sempre intrappolato con i fairies. Si diffusero voci, si forumularono ipostesi di ogni genere ma, ovviamente, non si venne mai a capo della misteriosa faccenda.

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Un’altra immagine di Doon Hill (fonte)

Cosa ne fu dell’opera di Robert, alla sua morte? Il manoscritto passò al figlio ma venne perso e non se ne seppe più nulla. 123 anni dopo ricomparse magicamente e fu consegnata a Sir Walter Scott, poeta e scrittore molto attratto dalle storie misteriose e romantiche delle Highland. Scott, che in quell’occasione era in visita ad Aberfoyle, ne rimase naturalmente affascinato e volle a tutti i costi pubblicarlo. Oggi Doon Hill è un luogo frequentato dai locali ma anche da numerosi visitatori che arrivano qui per lasciare omaggi, regali e bigliettini con richieste di ogni genere per le fate. Il tronco del Minister’s Pine è sommerso di ninnoli che ricordano, a distanza di secoli,  Robert Kirk ed il suo immane lavoro. Gli ammiratori del Reverendo non mancano poi di visitare la sua tomba, che si trova nella vecchia chiesa di Aberfoyle, ora non più in uso, dove riposa per sempre il “cappellano delle fate”.


Fonti:

CÙ SITH

Il cù sith è una creatura mitologica scozzese, anche se una figura simile esiste anche nel folklore irlandese ed in quello scozzese. Il suo aspetto è quello di un grosso cane da caccia, un oscuro segugio della stazza di un giovane bue e molto simile ad un lupo. Il suo pelo è ispido, il più delle volte nero o di color verde scuro (il verde è il colore attribuito a tutti gli abitanti del mondo fatato) anche se in alcune occasioni può essere bianco. I suoi occhi sono grandi e caratterizzati da un feroce luccichio. La sua lunga coda è arrotolata su se stessa oppure intrecciata mentre le sue zampe sono grandi quanto la mano di un uomo. La sua casa sono le rocce delle Highlands, ma vaga qua e là nelle desolate brughiere scozzesi.

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Il Cù Sith è sempre stato considerato come un messaggero di morte ed appariva per portare l’anima di una persona che stava morendo nell’aldilà, un po’ come faceva il Grim Reaper, analoga figura mitologica, o la Banshee nella cultura irlandese. Secondo la leggenda, il cù sith cacciava silenziosamente, eccetto che per tre terrificanti latrati che potevano essere sentiti a molte miglia di distanza. Chi riusciva ad ascoltare tutti e tre i latrati mantenendo la calma era al sicuro, mentre chi invece si lasciava sopraffare dal terrore rischiava la morte.

Quando l’abbaiare del Cù Sith veniva udito, gli uomini mettevano al sicuro de donne che stavano allattando i loro bambini perché si credeva che l’essere spettrale le avrebbe rapite per portarle nel mondo fatato, dove sarebbero state costrette ad allattare i figli delle fate.

Come tutti gli esseri fatati, anche il cù sith temeva gli oggetti di ferro ed il sale.

Di seguito, un estratto da “Superstitions of the Highlands and Islands of Scotland” di John Gregorson Campbell, pubblicato nel 1900:

“Un uomo, che stava passando dalle parti di Kennavara Hill, sull’isola di Tiree (Ebridi Interne), incontrò un grande cane nero che riposava sulla spiaggia. Osservandolo, si avvicinò, ma poi decise di cambiare strada per tornare alla sua casa. il giorno dopo l’uomo prese coraggio e si recò nuovamente sul luogo dell’incontro. Impresse sulla sabbia trovò le impronte di un cane, grosse quanto il palmo della propria mano, e decise di seguirle finché non scomparvero. Il cane aveva fatto perdere le proprie tracce ma l’uomo era sicuro che, data la sua stazza, non poteva assolutamente trattarsi di una creatura terrena.”

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BANSHEE

La Banshee, dal gaelico Bean Sidhe, essere mitologico di origini Irlandesi ma presente anche nelle leggende delle Highland, è uno spirito femminile visto come presagio di morte o come messaggero di un mondo ultraterreno. Nelle leggende la Banshee è una fata che inizia a piangere e a lamentarsi quando qualcuno che sta per morire ed è spesso legata ad una singola famiglia o Clan. Le prime testimonianze dell’esistenza di questo spirito risalgono al 1300 e, più recentemente, ci sono stati dei presunti avvistamenti addirittura nel 1948!

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Banshee

 

Tradizionalmente quando una persona moriva era compito delle donne cantare un lamento al funerale: esse venivano definite “keeners” e le migliori erano molto richieste ai riti funebri. Si trattava solitamente di donne anziane che venivano pagate per piangere accanto alla tomba del defunto. La leggenda vuole che per le grandi famiglie di tradizione Gaelica il lamento venisse cantato da una fata che, avendo il dono della preveggenza, avrebbe cantato nell’esatto momento in cui un membro della famiglia stava morendo, nelle vicinanze del suo luogo di nascita o residenza: il lamento della Banshee avvertiva per primo la famiglia della morte di un loro congiunto, anche se quest’ultimo si trovava lontano da casa. Secondo altre credenze la Banshee sarebbe apparsa prima della morte per avvertire la famiglia, con il suo lamento, del funesto evento. La comparsa di più spiriti stava ad indicare la morte di una persona importante o di un esponente religioso. È raro vedere una Banshee, poiché viene più che altro sentito il suo lamento: ella si avvicina alla dimora della persona che sta per morire verso sera, oppure al mattino presto, a volte un paio d’ore prima dell’evento, altre addirittura un intero giorno prima. Quando si allontana, perché vista da un essere umano, lo spirito produce un suono svolazzante, come di un uccello che batte le ali per volare. L’annuncio della morte imminente non era udito solo dai famigliari ma anche dagli amici: con questo avvertimento gli amici vicini e lontani sarebbero potuti accorrere al capezzale del morente per dirgli un ultimo addio.
A volte la Banshee era creduta un fantasma anziché una fata, e più nello specifico il fantasma di una donna morta assassinata o deceduta durante il parto. Era una donna piccola, vestita di bianco o di grigio, più raramente di rosso o marrone, e con lunghi capelli chiari (biondi, bianchi o castano dorato) che era solita pettinare con una spazzola d’argento. Ella poteva apparire con diverse sembianze: spesso come una brutta e spaventosa strega, altre volte come una bellissima donna dell’età che desiderava.
Nel 1437 il re scozzese James I fu avvicinato da una veggente irlandese, poi identificata come una Banshee, che gli predisse il suo assassinio per mano del Conte di Atholl.

Banshee
La Banshee

 

THE “BEAN-NIGHE”

La Bean Nighe scozzese (letteralmente la “lavandaia”) è una Banshee che viene solitamente avvistata dai viaggiatori nei pressi di laghetti o fiordi, mentre lava il sudario di una persona che sta per morire, cantando una nenia o piangendo. Lo spirito fatato confiderà il nome dello sfortunato che sta andando incontro alla morte e, se il viaggiatore avrà il coraggio di chiederlo, rivelerà anche il suo destino.

CAOINEAG

Caoineag (pronunciato più o meno cugnag) è il nome di uno spirito del tipo Banshee molto simile alla Bean Nighe. Letteralmente “la piagnona” la Caoineag vive nei pressi di cascate o corsi d’acqua e col suo pianto preannuncia la morte di qualcuno ma, a differenza della Bean Nighe, viene solo sentita e mai vista.

LA BANSHEE DI GLENCOE

Glencoe, 1692: trentotto persone tra uomini, donne e bambini vennero brutalmente massacrati (l’evento è conosciuto proprio come “il massacro del Glencoe”). Il macabro evento è da ricollegato alla richiesta fatta ai capi Clan, da parte di Re William III (Guglielmo d’Orange, usurpatore del trono di suo suocero), di giurare fedeltà alla corona dimostrando la propria lealtà nei suoi confronti. Sfortunatamente per i MacDonald di Glencoe, il loro clan chief Alasdair MacDonald partì troppo tardi da casa e, ahimè, arrivò alla presenza del re fuori dal tempo massimo consentitogli, ovvero il primo gennaio, con un ritardo di due giorni. Le autorità usarono questo ritardo come scusa per dare l’esempio del loro potere ai Clan. Alle forze governative stanziate a Fort William venne ordinato di ‘abbattersi sui ribelli, i MacDonald di Glencoe!’. Prima dell’attacco i soldati si presentarono al clan con fare amichevole, come se fossero solo dei visitatori pacifici ma poi, nelle prime ore del 23 febbraio 1962, irruppero nel villaggio uccidendo i membri del clan mentre dormivano. Alcuni riuscirono a scappare e a rifugiarsi sulle colline circostanti, ma il freddo dell’inverno scozzese non diede loro scampo. La leggenda vuole che la notte prima del tragico avvenimento alcuni membri del Clan MacDonald udirono il lamento della Banshee. Alcuni, sentendo il pianto trasportato dal vento e captando il cattivo presagio che esso recava, decisero di scappare salvandosi la

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Una Bean-nighe

Il FACHEN nella mitologia scozzese

Il Fachen è una creatura della mitologia scozzese ed irlandese dall’aspetto a dir poco mostruoso: ha infatti una sola gamba ed un solo braccio, con una criniera di piume nere, un ciuffo scuro in testa e, solitamente, una bocca enorme. La descrizione fisica del Fachen è molto varia e c’è chi afferma che abbia un occhio solo, o una cresta da gallo, oppure addirittura che abbia solo una metà del corpo. Pare che la più strana caratteristica del Fachen fosse il suo unico braccio che spunta proprio dal centro del torace. Si dice che il Fachen sia un essere talmente spaventoso da indurre attacchi di cuore alle persone che lo vedono e che possieda una tale forza nel suo unico braccio da poter distruggere un intero frutteto in una sola notte, armato solamente di una catena.

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John Francis Campbell, nella sua raccolta “Popular Tales of the West Highlands”, racconta di un Fachen di nome Nesnas Mhiccallain che fu sconfitto in un duello dal protagonista della storia, Murachadh Mac Brian, che divenne poi re d’Irlanda. Il Fachen è così descritto: “Ugly was the make of the Fachin; there was one hand out of the ridge of his chest, and one tuft out of the top of his head, it were easier to take a mountain from the root than to bend that tuft” (di brutte sembianze, con una mano che spuntava dal centro del suo torace, e un ciuffo così ispido sulla sommità del capo che sarebbe più semplice prendere una montagna per le sue radici, piuttosto che piegare quell ciuffo”). Nell’opera di Campbell il Fachen è chiamato anche Direach Ghlinn Eitidh, o the Dwarf of Glen Etive (il nano di Glen Etive).

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Alcuni ricercatori irlandesi suggeriscono che, mentre l’aspetto fisico del Fachen è puramente immaginario, alla base della sua leggenda ci sia invece l’avvistamento di una creatura reale; una teoria sostiene che si possa essere trattato di un Moa, un grande uccello incapace di volare originario della Nuova Zelanda, fuggito da un bastimento diretto in Irlanda. Una seconda teoria sostiene che la leggenda del Fachen abbia avuto inizio con gli avvistamenti di grandi uccelli predatori, anche se i fossili rinvenuti in Irlanda non supportano questa tesi. Al giorno d’oggi comunque si crede che la storia del Fachen sia pura mitologia.

SAMHAIN, verso l’inverno e l’oscurità

In un paese come la Scozia, nel quale storia e folklore si mescolano spesso, Halloween ha ancora oggi un significato molto importante e viene chiamato, in scozzese, Samhain (pronunciato più o meno ‘savuin’). Le sue origini sono da ricercare in un’antica festività pagana celtica che veniva celebrata tra il tramonto del 31 ottobre e quello dell’1 novembre in Scozia, Irlanda e Galles, e coincide secondo alcuni con il Capodanno Celtico. Questo periodo segnava la fine dell’estate e con essa la fine del raccolto e della metà più luminosa dell’anno, dando inizio a quella più oscura, l’inverno, che durava fino al mese di maggio, quando si celebrava nuovamente l’inizio dell’estate nel giorno di Beltane (o Beltain). Samhain e Beltane erano dunque le due feste più importanti per gli antiche celti e rappresentavano una transizione, un passaggio dal buio alla luce, dalla morte alla rinascita, racchiuse nel ripetersi del ciclo della vita e del tempo. Samhain coincideva con l’ultimo raccolto dell’anno, ed era usanza in quel periodo spostare le bestie dai pascoli alle stalle, fare le ultime vendite o scambi di bestiame e prodotti agricoli al mercato, saldare i debiti e riscuotere crediti ed interessi: si facevano scorte per il lungo e buio inverno, in attesa che ritornassero in fretta la primavera e poi l’estate.

Festeggiamenti per Samhain ad Edimburgo: le persone azzurre e colorate rappresentano l'estate, quelle vestite di scuro invece l'inverno.
Festeggiamenti per Samhain ad Edimburgo: le persone azzurre e colorate rappresentano l’estate, quelle vestite di scuro invece l’inverno.

Non c’è tradizione scozzese senza un po’ di sovrannaturale: i gaeli credevano che a Samhain il velo che separa questo mondo dall’oltretomba diventasse più sottile e si pensava possibile che i morti o le creature soprannaturali camminassero liberamente sulla terra, tra i vivi. A questo proposito, era usanza lasciare un posto libero a tavola, apparecchiato e con del cibo, per gli invisibili ospiti defunti che si sarebbero uniti alla famiglia per il pasto serale: le ore che precedevano la mezzanotte erano quelle in cui le anime dei morti sarebbero ritornate. Quest’usanza è diffusa ancora oggi in alcune zone della Scozia, dove la notte del 31 ottobre si lascia un po’ di cibo per i morti a tavola e si raccontano le storie dei propri antenati.

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Elemento importante durante la celebrazione di Samhain era il fuoco, che si riteneva avere poteri protettivi e purificatori e che veniva usato per molti rituali, coi quali si intendeva distruggere, bruciare, tutte le influenze negative. Si usava per esempio accendere due falò, uno accanto all’altro, e poi la gente, spesso con il proprio bestiame, ci passava in mezzo come per purificarsi. Le ossa degli animali macellati venivano gettate nei fuochi come rito propiziatorio. Dal falò principale acceso nei villaggi venivano accesi i fuochi di ogni casa, a simboleggiare il legame tra tutti gli abitanti. I fuochi erano anche collegati a rituali divinatori, per prevedere il futuro dei presenti, specialmente per quanto riguardava morte o matrimoni. A tale scopo si usava anche il cibo: un’antica usanza legata a Samhain era di sbucciare una mela in una striscia continua e di lanciare poi la buccia dietro le spalle: una volta atterrata, essa avrebbe rivelato l’iniziale del nome del futuro sposo/sposa. Un altro rituale divinatorio si faceva con le noci: una coppia fidanzata lanciava due noci nel focolare. Se le noci bruciavano rimanendo intere allora la coppia sarebbe rimasta unita, mentre se il guscio si rompeva tra le fiamme sarebbe successo il contrario.

Alcune usanze, antiche e moderne, per l'Halloween scozzese
Alcune usanze, antiche e moderne, per l’Halloween scozzese

Con la diffusione del cristianesimo Samhain non ha cessato di esistere ma il primo novembre è stato trasformato nel giorno di Ognissanti. Col tempo Samhain si è trasformato in All Hallows Eve, termine scozzese per indicare Halloween, diffusosi poi in tutto il mondo e soprattutto negli Stati Uniti, dove ha assunto le sue odierne forme macabre e molto commerciali.

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I CHANGELING

“Non chiamateci gnomi, ne’ fate. Non vogliamo più essere chiamati così. Una volta era la parola perfetta per designare una grande varietà di creature, ma oggi ha troppi significati […] Se volete darmi un nome, io sono come loro, un folletto. O meglio, sono un Changeling. Noi rubiamo i bambini e ne prendiamo il posto. Il folletto diventa bambino, e il bambino folletto…” (Keith Donohue, Il bambino che non era vero)

CHANGELING

Il Changeling, antica figura presente nella mitologia di molti paesi europei, era una creatura fantastica che anche in Scozia era molto temuta e diffusa. Si credeva che le fate, attratte dai bambini umani che erano belli e sani a differenza dei loro, spesso malati e deformi, avessero la terribile abitudine di scambiare i neonati: si prendevano il bambino umano lasciando nella culla un sostituto del loro mondo, il changeling. I genitori si ritrovavano così, al posto del loro figlioletto rubato dalle fate, un essere brutto, rugoso, dalla pelle avvizzita e verdastra e con capelli indomabili oppure, meno mostruosamente, con tratti facciali inusuali e labbra dalla forma strana. Il Chageling, oltre ad avere un aspetto raccapricciante, piangeva sempre, urlava, strillava, mangiava moltissimo ma soprattutto attirava la sfortuna sulla famiglia che lo accoglieva; molto impacciato nei movimenti, egli si distingueva dai bambini normali per la sua ottima capacità di suonare gli strumenti musicali e per la maggiore intelligenza. Questo aspetto dell’essere impacciato ma “più intelligente dei bambini normali” fa pensare che i bambini che si credeva essere stati scambiati potessero in realtà essere stati affetti da autismo.
Non tutti i bambini potevano essere rapiti dalle fate, che prediligevano quelli non ancora battezzati (e in questo caso il battessimo era visto come una salvezza) oppure troppo viziati e coccolati dai propri genitori: l’unico modo che la povera madre umana aveva per riavere indietro il proprio bambino era di accudire e curare il changeling, cosicchèle fate se lo sarebbero ripreso nuovamente. Purtroppo però ciò non accadeva quasi mai poiché i piccoli demoni, malaticci e cagionevoli, non sopravvivevano molto, solitamente al massimo due o tre anni. A quel punto, per la famiglia umana non c’erano più speranze ed i poveri genitori sapevano che il loro vero figlio sarebbe stato allevato per sempre nel mondo delle fate.

fate attorno alla culla changeling faeries legends scottish

C’erano una serie di rimedi e stratagemmi per costringere un changeling ad andarsene, così come per svelare la sua reale identità. La prova per capire di aver davanti proprio una di queste creature occorreva preparare una camomilla e versarla in un guscio d’uovo: a quel punto il mostruoso neonato avrebbe dovuto esclamare “in tanti anni della mia esistenza ne ho viste di cose, ma mai versare della camomilla in un guscio d’uovo” e poi tornare al suo mondo fatato, rimandando indietro il bambino rapito. Per scacciarlo invece era necessario costringerlo a dire la sua vera età (come nel caso di molte altre creature fatate, alle quali bisogna estorcere il vero nome per farle scappare) o fargli bere del thè fatto di digitale purpurea. C’erano anche una serie di cose che le neomamme erano invitate a fare come prevenzione contro gli scambi di bambini, come per esempio il mettere nei pressi delle culla degli oggetti di ferro, poiché le fate temono tale metallo, oppure un crocefisso benedetto sopra la culla; ancora, bruciare strisce di pelle nella stanza, dare da bere alla neomamma e al neonato latte di mucca alla quale era stata data da mangiare un’erba chiamata mota, accendere quante più luci possibili sulle finestre o accanto alle porte oppure non far uscire di casa la mamma ed il suo bambino. C’erano anche modi alquanto raccapriccianti per accertare la vera identità del bambino: un cesto veniva appeso ad un ramo di nocciolo sopra il fuoco, e in questo cesto veniva posto il sospetto changeling. Si attendeva, mentre le fiamme scaldavano il paniere, e se il bambino al suo interno avesse urlato di dolore allora sarebbe stato sicuramente un changeling. La maggior parte delle persone dell’epoca sapeva ben poco su ciò che poteva aver causato queste caratteristiche fisiche e questi strani comportamenti del loro bambino: condizioni genetiche, anomalie cromosomiche, malattie – tutto quello che avrebbe potuto dare ad un bimbo un aspetto strano e anche magari spaventoso – erano argomenti sconosciuti nelle remote Highlands e le soluzioni ignote erano inevitabilmente cercate nel mondo delle fate. Oggi ci rendiamo conto che esse servivano solo a dare una spiegazione a malattie allora misteriose come l’autismo oppure per dare una spiegazione all’improvvisa scomparsa di bambini mai più ritrovati. Documenti giudiziari datati tra il 1850 e il 1900 in Germania, Scandinavia, Gran Bretagna e Irlanda rivelano numerosi procedimenti contro imputati accusati di aver torturato e assassinato sospetti changeling. Dei fascicoli giudiziari di Gotland, Svezia, del 1690 documentano che un uomo e una donna furono messi a processo per aver lasciato un “changeling” di dieci anni – un bambino che non era cresciuto “nella norma” – su un mucchio di letame durante tutta la notte della vigilia di Natale, sperando che le fate che avevano fatto lo scambio alcuni anni prima sarebbero ritornate con il loro vero figlio. Il povero bambino morì per l’esposizione al freddo invernale. Situazioni simili erano senza dubbio ancora più diffuse nei secoli precedenti.

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Il maltrattamento dei changeling nelle leggende spesso porta ad un esito felice per i genitori umani ed il loro vero figlio che la maggior parte delle volte viene restituito, sano e salvo. Storie con questo genere di finali davano speranze, auguravano miglioramenti e fuggivano in qualche modo da un’era in cui i difetti di nascita e le debilitanti malattie infantili erano largamente diffuse. Ma non sempre questi racconti hanno finali felici. Spesso i bambini creduti changeling venivano allontanati o uccisi e non c’è alcuna indicazione che il bambino sano rubato sia poi in effetti ritornato. I racconti che omettono il ritorno del bambino legittimo riflettono un aspetto doloroso della sopravvivenza della famiglia nell’Europa pre-industriale: la sussistenza di una famiglia di contadini dipendeva dalla capacità di ogni membro di produrre sostentamento ed era molto difficile mantenere chi invece era un peso sulle scarse risorse famigliari. Il fatto che il vorace appetito dei changeling sia spesso citato nelle leggende, indica che i genitori di questi sfortunati bambini vedevano nella loro stessa esistenza una minaccia per il sostentamento dell’intera famiglia. Queste leggende sono una prova storica che suggerisce che l’infanticidio non era di rado la soluzione adottata per tale problema. Il progresso della scienza tra il XVIII e il XIX secolo ha lentamente eliminato la credenza popolare che i bambini ritardati o malformati probabilmente non erano umani ma piuttosto il frutto di qualche essere demoniaco, dei figli che potevano essere trascurati, maltrattati e anche messi a morte senza scrupoli morali. Quando le spiegazioni teologiche hanno lasciato spazio a quelle mediche, i valori umani e sociali sono cambiati a tal punto che la stessa parola “changeling” e i suoi equivalenti nelle altre lingue, sono diventati delle curiosità storiche, resti di credenze e pratiche che hanno aiutato i nostri antenati Europei – nel bene o nel male – ad affrontare i problemi della vita e della morte di fronte a bambini fisicamente o mentalmente imperfetti.

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Changelings in un’illustrazione di Alan Lee

UNA LEGGENDA

Walter Scott, in un intervento nell’opera “On the Fairies of Popular Superstition“, parla di un episodio avvenuto nei pressi di Inverness, nella piccola parrocchia di Suddie. Non lontano dalla chiesa, racconta il noto scrittore scozzese, si trovava una bassa collina chiamata Therdy Hill sulla cima della quale c’era un pozzo. Quando qualche bambino era ammalato e la malattia durava tanto da ridurlo carne ed ossa, la gente comune immaginava che fosse portato via da degli spiriti chiamati “Fairies”. Così, durante un particolare periodo in estate, i bambini malati venivano lasciati accanto a quel pozzo da soli per tutta la notte, tenuti d’occhio a distanza: la loro malattia li finirà oppure passerà, pensavano gli abitanti del villaggio, affermando che la maggior parte di loro alla fine guariva.
Un giorno una donna, dopo aver lasciato il suo bambino alle cure della balia del villaggio, lo ritrovò così diverso che lo riconobbe con difficoltà ma non sapendo cosa fare, lo riportò a casa con lei. Dopo alcuni anni però il bambino non era ancora capace di camminare, muoversi o parlare e la povera donna era costretta a portarlo sempre in braccio. Un giorno un mendicante bussò alla porta: “Che Dio vi benedica signora!” disse “voi e il vostro povero bambino! Abbiate pietà e date qualcosa ad un pover’uomo!”.
“Ah, il bambino” rispose la donna “è la causa di tutti i miei mali” e raccontò cos’era successo, aggiungendo che aveva sperato invano che il figlio cambiasse. Il vecchio, la cui età lo rendeva prudente in questo genere di argomenti, le disse che per scoprire la vera identità del figlio avrebbe dovuto spazzare molto bene il camino, accendere un fuoco e mettere il bambino ben legato nella sua sedia davanti ad esso. In seguito, avrebbe dovuto rompere una dozzina d’uova e metterne i ventiquattro mezzi gusci davanti al bambino ed infine uscire e mettersi dietro la porta ad ascoltare: se il bimbo avesse parlato sarebbe stato sicuramente un changeling e così lei avrebbe dovuto prenderlo, portarlo fuori, e lasciarlo a piangere nel letamaio finchè non avesse più udito la sua voce.
La donna, dopo aver fatto tutto quello consigliatole dal vecchio mendicante, si nascose dietro la porta e sentì il bambino parlare e dire “Prima di andare dalla balia io avevo sette anni, e quattro ne ho vissuti da allora, e non ho mai visto così tante pentolini prima!”. Nell’udire queste parole, la donna prese il bambino e lo lasciò piangente nel letamaio e, senza provare alcuna pietà, lo lasciò là finchè non ne sentì più la voce; e una volta ritornata a casa, vi ritrovò il suo vero figlioletto.

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IL BIMBO RESTITUITO

In un’altra leggenda scozzese una donna si era recata nei campi per tosare le pecore, portando con sé il proprio piccino e lasciandolo al riparo di una siepe. A un certo punto stava per andare a dargli la poppata quando il bimbo iniziò a piangere e a strillare così forte e in un modo tale che la donna si allarmò moltissimo. Un uomo che stava mietendo nelle vicinanze le sconsigliò di andare a vedere cosa fosse successo e di lasciarlo da solo a quietarsi. Dopo una mezz’ora, la donna trovò il bambino del suo umore normale. L’uomo disse che aveva visto il Piccolo Popolo portar via il bambino e mettere al suo posto un sostituto. “Solo quando hanno visto che il loro piccolo demonietto urlante non veniva accudito né nutrito hanno pensato bene di riprenderselo e di rimettere tuo figlio dove l’avevano trovato”.

Dettaglio dell'opera "The Legend of St. Stephen" di Martino di Bartolomeo -  XV secolo
Dettaglio dell’opera “The Legend of St. Stephen” di Martino di Bartolomeo – XV secolo

IL CHANGELING DI BRESLAU

Questa storia ebbe luogo nel 1580. Vicino a Breslau viveva un nobiluomo che produceva un grande raccolto di fieno ogni estate ed aveva molte persone che lavoravano per lui. Un anno c’era tra queste persone una neo mamma, una donna che aveva avuto a mala pena una settimana per riprendersi dalle fatiche del parto e che fu costretta quindi a portare il figlioletto al lavoro con lei, mettendolo sopra un piccolo mucchietto d’erba e lasciandolo solo mentre aiutava con il fieno. Dopo aver lavorato un po’, tornò dal suo bimbo per accudirlo. Lo guardò e si mise ad urlare, disperata, perché quello non era suo figlio: egli succhiava il latte così avidamente che non le ricordava affatto il bimbo che aveva lasciato poco tempo prima. Come spesso succede in questo genere di casi, la donna tenne il bambino per diversi giorni, ma era così maleducato che la povera donna crollò: raccontò la storia al suo datore di lavoro, il nobiluomo, il quale le disse “Donna, se pensi che quello non sia tuo figlio, allora fai così: prendilo e portalo fuori sul prato dove lo hai trovato, e picchialo duramente con una frusta. Sarai testimone di un miracolo”. La donna seguì il consiglio del nobiluomo. Uscì e picchiò il bambino con una frusta finchè non si mise ad urlare a squarciagola. Allora vennero le fate che si ripresero il loro bimbo, riportando indietro quello che avevano rubato, restituendolo alla madre dicendo “Ecco, di nuovo tuo!”. Questa storia è conosciuta e spesso raccontata dai giovani e dai vecchi che vivono attorno a Breslau.

Der Wechselbalg. Il changeling, di Henry Fuseli 1780
Der Wechselbalg. Il changeling, di Henry Fuseli 1780

Fonti:
https://en.wikipedia.org/wiki/Changeling
http://www.pitt.edu/~dash/britchange.html