La preposizione italiana “a”, ossia quella che indica moto a luogo, è resa in Gaelico con la parola…A, che però può essere anche sostituita da DO.
Quando si usano, il nome che segue presenta lenizione
a Barra = a Bharraig/ do Bharraig a Glasgow = a Ghlaschu/ do Ghlaschu
Se la parola che segue la preposizione inizia con una vocale si inserisce prima di essa la forma DH’. Succede succede come nell’italiano, dove diciamo aBrescia (se alla preposizione segue una consonante) oppure adAncona (se alla preposizione segue una vocale).
a Inverness = a dh’Inbhir Niss/ do dh’Inbhir Niss a Islay = a dh’Ile/ do dh’Ile
Se il nome che segue la preposizione è preceduto da un articolo (per esempio all’ufficio=a+il ufficio) allora A e DO combinati con an (l’inglese “the”, l’articolo determinativo più comune) diventano DHAN (ovvero “to the”, in italiano al, alla, allo, agli, alle)
All’ufficio = dhan oifis Alla cucina = dhan chidsin
In questo ultimo esempio notiamo che il nome che segue dhan presenta lenizione se inizia con B,C,F,G,M, P,
LA PREPOSIZIONE “IN”
Anche in questo caso la preposizione che indica stato in luogo ha diverse forme.
Le preposizioni italiane “in” e “in un/uno/una” sono rese in Gaelico con:
– ANN AM: per parole che iniziano con B,F,M,P
– ANN AN: per tutti gli altri casi
Per esempio: Ann am bàr = in un bar Ann am Pàislig = in Paisley Ann an Ile = in Islay Ann an oifis = in un ufficio
Per esprimere “nel/nella/nello” (l’inglese “in the”) si usa la preposizione ANNS+AN
Anns an taigh-òsta = nell’Hotel (in the Hotel) Anns an oifis = nell’ufficio (in the office)
Se il nome che segue la preposizione inizia con F c’è lenizione:
Anns an fheur = nell’erba (in the grass)
Se il nome che segue la preposizione inizia con B,G,C,M,P, l’articolo an diventa A’ e c’è lenizione:
Anns a’ bhàr = nel bar (in the pub) Anns a chidsin = nella cucina (in the kitchen)
I clan erano pronti a radunarsi, e lo fecero il 19 agosto a Glenfinnan, una piana all’estremità del Loch Shiel. Nelle valli si diffuse il segnale di guerra, la croce infuocata, e ogni giacobita che si metteva in marcia indossava la coccarda bianca, emblema della causa: Charles innalzò nel cielo il vessillo reale, al suono delle cornamuse, e venne nominato principe di Galles, Reggente dei regni di Scozia, Inghilterra e Irlanda. Gli uomini fedeli che prendevano le armi a favore del principe aumentavano di giorno in giorno: si presentarono a Glenfinnan i MacDonald, i Cameron, gli Stewart, i Fraser, i Gordon, i MacGregor e tutti gli uomini che decisero di lasciare il lavoro nei campi per inseguire il loro sogno di gloria.
I vessilli vengono innalzati a Glenfinnan
L’entusiasmo e la fermezza nei loro princìpi condusse l’esercito giacobita di vittoria in vittoria: se all’inizio si trattava solo di vittorie in piccole battaglie, ben presto Charlie iniziò un’esaltante, epica marcia verso sud, riuscendo a conquistare Perth ed Edimburgo, senza incontrare particolare opposizione. La prima battaglia vera e propria avvenne il 21 settembre nei pressi di Prestonpans, poco distante dalla capitale, dove ad attendere i giacobiti c’era un distaccamento dell’esercito inglese comandato da Sir John Cope. Gli Highlander durante la notte aggirarono l’esercito nemico, avanzando silenziosamente attraverso le paludi, e rimanendo in attesa nascosti tra l’erica e i cespugli di ginestrone: al sorgere dell’alba le truppe del principe si avventarono sugli uomini di Cope, in una carica devastante, accompagnati dal suono di tamburi e cornamuse. Nella nebbia mattutina gli inglesi videro comparire un esercito di scozzesi urlanti simili a demoni e si diedero alla fuga. La scozia era libera!
Battaglia di Prestonpans: “the Riggonhead Night March” di Andrew Hillhouse.
Dopo questo grande trionfo il Principe Charlie dimostrò chiaramente il suo carattere tollerante ed equanime: invitò i suoi uomini a moderare i festeggiamenti, ad avere pietà dei vinti e a non infierire sui connazionali delle Lowlands che avevano collaborato col nemico. L’ammirazione verso Charlie e l’orgoglio di sostenere la sua causa crescevano sempre di più, e sempre più innumerevoli ballate celebravano il sovrano buono, gentile e magnanimo. Tuttavia, all’apice dell’entusiasmo e della forza, Charlie ed i suoi consiglieri presero una decisione che si rivelò fatale e decisiva per gli eventi tragici che seguirono.
Le truppe inglesi si stavano riorganizzando a sud e progettavano un’invasione della Scozia. Fu quindi presa la decisione di portare la guerra in Inghilterra, avanzando se necessario anche fino a Londra. All’inizio dell’autunno quasi 10.000 soldati delle Highlands iniziarono la marcia verso sud per ritrovarsi, in poco più di un mese, a Derby, distante poco più di 160km da Londra. L’avanzata era costata parecchio, in termini di perdite umane e materiali: si era in inverno ed il freddo, la carenza di provviste per sfamare gli uomini, la lontananza dalle proprie case, avevano abbassato il morale delle truppe. Gli aiuti promessi dalle potenze europee tardavano ad arrivare, e anzi, non arrivarono affatto. Pensandoci ora, chissà come sarebbe cambiato il corso degli eventi del ‘700 se solo i sovrani cattolici europei avessero appoggiato gli Stuart. Interessanti sono le parole dello scrittore Compton MacKenzie:
“La storia del mondo fu cambiata dalla decisione fatale di quel mattino di dicembre… Con un sovrano come Charles sul trono le colonie americane non si sarebbero mai staccate, la Rivoluzione Francese non avrebbe potuto avvenire… Il lungo martirio dell’Irlanda sarebbe stato fermato. Il declino della Scozia in un’appendice provinciale della Britannia sarebbe stato evitato, e la tolleranza religiosa realizzata. Non avrebbe avuto luogo la spoliazione dei poveri da parte del cinico industrialismo” (C.MacKenzie, Prince Charlie p.74).
The Entrance of Prince Charles Edward Stuart to Edinburgh after Prestonpans – l’entrata di Charles Edward Stuart ad Edimburgo dopo la battaglia di Prestonpans, by Thomas Duncan (1838)
Una volta arrivati a Derby, e contro il volere del Principe, il consiglio, convinto da Lord George Murray, secondo in comando, decise di ritornare in Scozia per attendere rinforzi. Sebbene Londra distasse ormai solamente poco più di 100 miglia e la città fosse in grande inquietudine per le notizie che circolavano riguardo ad un grande esercito francese imbarcato sulle coste di Calais e già in rotta attraverso il Canale della Manica, e di numerosi rinforzi giacobiti in arrivo dal Galles e dalle contee della stessa Inghilterra, il 6 dicembre fu ordinata la ritirata. Il rientro in Scozia si svolse in condizioni ambientali difficilissime, nel fango e nella neve, e sotto il costante attacco degli inglesi, tanto che l’esercito giacobita fu progressivamente respinto sempre più a Nord, passando da una sconfitta all’altra e perdendo molti uomini lungo il percorso. L’esercito inglese era composto da due armate di circa 10.000 uomini ciascuna, comandate rispettivamente dal Generale Wade e dal Duca di Cumberland, figlio del re Hannover. Assieme a loro combattevano anche quegli scozzesi filo-inglesi noti come “The Black Watch”, la Guardia Nera, per via dei loro tartan scuri.
Il duca di Cumberland
Accampatosi nei pressi di Stirling, alla porta delle Highlands, l’esercito di Charles riuscì a conquistare un’altra vittoria, l’ultima, nella Battaglia di Falkirk, a fine gennaio 1746. Successivamente, seguendo ancora una volta in consiglio di Lord Murray e non quello del suo segretario John Williams O’Sullivan, il Bonnie Prince si ritirò verso Inverness, dove rimase per sette settimane a svernare. La situazione stava peggiorando, le truppe inglesi si erano riorganizzate e marciavano verso Inverness: la fine era vicina. Gli uomini erano stanchi, affamati, demoralizzati. Il loro sogno di gloria e libertà ormai lontano, le vittorie iniziali cancellate dalla lunga ritirata che li aveva provati profondamente. Venne deciso di mettersi in cammino per andare incontro all’esercito inglese, intraprendendo una marcia forzata di 12 km durante la notte.
Il 15 aprile 1746 l’esercito giacobita era schierato a Drumossie, ma la giornata si concluse senza combattimenti. Era infatti il compleanno del duca di Cumberland e l’esercito inglese ebbe una doppia razione di brandy e rimase a festeggiare nel proprio accampamento. I giacobiti non sfruttarono l’occasione favorevole per attaccare, perché intenti a discutere quale fosse il campo di battaglia più favorevole: il principe Carlo Edoardo e O’Sullivan sostenevano l’attacco nella brughiera, mentre – e a ragione – Lord Murray riteneva che il campo aperto avrebbe dato un grande vantaggio agli inglesi e alla loro artiglieria. Infatti, il duca di Cumberland poteva contare su ben 16 cannoni. Queste discussioni durarono tutto il giorno, mentre le truppe giacobite rimanevano schierate immobili, preda di freddo e fame. A notte inoltrata, fu ordinato un attacco al campo inglese, che fu però respinto. Demoralizzati, affamati e sconcertati dall’assurda gestione della situazione da parte dei loro comandanti, i soldati giacobiti si ritirarono, senza avere la possibilità di riposarsi durante la notte. Alcuni, stremati, si gettarono in preda al sonno lungo la strada e vennero sorpresi e massacrati da picchetti di soldati inglesi.
Drumossie Moor, la brughiera dove venne combattuta la battaglia di Culloden, con la pietra commemorativa dei Clan caduti.
All’alba del 16 aprile 1746 Charles schierò nuovamente il suo esercito che consisteva in poco più di 5000 uomini armati alla bell’è meglio con spade e asce, e 13 piccoli e vecchi cannoni da campo. Gli Highlanders si disposero in ordine per clan formando due linee, mentre in riserva stava la debole cavalleria di Lord Kilmarnock e le truppe franco-irlandesi. Essi conoscevano una sola tattica, la selvaggia carica che portava ad una mischia furibonda in cui la forza fisica e il coraggio dei singoli decidevano l’esito dello scontro.
L’esercito del Duca Cumberland (soprannominato in seguito The Butcher, il macellaio) contava su più di 8000 uomini dei reparti d’èlite inglesi, uomini addestrati, organizzati, equipaggiati con moschetti e baionette, schierati su tre file: I lati erano protetti dalla cavalleria, mentre l’artiglieria, ben più potente di quella a disposizione dell’esercito giacobita, era schierata negli spazi tra i vari battaglioni. Infine, sul lato sinistro dello schieramento erano posizionati tre battaglioni di scozzesi fedeli alla casata degli Hannover, che costituivano la milizia dell’Argyll; questi ultimi dovevano, secondo i piani inglesi, accerchiare l’esercito ribelle, prendendolo di lato.
La disposizione degli eserciti di Charles Stuart e del Duca di Cumberland nella battaglia di Culloden
Lo scontro non fu la battaglia epica, cavalleresca, eroica che Charles sognava. La Battaglia di Culloden si risolse in uno spaventoso massacro degli Highlanders. Le linee giacobite si spaccarono quasi immediatamente in due sotto il tiro terrificante dell’artiglieria pesante inglese e in poco meno di un’ora l’armata del Bonnie Prince fu sterminata, in un bagno di sangue. Circa 1.250 giacobiti giacevano morti sul campo di battaglia, altrettanti erano rimasti feriti in modo più o meno grave ed erano stati presi molti prigionieri, che furono poi processati per alto tradimento e, gran parte di loro, impiccati. Gli inglesi avevano perso circa una cinquantina di uomini ed i feriti erano 259. Terminata la battaglia, il Duca di Cumberland diede ordine di massacrare tutti i feriti rimasti sul campo e di inseguire e catturare i fuggiaschi: quelli che furono trovati subito vennero uccisi, così come le persone che avevano prestato loro aiuto e protezione; case e fattorie vennero incendiate, accompagnate da una moltitudine di stupri e di rapine; molti giacobiti vennero invece catturati, portati in Inghilterra e stipati in prigioni disumane, torturati, affamati, umiliati, lasciati morire di stenti. Avevano giurato di combattere e morire per il loro bel Principe, e così avvenne. Uno dei suoi uomini, un MacDonald di Tirnadris, dichiarò prima di salire sulla forca:
“penso che sia mio obbligo informare il mondo che era mio preciso dovere davanti a Dio, al mio Re offeso e al mio Paese oppresso, prendere le armi sotto lo stendardo e la nobile guida di Sua Altezza Reale, il Principe Charles. Io dichiaro solennemente di non aver avuto altri fini in questa giusta ed onorevole causa che quelli di restaurare il diritto al trono del nostro sovrano, di restituire la libertà a questo infelice Paese a lungo travagliato dall’usurpazione, dalla corruzione, dal tradimento e dalla fellonia; cosciente che nulla se non il ripristino del Re poteva far rifiorire la nostra terra, collaborare al bene comune di ogni uomo di qualsiasi rango e liberare sia la Chiesa che lo Stato dalle nefaste conseguenze dei princìpi della Rivoluzione […]. Ma io qui dichiaro solennemente sull’onore di un uomo che deve morire, che non è stato il progetto di imporre con la forza la mia religione alla nazione che mi ha portato a militare sotto la bandiera del Principe, ma unicamente il dovere di servire chi solo ha il diritto per legge naturale, di regnare, qualunque sia la religione della sua famiglia, fosse pure musulmana” (C.McKenzie, Prince Charlie, pag.53)
Rebel hunting after Culloden – caccia ai ribelli dopo Culloden, dipinto del 1884
Molteplici furono gli errori tattici a Culloden, determinati dalla stanchezza, dalla confusione o dall’improvvisazione. Il principale errore fu di combattere in campo aperto, su un terreno acquitrinoso nel quale i soldati a piedi affondavano fino al ginocchio, e dove viceversa la cavalleria inglese poteva muoversi rapidamente. Inoltre, in attesa dell’ordine di attacco la lunga linea di highlanders subì delle perdite molto consistenti ed il morale cominciò a precipitare. Il Principe Carlo attese molto tempo prima di dare il segnale di attacco, poiché, trovandosi distante dalla prima linea, non si era reso conto di quante vittime stesse facendo l’artiglieria inglese tra le sue fila. Quando finalmente i ribelli si decisero ad attaccare, i MacDonald si rifiutarono di eseguire l’ordine, infuriati per essere stati disposti sul fianco sinistro dell’armata ignorando la loro tradizionale posizione sul fianco destro. Questa insubordinazione fece sì che solo una parte delle forze giacobite prese effettivamente parte alla battaglia.
Dipinto a olio di David Morier che ritrae la battaglia di Culloden
Culloden si concluse in un’enorme mattanza. Da questa disfatta la Scozia uscì definitivamente vinta e umiliata: l’indipendenza perduta, la Chiesa Cattolica brutalmente perseguitata, la cultura delle Highlands distrutta.
E il Bonnie Prince, che per il suo sogno di gloria vide morire i suoi fedeli Highlanders? Charlie riuscì a mettersi in salvo e per oltre cinque mesi visse da fuggiasco, braccato dagli inglesi. Gli scozzesi non lo abbandonarono, e nonostante la ricca taglia sulla sua testa, nessuno lo tradì, anzi: molti di quelli che lo aiutarono, ospitandolo o nascondendolo, finirono sul patibolo. Tra coloro che si prodigarono per la salvezza del principe, la più conosciuta e la più temeraria fu certamente Flora MacDonald (trovate la sua storia qui), diventata una vera eroina scozzese, che aiutò Charles ad imbarcarsi sull’Isola di Skye verso la sicurezza del Continente. Era il 19 settembre 1746: dopo poco più di un anno dal suo arrivo in Scozia, Charles Edward Stuart, ultima speranza di libertà per il suo popolo, tornava in Francia, lasciando dietro di sé una scia di morte e persecuzione, che, nella battaglia di Culloden, era solo all’inizio.
‘Lochaber No More’, Prince Charlie Leaving Scotland -John Blake MacDonald 1863. Il Principe Charles lascia la Scozia dopo la sconfitta di Culloden
Per orgoglio, per testardaggine, per disperazione, tentò di riorganizzarsi per un altro attacco sfruttando l’esercito francese, ma non ricevette nessun appoggio da Luigi XV che anzi, dopo aver riallacciato i rapporti con la Gran Bretagna, firmò un decreto di espulsione degli Stuart. Charles fu costretto a tornare a Roma, e non vide mai più la Scozia. Col passare del tempo il giovane principe divenne un uomo ferito, malinconico, con una certa inclinazione all’alcool. Ebbe un matrimonio infelice che non gli lasciò eredi ed infine morì, nel 1788 tra le braccia della figlia illegittima Charlotte, segnando la fine della dinastia degli Stuart. Come segno di gratitudine verso l’Italia, nazione che lo accolse durante il suo ultimo esilio europeo, Charles diede il permesso agli italiani di indossare il kilt con il tartan reale (Royal Stewart Tartan). Nei pressi di Glenfinnan, dove per la prima volta si riunì l’esercito giacobita e dove il sogno di gloria ebbe inizio, una targa d’ottone recante l’iscrizione “Charles Edward Stuart, R.I.P.”, appesa al muro di una piccola chiesa, ricorda l’impresa del Principe. La porta occidentale della chiesa di St Mary and St Finnan è sempre aperta, nel caso in cui lo spirito del Bonnie Prince Charlie dovesse ritornare nella sua amata Scozia.
Ritratto di un vecchio Charles Edward Stuart, eseguito da Hugh Douglas Hamilton nel 1785
Per dire che a qualcuno piace qualcosa si usa la forma S’TOIL LE, forma abbreviata di IS TOIL LE seguita dal nome proprio della persona soggetto.
‘S toil le Anna cèilidhean = ad Anna piacciono le cèilidh
La forma negativa è resa con CHA TOIL LE
Cha toil le Ealasaid cèilidhean = ad Elizabeth non piacciono le cèilidh
La forma interrogativa si forma con AN TOIL LE
An toil le Anna cèol Gàidhealach? = ad Anna piace la musica gaelica?
Nel caso in cui il soggetto sia un pronome (a me piace, a loro piace,…) si usa una “forma amalgamata” della parola LE:
Vediamo qualche esempio:
– An toil leat Glaschu? = Ti piace Glaschu? (piace a te Glaschu?)
– Cha toil leis cèilidhean = A lui non piacciono le cèilidh (non piacciono a lui le cèilidh)
– An toil leibh Peairt? = Vi piace Perth? (piace a voi Perth?)
– ‘S toil leinn biadh innseanach = ci piace il cibo indiano (piace a noi il cibo indiano)
Ricapitolando:
Come in inglese, dopo i verbi like, love e hate, il verbo assume la -ing form. In gaelico si usa la parola a bhith (=infinito del verbo essere) dopo ‘s toil le
‘S toil leam a bhith a’ dannsadh = Mi piace ballare (I like dancing) An toil leat a bhith a’ seinn? = Ti piace cantare? (do you like singing?)
VARI ESEMPI:
– ‘s toil leam cèol = mi piace la musica
– ‘s toil leat beathach = a te piacciono gli animali
– ‘s toil leis cofaidh = a lui piace il caffè
– cha toil leatha ball-coise = a lei non paice il calcio
– cha toil leinn biadh innseanach = non ci piace il cibo indiano
– an toil leibh cèilidh? = vi piacciono le ceilidh?
– an toil leotha pìob? = a loro piace la cornamusa?
Nonostante tutto, gli Stuart e i loro irriducibili sostenitori nelle Highlands, tentarono nel corso degli anni successivi all’Act of Union di restituire alla Scozia la propria libertà ed al loro re in esilio il suo trono. I due tentativi, che avvennero nel 1715 e nel 1745, sono ricordati come Rivolte Giacobite. Il termine giacobita deriva dal latino Jacobus, che significa Giacomo, e sta quindi ad indicare chi era sostenitore del ritorno del Re in esilio: un termine che in Scozia diventò presto, e rimase a lungo, sinonimo di patriota e di cattolico. Dato il loro drammatico esito, le rivolte giacobite rappresentarono il momento più epico e tragico della civiltà gaelica delle Highlands poiché insieme al sogno degli Stuart fu distrutta anch’essa.
Il primo tentativo di ritorno del re esiliato era stato abbozzato immediatamente dopo l’atto di Unione: Giacomo III, detto il vecchio pretendente, con l’appoggio del re Luigi XIV, salpò con una flotta di navi alla volta della sua terra scozzese ma il pessimo tempo impedì lo sbarco e dovette far ritorno in Francia. Si trattò solo della prima di una lunga serie di circostanze e coincidenze avverse alla causa degli Stuart, ed è incredibile notare, durante tutti gli anni seguenti e fino al 1746, l’enormità e la quantità di sfortuna che essi ebbero durante il loro tentativo di rivolta (permettetemi, più di una volta leggendo mi è venuto spontaneo esclamare “eh ma che sfiga però!!!”. Continuate a leggere e capirete!).
Ritratto di James Edward Stuart, “il vecchio pretendente” (1718, Antonio David)
Si deve attendere fino al 1715 per assistere alla prima delle due grandi rivolte giacobite, definita “the fifteen”. L’organizzazione della rivolta in Scozia fu affidata al nobile John Erskine Conte di Mar, un politico che era entrato a far parte del neo costituito Parlamento, ottenendo il ruolo di Segretario di Stato per la Scozia, ma che decise di sostenere la causa giacobita. Dopo aver intrattenuto una corrispondenza con il vecchio pretendente, al Conte di Mar fu ordinato di richiamare i Clan scozzesi, innalzando lo Stendardo Reale il 6 settembre a Braemar, nel cuore delle Highlands, e proclamando Giacomo III come loro legittimo sovrano. Con lui c’era un esercito di 12.000 uomini del Nord e alcuni nobili delle Lowlands. In poco meno di un mese i giacobiti occuparono il territorio che va da Inverness a Perth, controllando una lunga fascia costiera che doveva offrire una facile possibilità di sbarco. Giacomo attendeva in Francia di imbarcarsi con un forte esercito promessogli dall’antica alleata. Ma l’8 settembre, due giorni dopo l’inizio della rivolta, re Luigi XIV morì, e il Reggente Duca d’Orlèans che ne prese il posto era da tempo un sostenitore di un’alleanza con l’Inghilterra. Nonostante il mancato arrivo di aiuti, il Conte di Mar proseguì i suoi combattimenti, comportandosi in maniera valorosa: davanti a lui non c’erano solo le truppe governative, ma anche i suoi stessi compatrioti, quegli scozzesi che erano contrari al ritorno degli Stuart. Giacomo sbarcò da solo in Scozia, per cercare di riportare entusiasmo e speranza ai combattenti. Nonostante il suo nobile gesto fosse stato molto apprezzato, egli fu invitato a rimettersi immediatamente in salvo, nel Continente. Dopo la sconfitta nella battaglia di Preston, la rotta dell’esercito giacobita era inevitabile e il 4 febbraio Giacomo, assieme a Mar, salpava verso la salvezza. Diversa fu la sorte dei giacobiti che avevano combattuto per lui: la maggior parte venne imprigionata ed i capi condannati a morte per impiccagione.
Jacobites. Un gruppo di giacobiti dipinto da John Pettie (1864)
La Scozia fu fortemente punita per la Ribellione del 1715. Come tentativo di eliminare il rischio di successive insurrezioni il Parlamento inglese aveva emanato numerosi atti che tentarono di indebolire i clan delle Highlands privandoli del diritto di possedere armi di qualunque genere e riaffermando la supremazia del governo britannico. Nonostante la crescente popolarità di Giorgio I d’Inghilterra, la causa giacobita continuò a rimanere presente sul territorio britannico, sebbene in forma più privata attraverso proteste anonime, maldicenze sulla situazione coniugale del sovrano di Gran Bretagna e l’ostentazione di simboli di Giacomo III durante particolari anniversari.
Tornato nel Continente, Giacomo trovò una Francia ormai ostile alla sua causa e fu costretto a lasciare il Paese, trovando in Roma la nuova sede del suo esilio. Fu accolto con benevolenza dal Papa Clemente XI che riconobbe a Giacomo Edoardo ed alla moglie i titoli di re e regina di Inghilterra e di Scozia e concesse loro una pensione annuale di 12.000 corone. A Roma nacque, il 31 dicembre 1720, l’erede al trono, il principe Charles Edward Louis Philippe Casimir Stuart, colui che tentò una nuova rivolta giacobita nel 1745, che fu anche l’ultima impresa eroica scozzese, in cui dimostrò il suo coraggio il giovane principe che gli inglesi chiamavano “il giovane pretendente”, che nei cuori dei gaelici che tanto lo amavano era semplicemente Teàrlach, Carlo, ma che passò alla storia in leggende, ballate e canzoni come The Bonnie Prince Charlie.
Carlo crebbe in Italia, in particolare tra Roma e Bologna, e ricevette un’educazione che si confaceva ad un futuro sovrano: parlava fluentemente italiano, francese, inglese, spagnolo e coltivava interessi artistici (suonava molto bene il violino) e storici. I suoi educatori, scozzesi ed irlandesi, lo avevano affascinato con le storie dei grandi eroi della Scozia. Ancora molto giovane iniziò ad imboccare una strada avventurosa: a 14 anni aveva partecipato con l’armata spagnola all’assedio di Gaeta; a 15 intraprese un lungo giro della penisola italiana, fermandosi in varie città e corti; a 18 anni chiese al padre di concedergli il permesso di sbarcare in Scozia per combattere gli usurpatori, permesso che Giacomo gli negò data la sua giovane età.
Tre ritratti del Bonnie Prince Charlie; da sx: ritratto eseguito da William Mosman nel 1750 circa, nel quale Charles indossa la rosa bianca simbolo dei giacobiti. ritratto eseguito da Antonio David nel 1732; Prince Charles Edward Stuart in Armour di Jean-Marc Nattier,
Carlo Edoardo simboleggiava per gli scozzesi la speranza, ancora accesa, di riacquistare la libertà perduta, e già fin dalla sua nascita i bardi gaelici avevano cantato il suo futuro avvento come salvatore del popolo: sono moltissimi i testi, le canzoni, le poesie in antico linguaggio che celebrano la venuta del bel principe. Si venne così a creare attorno al Bonnie Prince Charlie un’aurea leggendaria, che lo designava come il ragazzo destinato ad essere re, figlio del sovrano usurpato; egli deve venire dal mare, da una terra lontana dove vive anche il Papa, per ridare libertà e giustizia in una Scozia ora desolata. Rendono perfettamente l’idea questi versi di un poeta gaelico, Alasdair MacDonald, che concludono la poesia Oran Nuadh (canto nuovo):
“Nì na Gàidheil bheòda, ghasda, eirigh bhras le sròlaibh, Iad ‘nan ciadaibh uim’ ag iathad, ‘S coltasdian-chuir gleòis orr’: Gun fhiamh, ‘s Iad fiadhta, claidhmheach, sgiahach, Gunnach, riaslach, stròiceach, Mar chonfadh leòmhannaibh fiadhaich S acras dian gu feòil orr”
I temerari, energici, splendidi Gaelici,
sorgeranno con serici stendardi
a centinaia gli si faranno attorno (al Bonnie Prince)
smaniosi di entrare in azione;
senza paura, senza pietà, ben armati con scudi e spade,
appassionati, distruttivi, come il leone selvaggio punta la preda impaurita,
quando è spronato dalla voracità
La prima occasione che il Vecchio Pretendente attendeva per tentare un altro sbarco in Scozia si presentò nel 1744. I rapporti tesi tra Francia e Inghilterra erano peggiorati durante la guerra di successione austriaca e il re francese Luigi XV acconsentì ad attaccare il nemico inglese. In tale occasione partecipò lo stesso Carlo Edoardo, ma la spedizione non arrivò mai su suolo britannico a causa di una tempesta.
Un altro ritratto di Charles Edward Stuart, dipinto da Maurice Quentin de La Tour
Gli Stuart non si arresero: l’anno successivo, il 1745, vide svilupparsi la seconda rivolta giacobita, che sarebbe stata anche l’ultima. Il principe Carlo prese la sua decisione: sarebbe andato in Scozia a sollevare il suo popolo e a guidarlo nella riconquista della libertà. Charles era allora un ragazzo di 25 anni, forte, coraggioso, che affascinava per la sua personalità, ma soprattutto profondamente convinto della legittimità della propria causa. Gli storici concordano sul definire il suo tentativo come avventato, ingenuo, disperato ma non si può non ammirare l’audacia e la caparbietà di questo giovane ragazzo che sognava fermamente di riconquistare la terra dei suo padri, di cui aveva solo sentito parlare, per ridarle la libertà, quasi fosse un dovere da assolvere nei confronti dei suo avi.
Per organizzare l’impresa vendette i gioielli del proprio personale patrimonio e ottenne dei prestiti dai banchieri francesi. Acquistò così 1500 moschetti, 1800 spade, 20 piccoli cannoni ed un’adeguata quantità di munizioni e dopo aver assoldato un consorzio di corsari, salpò il 22 giugno 1745 alla volta della Scozia. Sebbene la nave più grande della flotta, carica della maggior parte degli armamenti, fu costretta a tornare indietro a causa di un attacco inglese, il Giovane Pretendente sbarcò un mese dopo sulle spiagge di Eriskay, piccola isola nelle Ebridi Esterne. Si dice che, ad uno dei suoi primi sostenitori accorso a rendergli omaggio e che, impaurito per la sua incolumità lo invitò a ritornare a casa, Charlie rispose “Sono a casa”.
“I am come home”, di Alan Herriot, ritrae lo sbarco del Bonnie Prince Charlie in Scozia.
La notizia dell’arrivo del principe si era diffusa velocemente in tutte le Highlands ed egli, ospite del Clan MacDonald, incontrava segretamente i Clan. La canzone “Wha’ll be king but Charlie?” (chi sarà re se non Charlie?) esprime chiaramente la tensione e la commozione che si diffusero alla notizia dello sbarco:
“The news frae moidart cam’ yestreen, will soon gar mony ferlie, for ships o’ war hae just come in and landed Royal Charlie! Come through the heather, around him gather, ye’re a’ the welcomer early: around him cling wi’ a’ your kin, for wha’ll be King but Charlie? The Highland clans wi’ sword in hand, frae John O’Groats to Airlie, hae to a man declared to stand, or fa’ wi’ Royal Charlie”
Ieri sono giunte notizie da Moidart, che presto rallegreranno molti, poichè sono giunte delle navi da Guerra ed è sbarcato il regale Charlie! Venite attraverso l’erica, radunatevi intorno a lui, siete tutti i benvenuti; circondatelo con tutta la vostra passione, perché chi altri sarà re se non Charlie? I clan delle Highlands con le spade in mano, da John o’Groat ad Airlie, hanno dichiarato come un sol uomo di resistere, o di cadere per il regale Charlie.
Tuttavia, non mancavano le perplessità sull’impresa e molti capi ritenevano rischioso dare il via ad una rivolta con poche armi e senza la sicurezza degli aiuti francesi. Si narra che, durante un colloquio con i capi dei diversi rami del Clan MacDonald, Charles si rivolse ad un ragazzo di 18 anni che lo osservava in silenzio chiedendo “Tu non vorresti aiutarmi?”. Il giovane, Ranald MacDonald, estrasse dal fodero la claymore, lo spadone gaelico, e gridò “Lo farò! Anche se nessun altro uomo dovesse sguainare la sua spada, io sono pronto a farlo e a morire per voi!”.
La notizia dell’arrivo del Giovane Pretendente era però giunta anche alle orecchie degli inglesi: il governo mise sulla testa di Charlie una taglia di 30.000 sterline, e Charlie mise a sua volta una taglia sulla testa di Giorgio di Hannover che ammontava a sole 30 sterline.
Bonnie Prince Charlie Entering the Ballroom at Holyroodhouse – John Pettie 1892
La mia “libreria scozzese” si sta espandendo lentamente. Mi ha molto incuriosita questo libro di Maria Rita Zibellini e Roberto Rossi che ho letto il mese scorso e che si intitola “Uomini delle Highlands”. Si tratta di una serie di traduzioni dell’opera “Description of the Western Islands of Scotland” dello scrittore Martin Martin, pubblicata nel 1703, che aveva lo scopo di descrivere geograficamente, culturalmente e socialmente le isole scozzesi occidentali. Martin, scozzese nato sull’Isola di Skye, lasciò la sua isola per studiare ad Edimburgo, Leiden e Londra. La sua Description si riferisce ad un viaggio del 1695 che lo scrittore intraprese su incarico di alcuni studiosi e ricercatori della Royal Society of London, e si presenta come un resoconto, una raccolta di informazioni sulle allora sconosciute e remote Highlands. Zibellini e Rossi hanno tradotto alcune parti della Description, arricchendole con spiegazioni ed approfondimenti, nonché con una interessante appendice dedicata alla storia dei principali Clan delle Highlands. Grazie al loro lavoro possiamo tornare indietro nel tempo, viaggiando a ritroso di più di 300 anni, e immaginarci la Scozia dell’epoca, così come Martin l’ha vista con i suoi stessi occhi. Arrivano a noi importanti informazioni sulla cultura gaelica, sulle tradizioni, ancora molto condizionate dai miti e dalle leggende, e sulla vita degli uomini e delle donne di Sky, Lewis, Mull e delle altre Isole che compongono l’arcipelago delle Ebridi. Quella di Martin è una descrizione dettagliata, così varia da risultare confusa e senza un filo logico, ma soprattutto oggettiva: lo scrittore non giudica, non critica, non è prevenuto nei confronti di questa popolazione che, per gli inglesi, è considerata selvaggia. Martin, che è originario proprio dei luoghi che descrive, osserva e riporta ogni piccolo aspetto e sfumatura di quello che vede e sente, senza mettere in dubbio o sminuire nulla.
Ritratto di Samuel Johnson
Diversa è la visione che Samuel Johnson ha delle Highlands nel suo libro “A Journey to the Western Islands of Scotland” pubblicato nel 1773. Erano passati “solo” 70 anni dalla Description di Martin, ma la Scozia era cambiata molto a seguito del tragico esito della battaglia di Culloden ed alla repressione della cultura gaelica che ne era seguita. Diverso è il punto di vista dell’autore: Johnson, a differenza di Martin, è inglese, quindi probabilmente prevenuto nei confronti degli scozzesi, ma è caratterizzato da una spiccata curiosità che lo spinge, dopo aver abbandonato i suoi studi e ad aver iniziato la carriera di giornalista, ad intraprendere il suo viaggio nelle Highlands, accompagnato dall’amico J.Boswell e dal suo volume della Description di Martin regalatogli dal padre quando era ancora un ragazzo. Il Journey di Johnson è diverso sia per lo stile della scrittura sia per il modo in cui l’autore ha affrontato il suo viaggio. Egli è uno straniero e non conosce la lingua parlata in Scozia. Nel suo resoconto descrive lo stile di vita delle famiglie di cui è stato ospite, quindi nella maggior parte dei casi, se non in tutti, di famiglie agiate, tralasciando il resto della popolazione, povera e costretta a vivere in condizioni di miseria. Ma soprattutto il suo è uno sguardo critico, soggettivo, giudicante, a tratti caratterizzato da un fastidioso senso di superiorità e superficialità.
Tralasciando questo aspetto e concentrandosi invece sulla descrizione dei luoghi e sulla narrazione delle tappe del viaggio, il lavoro di Johnson è molto interessante poiché sembra di fare un viaggio nel tempo di 250 anni. Le parti di testo tradotte da Roberto Rossi e Maria Rita Zibellini e pubblicate nel libro “Attraverso le Highland”, oggi fuori produzione ma che ho avuto la fortuna di ricevere direttamente dagli autori, sono molto descrittive e scritte da Johnson in maniera tale che sembra di leggere una guida turistica dell’epoca. Viene spontaneo, durante la lettura, crearsi un’immagine mentale del viaggio del giornalista, immaginarselo mentre si dirige su una barca verso Skye o Mull, preoccupato di dover trovare un rifugio per la notte incombente, mentre viene accolto da un capo Clan nei giardini della sua bella dimora, o mentre procede a cavallo nella brughiera scozzese, sotto la pioggia. Per chi è stato in Scozia sarà sicuramente interessante leggere la descrizione vecchia di 250 anni di luoghi che ha visitato personalmente, pensare come sono cambiate le cose, sapere chi ci viveva e come viveva. Ho apprezzato particolarmente la lettura proprio per questo motivo, perché a tratti mi è sembrato di leggere un romanzo, proiettando ogni immagine descritta nella mia mente, e perché, in previsione del mio imminente viaggio in Scozia, ho trovato interessante il paragonare quello che era a quello che è. Così, quando mi troverò a passare per Dunvegan, Talisker, Uig sull’Isola di Skye, mi ricorderò che su quelle stesse strade, magari nel preciso punto in cui mi troverò, erano passati molti anni fa anche gli stessi Martin e Johnson, che in quella casa laggiù avevano trascorso la notte, e che su quella spiaggia si erano fermati a parlare con gli abitanti del villaggio.
Leggere le loro opere è stata per me una sorta di preparazione al viaggio, e consiglio di dare un’occhiata ai libri tradotti e redatti da Rossi e Zibellini a tutti quelli che, come me, sono appassionati (o quasi ossessionati!) dalla magnifica Scozia.