Breve storia della Scozia – Parte 6

PARTE 6 – IL 1745 E CULLODEN

I clan erano pronti a radunarsi, e lo fecero il 19 agosto a Glenfinnan, una piana all’estremità del Loch Shiel. Nelle valli si diffuse il segnale di guerra, la croce infuocata, e ogni giacobita che si metteva in marcia indossava la coccarda bianca, emblema della causa: Charles innalzò nel cielo il vessillo reale, al suono delle cornamuse, e venne nominato principe di Galles, Reggente dei regni di Scozia, Inghilterra e Irlanda. Gli uomini fedeli che prendevano le armi a favore del principe aumentavano di giorno in giorno: si presentarono a Glenfinnan i MacDonald, i Cameron, gli Stewart, i Fraser, i Gordon, i MacGregor e tutti gli uomini che decisero di lasciare il lavoro nei campi per inseguire il loro sogno di gloria.

I vessilli vengono innalzati a Glenfinnan
I vessilli vengono innalzati a Glenfinnan

L’entusiasmo e la fermezza nei loro princìpi condusse l’esercito giacobita di vittoria in vittoria: se all’inizio si trattava solo di vittorie in piccole battaglie, ben presto Charlie iniziò un’esaltante, epica marcia verso sud, riuscendo a conquistare Perth ed Edimburgo, senza incontrare particolare opposizione. La prima battaglia vera e propria avvenne il 21 settembre nei pressi di Prestonpans, poco distante dalla capitale, dove ad attendere i giacobiti c’era un distaccamento dell’esercito inglese comandato da Sir John Cope. Gli Highlander durante la notte aggirarono l’esercito nemico, avanzando silenziosamente attraverso le paludi, e rimanendo in attesa nascosti tra l’erica e i cespugli di ginestrone: al sorgere dell’alba le truppe del principe si avventarono sugli uomini di Cope, in una carica devastante, accompagnati dal suono di tamburi e cornamuse. Nella nebbia mattutina gli inglesi videro comparire un esercito di scozzesi urlanti simili a demoni e si diedero alla fuga. La scozia era libera!

Battaglia di  Prestonpans:
Battaglia di Prestonpans: “the Riggonhead Night March” di Andrew Hillhouse.

Dopo questo grande trionfo il Principe Charlie dimostrò chiaramente il suo carattere tollerante ed equanime: invitò i suoi uomini a moderare i festeggiamenti, ad avere pietà dei vinti e a non infierire sui connazionali delle Lowlands che avevano collaborato col nemico. L’ammirazione verso Charlie e l’orgoglio di sostenere la sua causa crescevano sempre di più, e sempre più innumerevoli ballate celebravano il sovrano buono, gentile e magnanimo. Tuttavia, all’apice dell’entusiasmo e della forza, Charlie ed i suoi consiglieri presero una decisione che si rivelò fatale e decisiva per gli eventi tragici che seguirono.

Le truppe inglesi si stavano riorganizzando a sud e progettavano un’invasione della Scozia. Fu quindi presa la decisione di portare la guerra in Inghilterra, avanzando se necessario anche fino a Londra. All’inizio dell’autunno quasi 10.000 soldati delle Highlands iniziarono la marcia verso sud per ritrovarsi, in poco più di un mese, a Derby, distante poco più di 160km da Londra. L’avanzata era costata parecchio, in termini di perdite umane e materiali: si era in inverno ed il freddo, la carenza di provviste per sfamare gli uomini, la lontananza dalle proprie case, avevano abbassato il morale delle truppe. Gli aiuti promessi dalle potenze europee tardavano ad arrivare, e anzi, non arrivarono affatto. Pensandoci ora, chissà come sarebbe cambiato il corso degli eventi del ‘700 se solo i sovrani cattolici europei avessero appoggiato gli Stuart. Interessanti sono le parole dello scrittore Compton MacKenzie:

“La storia del mondo fu cambiata dalla decisione fatale di quel mattino di dicembre… Con un sovrano come Charles sul trono le colonie americane non si sarebbero mai staccate, la Rivoluzione Francese non avrebbe potuto avvenire… Il lungo martirio dell’Irlanda sarebbe stato fermato. Il declino della Scozia in un’appendice provinciale della Britannia sarebbe stato evitato, e la tolleranza religiosa realizzata. Non avrebbe avuto luogo la spoliazione dei poveri da parte del cinico industrialismo” (C.MacKenzie, Prince Charlie p.74).

The Entrance of Prince Charles Edward Stuart to Edinburgh after Prestonpans - l'entrata di Charles Edward Stuart ad Edimburgo dopo la battaglia di Prestonpans, by Thomas Duncan (1838)
The Entrance of Prince Charles Edward Stuart to Edinburgh after Prestonpans – l’entrata di Charles Edward Stuart ad Edimburgo dopo la battaglia di Prestonpans, by Thomas Duncan (1838)

Una volta arrivati a Derby, e contro il volere del Principe, il consiglio, convinto da Lord George Murray, secondo in comando, decise di ritornare in Scozia per attendere rinforzi. Sebbene Londra distasse ormai solamente poco più di 100 miglia e la città fosse in grande inquietudine per le notizie che circolavano riguardo ad un grande esercito francese imbarcato sulle coste di Calais e già in rotta attraverso il Canale della Manica, e di numerosi rinforzi giacobiti in arrivo dal Galles e dalle contee della stessa Inghilterra, il 6 dicembre fu ordinata la ritirata. Il rientro in Scozia si svolse in condizioni ambientali difficilissime, nel fango e nella neve, e sotto il costante attacco degli inglesi, tanto che l’esercito giacobita fu progressivamente respinto sempre più a Nord, passando da una sconfitta all’altra e perdendo molti uomini lungo il percorso. L’esercito inglese era composto da due armate di circa 10.000 uomini ciascuna, comandate rispettivamente dal Generale Wade e dal Duca di Cumberland, figlio del re Hannover. Assieme a loro combattevano anche quegli scozzesi filo-inglesi noti come “The Black Watch”, la Guardia Nera, per via dei loro tartan scuri.

Il duca di Cumberland
Il duca di Cumberland

Accampatosi nei pressi di Stirling, alla porta delle Highlands, l’esercito di Charles riuscì a conquistare un’altra vittoria, l’ultima, nella Battaglia di Falkirk, a fine gennaio 1746. Successivamente, seguendo ancora una volta in consiglio di Lord Murray e non quello del suo segretario John Williams O’Sullivan, il Bonnie Prince si ritirò verso Inverness, dove rimase per sette settimane a svernare. La situazione stava peggiorando, le truppe inglesi si erano riorganizzate e marciavano verso Inverness: la fine era vicina. Gli uomini erano stanchi, affamati, demoralizzati. Il loro sogno di gloria e libertà ormai lontano, le vittorie iniziali cancellate dalla lunga ritirata che li aveva provati profondamente. Venne deciso di mettersi in cammino per andare incontro all’esercito inglese, intraprendendo una marcia forzata di 12 km durante la notte.

Il 15 aprile 1746 l’esercito giacobita era schierato a Drumossie, ma la giornata si concluse senza combattimenti. Era infatti il compleanno del duca di Cumberland e l’esercito inglese ebbe una doppia razione di brandy e rimase a festeggiare nel proprio accampamento. I giacobiti non sfruttarono l’occasione favorevole per attaccare, perché intenti a discutere quale fosse il campo di battaglia più favorevole: il principe Carlo Edoardo e O’Sullivan sostenevano l’attacco nella brughiera, mentre – e a ragione – Lord Murray riteneva che il campo aperto avrebbe dato un grande vantaggio agli inglesi e alla loro artiglieria.  Infatti, il duca di Cumberland poteva contare su ben 16 cannoni. Queste discussioni durarono tutto il giorno, mentre le truppe giacobite rimanevano schierate immobili, preda di freddo e fame. A notte inoltrata, fu ordinato un attacco al campo inglese, che fu però respinto. Demoralizzati, affamati e sconcertati dall’assurda gestione della situazione da parte dei loro comandanti, i soldati giacobiti si ritirarono, senza avere la possibilità di riposarsi durante la notte. Alcuni, stremati, si gettarono in preda al sonno lungo la strada e vennero sorpresi e massacrati da picchetti di soldati inglesi.

Drumossie Moor, la brughiera dove venne combattuta la battaglia di Culloden, con la pietra commemorativa dei Clan caduti.
Drumossie Moor, la brughiera dove venne combattuta la battaglia di Culloden, con la pietra commemorativa dei Clan caduti.

All’alba del 14 aprile 1746 Charles schierò nuovamente il suo esercito che consisteva in poco più di 5000 uomini armati alla bell’è meglio con spade e asce, e 13 piccoli e vecchi cannoni da campo. Gli Highlanders si disposero in ordine per clan formando due linee, mentre in riserva stava la debole cavalleria di Lord Kilmarnock e le truppe franco-irlandesi. Essi conoscevano una sola tattica, la selvaggia carica che portava ad una mischia furibonda in cui la forza fisica e il coraggio dei singoli decidevano l’esito dello scontro.

L’esercito del Duca Cumberland (soprannominato in seguito The Butcher, il macellaio) contava su più di 8000 uomini dei reparti d’èlite inglesi, uomini addestrati, organizzati, equipaggiati con moschetti e baionette, schierati su tre file: I lati erano protetti dalla cavalleria, mentre l’artiglieria, ben più potente di quella a disposizione dell’esercito giacobita, era schierata negli spazi tra i vari battaglioni. Infine, sul lato sinistro dello schieramento erano posizionati tre battaglioni di scozzesi fedeli alla casata degli Hannover, che costituivano la milizia dell’Argyll; questi ultimi dovevano, secondo i piani inglesi, accerchiare l’esercito ribelle, prendendolo di lato.

La disposizione degli eserciti di Charles Stuart e del Duca di Cumberland nella battaglia di Culloden
La disposizione degli eserciti di Charles Stuart e del Duca di Cumberland nella battaglia di Culloden

Lo scontro non fu la battaglia epica, cavalleresca, eroica che Charles sognava. La Battaglia di Culloden si risolse in uno spaventoso massacro degli Highlanders. Le linee giacobite si spaccarono quasi immediatamente in due sotto il tiro terrificante dell’artiglieria pesante inglese e in poco meno di un’ora l’armata del Bonnie Prince fu sterminata, in un bagno di sangue. Circa 1.250 giacobiti giacevano morti sul campo di battaglia, altrettanti erano rimasti feriti in modo più o meno grave ed erano stati presi molti prigionieri, che furono poi processati per alto tradimento e, gran parte di loro, impiccati. Gli inglesi avevano perso circa una cinquantina di uomini ed i feriti erano 259. Terminata la battaglia, il Duca di Cumberland diede ordine di massacrare tutti i feriti rimasti sul campo e di inseguire e catturare i fuggiaschi: quelli che furono trovati subito vennero uccisi, così come le persone che avevano prestato loro aiuto e protezione; case e fattorie vennero incendiate, accompagnate da una moltitudine di stupri e di rapine; molti giacobiti vennero invece catturati, portati in Inghilterra e stipati in prigioni disumane, torturati, affamati, umiliati, lasciati morire di stenti. Avevano giurato di combattere e morire per il loro bel Principe, e così avvenne. Uno dei suoi uomini, un MacDonald di Tirnadris, dichiarò prima di salire sulla forca:

“penso che sia mio obbligo informare il mondo che era mio preciso dovere davanti a Dio, al mio Re offeso e al mio Paese oppresso, prendere le armi sotto lo stendardo e la nobile guida di Sua Altezza Reale, il Principe Charles. Io dichiaro solennemente di non aver avuto altri fini in questa giusta ed onorevole causa che quelli di restaurare il diritto al trono del nostro sovrano, di restituire la libertà a questo infelice Paese a lungo travagliato dall’usurpazione, dalla corruzione, dal tradimento e dalla fellonia; cosciente che nulla se non il ripristino del Re poteva far rifiorire la nostra terra, collaborare al bene comune di ogni uomo di qualsiasi rango e liberare sia la Chiesa che lo Stato dalle nefaste conseguenze dei princìpi della Rivoluzione […]. Ma io qui dichiaro solennemente sull’onore di un uomo che deve morire, che non è stato il progetto di imporre con la forza la mia religione alla nazione che mi ha portato a militare sotto la bandiera del Principe, ma unicamente il dovere di servire chi solo ha il diritto per legge naturale, di regnare, qualunque sia la religione della sua famiglia, fosse pure musulmana” (C.McKenzie, Prince Charlie, pag.53)

Rebel hunting after Culloden - caccia ai ribelli dopo Culloden, dipinto del 1884
Rebel hunting after Culloden – caccia ai ribelli dopo Culloden, dipinto del 1884

Molteplici furono gli errori tattici a Culloden, determinati dalla stanchezza, dalla confusione o dall’improvvisazione. Il principale errore fu di combattere in campo aperto, su un terreno acquitrinoso nel quale i soldati a piedi affondavano fino al ginocchio, e dove viceversa la cavalleria inglese poteva muoversi rapidamente. Inoltre, in attesa dell’ordine di attacco la lunga linea di highlanders subì delle perdite molto consistenti ed il morale cominciò a precipitare. Il Principe Carlo attese molto tempo prima di dare il segnale di attacco, poiché, trovandosi distante dalla prima linea, non si era reso conto di quante vittime stesse facendo l’artiglieria inglese tra le sue fila. Quando finalmente i ribelli si decisero ad attaccare, i MacDonald si rifiutarono di eseguire l’ordine, infuriati per essere stati disposti sul fianco sinistro dell’armata ignorando la loro tradizionale posizione sul fianco destro. Questa insubordinazione fece sì che solo una parte delle forze giacobite prese effettivamente parte alla battaglia.

Dipinto a olio di  David Morier che ritrae la battaglia di Culloden
Dipinto a olio di David Morier che ritrae la battaglia di Culloden

Culloden si concluse in un’enorme mattanza. Da questa disfatta la Scozia uscì definitivamente vinta e umiliata: l’indipendenza perduta, la Chiesa Cattolica brutalmente perseguitata, la cultura delle Highlands distrutta.

E il Bonnie Prince, che per il suo sogno di gloria vide morire i suoi fedeli Highlanders? Charlie riuscì a mettersi in salvo e per oltre cinque mesi visse da fuggiasco, braccato dagli inglesi. Gli scozzesi non lo abbandonarono, e nonostante la ricca taglia sulla sua testa, nessuno lo tradì, anzi: molti di quelli che lo aiutarono, ospitandolo o nascondendolo, finirono sul patibolo. Tra coloro che si prodigarono per la salvezza del principe, la più conosciuta e la più temeraria fu certamente Flora MacDonald (trovate la sua storia qui), diventata una vera eroina scozzese, che aiutò Charles ad imbarcarsi sull’Isola di Skye verso la sicurezza del Continente. Era il 19 settembre 1746: dopo poco più di un anno dal suo arrivo in Scozia, Charles Edward Stuart, ultima speranza di libertà per il suo popolo, tornava in Francia, lasciando dietro di sé una scia di morte e persecuzione, che, nella battaglia di Culloden, era solo all’inizio.

'Lochaber No More', Prince Charlie Leaving Scotland -John Blake MacDonald 1863. Il Principe Charles lascia la Scozia dopo la sconfitta di Culloden
‘Lochaber No More’, Prince Charlie Leaving Scotland -John Blake MacDonald 1863. Il Principe Charles lascia la Scozia dopo la sconfitta di Culloden

Per orgoglio, per testardaggine, per disperazione, tentò di riorganizzarsi per un altro attacco sfruttando l’esercito francese, ma non ricevette nessun appoggio da Luigi XV che anzi, dopo aver riallacciato i rapporti con la Gran Bretagna, firmò un decreto di espulsione degli Stuart. Charles fu costretto a tornare a Roma, e non vide mai più la Scozia. Col passare del tempo il giovane principe divenne un uomo ferito, malinconico, con una certa inclinazione all’alcool. Ebbe un matrimonio infelice che non gli lasciò eredi ed infine morì, nel 1788 tra le braccia della figlia illegittima Charlotte, segnando la fine della dinastia degli Stuart. Come segno di gratitudine verso l’Italia, nazione che lo accolse durante il suo ultimo esilio europeo, Charles diede il permesso agli italiani di indossare il kilt con il tartan reale (Royal Stewart Tartan). Nei pressi di Glenfinnan, dove per la prima volta si riunì l’esercito giacobita e dove il sogno di gloria ebbe inizio, una targa d’ottone recante l’iscrizione “Charles Edward Stuart, R.I.P.”, appesa al muro di una piccola chiesa, ricorda l’impresa del Principe. La porta occidentale della chiesa di St Mary and St Finnan è sempre aperta, nel caso in cui lo spirito del Bonnie Prince Charlie dovesse ritornare nella sua amata Scozia.

Ritratto di un vecchio Charles Edward Stuart, eseguito da Hugh Douglas Hamilton nel 1785
Ritratto di un vecchio Charles Edward Stuart, eseguito da Hugh Douglas Hamilton nel 1785

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FONTE: Il cardo e la Croce, Paolo Gulisano

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