Personaggi famosi scozzesi: la storia dela coraggiosa black agnes randolph

Dopo Flora MacDonald, ecco spuntare un’altra eroina scozzese, ricordata per il suo coraggio nell’affrontare l’assedio inglese al castello di Dumbar nel 1388. Ma vediamo i fatti con ordine…

Un ritratto di Balck Agnes in un libro per bambini
Un ritratto di Balck Agnes in un libro per bambini

Nonostante la pesante sconfitta subita dagli inglesi a Bonnockburn nel 1314 ad opera degli scozzesi guidati dal (futuro) Re Robert the Bruce, le forze Inglesi ritornarono in Scozia nel 1338 con l’intento di riconquista e riportare il nord sotto il proprio dominio. Il 13 gennaio arrivarono fuori le possenti mura del Dunbar Castle, trenta miglia a est di Edimburgo. Sarebbe dovuto essere un castello relativamente semplice da conquistare, tanto più che il Lord, Patrick Dunbar, Conte di Dunbar e March, in quel periodo era lontano da casa, occupato a combattere con le forze scozzesi più a nord. Gli inglesi però si trovarono a fronteggiare un padrone di casa ostile e coraggioso: il castello era sotto il comando di Lady Agnes Randolph, Contessa di Moray e moglie del Conte, soprannominata Black Agnes per i suoi capelli e occhi scuri e la sua carnagione olivastra. Rimasta sola con uno scarso manipolo di uomini, si rifiutò di consegnare il castello in mano agli inglesi, pronunciando le celebri parole:

Of Scotland’s King I haud my house, He pays me meat and fee, And I will keep my gude auld house, while my house will keep me.

E così l’assedio ebbe inizio. Sotto il comando del Conte di Salisbury, le forze inglesi bombardarono le mura del castello con enormi massi e pietre usando delle potenti catapulte. Durante l’attacco, Agnes mandò le sue cameriere, riccamente vestite in abiti “da festa” (dressed in their Sunday finest), sulle mura esterne a spolverare e pulire, con i loro fazzoletti bianchi, i segni del bombardamento. Si dice anche che la stessa Agnes si mise in piedi sulle mura, deridendo l’esercito inglese. A questo punto gli inglesi sfoderarono la loro arma segreta, un potente ariete (chiamato “the sow”, la scrofa) con un tetto di legno per proteggere gli uomini che lo azionavano. Agnes non si lasciò scoraggiare e diede ordine di gettare alcuni grandi massi dai bastioni, gli stessi che gli assalitori avevano gettato loro contro, distruggendo la copertura dell’ariete e facendo fuggire i nemici sopravvissuti allo schianto.

L'assedio di Dumbar Castle
L’assedio di Dumbar Castle

L’assedio proseguì, arrivò la primavera e Salisbury credeva ormai di avere la vittoria in pugno, dato che le scorte invernali all’interno del castello iniziavano a scarseggiare. L’aiuto per gli assediati arrivò dal mare quando Sir Alexander Ramsay di Dalhousie giunse a Dumbar con uomini e rifornimenti, entrando nella fortezza attraverso una porta nascosta semisommersa. Si dice che il giorno seguente Agnes inviò una pagnotta appena sfornata e del buon vino al commando inglese che, in preda alla disperazione, usò il fratello della Contessa, John Randolph Conte di Moray catturato in precedenza, per minacciarla: o la resa, o la vita del fratello. Agnes, con estrema fermezza di spirito e molto brillantemente, puntualizzò che nel caso il fratello fosse stato ucciso senza lasciare eredi poiché non aveva ancora figli, sarebbe stata proprio lei, secondo la linea di successione, il prossimo Conte di Moray. Il fratello ebbe dunque salva la vita e poco dopo, il 10 giugno 1338, anche l’assedio ebbe termine: dopo aver tentato invano, per cinque lunghi mesi, di catturare Dunbar Castle, l’esercito inglese si arrese alla forza e al coraggio di Agnes. Black Agnes è ricordata in una ballata, nella quale la voce narrante sembra quella dello stesso comandante nemico che afferma:

She makes a stir in tower and trench,
That brawling, boisterous, Scottish wench;
Came I early, came I late.
I found Agnes at the gate.

Mette agitazione (fa scalpore) nella torre e nella trincea (fossa)
quella rissosa, chiassosa, fanciulla scozzese
sono arrivato presto, sono arrivato tardi
ho trovato Agnes al cancello.

Sir Walter Scott, celebre poeta e scrittore scozzese, affermò in seguito che “dalla raccolta di eroi scozzesi, nessuno può permettersi di cancellarla”.

 

Ciò che rimane oggi di Dunbar Castle
Ciò che rimane oggi di Dunbar Castle

Fonti:
http://www.historic-uk.com/HistoryUK/HistoryofScotland/black-agnes/
http://www.educationscotland.gov.uk/scotlandshistory/warsofindependence/blackagnes/https://en.wikipedia.org/wiki/Agnes,_Countess_of_Dunbar

Storia dei clan scozzesi: Clan Fraser

Vi avevo già parlato in questo post degli antichi Clan scozzesi, della loro nascita, delle loro caratteristiche, dei segni che li contraddistinguono. In bilico tra leggenda e realtà, ogni clan serba gelosamente la propria storia, ricordando i propri antenati, i personaggi celebri ed il proprio motto e simboli distintivi. Ad ogni famiglia corrisponde un castello, sede storica del Clan oppure utilizzato ancora ai giorni nostri come abitazione per i Clan Chief, i rappresentanti del Clan. È molto interessante approfondire la storia dei Clan scozzesi, e tra tutti i sette più “potenti” e conosciuti dell’intera Scozia ho deciso di iniziare con il Clan Fraser, reso celebre dalla recente serie televisiva “Outlander” (tra l’altro consigliatissima, girata nei magnifici paesaggi scozzesi), tratta dai romanzi della scrittrice Diana Gabaldon. La magia della tv (ed ancor prima dei libri!): milioni di persone in tutto il mondo, fino a poco tempo fa ignare di ogni minima caratteristica di un clan scozzese, oggi conoscono motto, simbolo identificativo ed addirittura alcuni personaggi storici del Clan Fraser. Ma veniamo ai fatti reali…

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STORIA

Anche se il Clan Fraser viene accomunato alle Highlands così come lo è il whisky di malto, la sua storia inizia invece nei Borders scozzesi, nelle Lowlands, zona che si trova a sud di Edimburgo, sul confine con l’Inghilterra e che nel corso della storia si è sempre distinta fortemente per cultura e per stile di vita dalla parte più settentrionale e più selvaggia della Scozia.
I Fraser arrivarono in Scozia nel XII secolo, ma da dove, è un mistero. La Frèzelière, nella Valle della Loira, è una delle ipotesi e spiegherebbe l’altra versione del cognome che è Frisell. Molti cognomi scozzesi hanno origini francesi, per esempio altri importanti Clan dei Borders come Hay (da la Haye-Bellefonds, vicino a Saint-Lo) ed il più conosciuto Bruce (Brus, oggi Brix, vicino a Cherbourg). Il primo Fraser che si ricordi e del quale vi è testimonianza scritta è Simon, che donò una chiesa nella regione dell’East Lothian all’abbazia di Kelso, attorno al 1160. Nel 1200 i Fraser erano diventati “Lords of Oliver” (oggi Tweedsmuir), nell’Upper Tweeddale. Durante il XIII secolo essi rivestirono il ruolo di sceriffi a Peebles, piccolo borgo delle Lowlands, ed uno di loro, William, divenne vescovo di Saint Andrews. Nel corso degli anni alcuni iniziarono a spostarsi più a Nord ed un ramo del Clan Fraser si stabilì così a Touch, vicino a Stirling. Entrambi vennero successivamente coinvolti nelle Guerre di Indipendenza Scozzesi, ma con risultati molto diversi. Inizialmente Simon of Oliver guidò gli scozzesi nell’inaspettata vittoria di Roslin, nel 1303, per la quale Edoardo d’Inghilterra non lo perdonò mai. Simon venne catturato tre anni dopo, poco prima dell’incoronazione di Robert Bruce, e portato a Londra dove subì una macabra esecuzione: su ordine dello stesso Edoardo, egli venne bruciato sulla forca e la sua testa mozzata venne esposta su una picca sul London Bridge, accanto a quella di William Wallace. Le terre di Simon “il patriota” passarono attraverso un matrimonio ai loro soci in affari, gli Hay. Completamente differente fu invece la sorte che toccò ai Fraser of Touch, la cui forza andò aumentando: Alexander partecipò al primo Parlamento indetto da Re Robert I the Bruce, nel 1309 a Saint Andrews, combattè a Bannockburn nel 1314 (nella battaglia che sancì l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito) ed appose il suo sigillo alla famosa Dichiarazione di Arbroath nel 1320 (dichiarazione di indipendenza, per approfondire il periodo storico leggete questo post). Lo stesso Bruce lo ricompensò dandogli in sposa sua sorella, Lady Mary, affidandogli il ruolo di ciambellano e donandogli ampi possedimenti nel Deeside. Purtroppo, Alexander e suo fratello Simon (un nome che andava molto di moda tra i Fraser a quanto pare!) morirono per mano degli inglesi rispettivamente nella battaglia di Dupplin (1332) e di Halidon Hill (1333).

dichiarazione arbroath

Nel 1400 i Fraser diventarono a tutti gli effetti degli Highlander. Gli eredi di Alexander acquisirono Philorth, nell’Aberdeenshire, attraverso un matrimonio. Un ramo cadetto, i Fraser of Muchall-in-Mar, fu creato 50 anni dopo. La famiglia di Simon nel frattempo si trasferì nuovamente a Lovat and the Aird, ad Ovest e Sud di Inverness, e si intrise così profondamente della cultura gaelica tanto da adottare il patronimico MacShimi, “son of Simon”, i figli di Simon. Essi ambivano ad essere anche Lords nel cuore del Gaidhealtachd (la parte delle Highlands che parlava gaelico) ma nel 1544 si scontarono con i potenti MacDonalds nella più sanguinaria delle battaglie tra Clan in tutta la storia. Blar-na-Lèine (la battaglia delle camice) fu combattuta nelle montagne sopra il Loch Lochy. Era una giornata così calda che i Clansmen dovettero spogliarsi – da qui il nome della battaglia. Alla fine della giornata 300 Fraser giacevano morti, compreso il capo clan e suo figlio.

Nel frattempo, i loro parenti a Philorth e Muchalls vivevano un relativo momento di pace. Ogni tanto partecipavano a qualche battaglia, per esempio per Mary Queen of Scots contro i Gordon nel 1562, ma il loro tempo lo passarono in modo più “creativo”. Tra il 1570 e il 1580 Alexander, ottavo Lord di Philorth, trasformò il piccolo borgo di pescatori di Faithlie in un nuovo villaggio, Fraserburgh. Vi costruì un nuovo castello, e avrebbe costruito anche un’università se non si fosse riempito di debiti.

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Alexander Fraer, VIII Lord Philorth Fraserburgh

Nello stesso periodo, Michael, sesto Lord of Muchalls, stava creando una nuova splendida residenza, Castle Fraser, vicino a Inverurie. Suo figlio, Andrew, completò l’opera e fu designato Lord Fraser nel 1633 da re Charles I. Quando il figlio di Charles, James VII di Scozia e II d’Inghilterra, venne mandato in esilio nel 1689, il discendente di Andrew, Charles quarto Lord Fraser, dimostrò la propria lealtà al re Stuart in esilio brindando in pubblico alla salute di sua Maestà. Ricevette una multa di 200£, una cifra molto sostanziosa all’epoca. Imperterrito, egli combatté fino alla Rivolta Giacobita del 1715, quando fu inseguito dalle truppe inglesi e precipitò da una scogliera nell’Aberdeenshire. La sua morte segnò la fine non solo della sua linea dinastica, ma anche del suo ramo dei Fraser (Per approfondire la storia delle Rivolte Giacobite, leggi questo post).

Se non c’erano dubbi a proposito della lealtà alla causa giacobita da parte dei Fraser of Muchalls, lo stesso non si poteva dire del loro parente, Simon Fraser 11° di Lovat. Egli cambiava continuamente le sue alleanze in modo da realizzare le proprie ambizioni. Il suo comportamento era così ambiguo che i suoi contemporanei lo soprannominarono “The Fox” (la volpe) e “The Spider of Dounie” (il ragno di Dounie, a causa della sua residenza vicino al villaggio di Beauly).

Simon Fraser Lovat Fox Volpe Spider Dounie
Simon Fraser, the Spider of Dounie

Nel 1716 per esempio, partecipò alla presa del castello di Inverness per George I (d’Inghilterra); sette anni dopo venne nominato Duca Fraser dall’esiliato James VIII d’Inghilterra e III di Scozia. Alla fine la sua ambiguità gli costò la vita. All’epoca di Culloden era nuovamente un giacobita – ma solo dopo che il Principe Charles Edward Stuart sconfisse George II due volte in battaglia – e spedì 250 clansmen alla morte in quel fatidico giorno. La vecchia Volpe, che stava avvicinandosi agli 80 anni, fuggì nelle montagne ma venne presto catturato e mandato a Londra. Venne decapitato nella Torre nel 1747, l’ultimo nobiluomo in Gran Bretagna ad aver ricevuto questo dubbioso onore. Suo figlio tentò duramente di recuperare la situazione, raccogliendo un reggimento per combattere in Quebec contro i francesi, dalla parte del re d’Inghilterra. Negli anni seguenti, molti Fraser emigrarono in Canada e negli Stati Uniti ed altri in Australia e Nuova Zelanda.

SIMBOLI (Clan Fraser, generico)

Clan Crest:

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Motto:

‘All my Hope is in god’, pongo tutta mia speranza in Dio

SIMBOLI (clan Fraser of Lovat)

Clan Crest:

clan fraser crest cimiero simbolo

Motto:

Je suis prest (dal francese: sono pronto). Da non confondere con il motto del Clan Fraser delle Lowlands “all my hope is in God”, tutte le mie speranze sono in Dio.

Plant Badge:

Ogni clan aveva una pianta distintiva, della quale un rametto veniva messo sul bonnet, tipico cappello scozzese. Nel caso del Clan Fraser, la pianta è il tasso, Iubhar in gaelico.

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Tartan:

Ci sono diversi colori di Tartan attribuiti ai Fraser of Lovat, trovate una lista completa sul sito ufficiale del Clan qui. Questo sotto è il classico tartan associato al Clan.

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CASTELLI DEI FRASER

Sulle rive appartate del corso superiore del fiume Tweed, in un luogo oggi chiamato Tweedsmuir ma anticamente conosciuto come Oliver, sorge una graziosa chiesa in stile tardo vittoriano. La chiesa (kirk) sorge su di un tumulo verde che potrebbe essere il monte dove Udard Fraser costruì la sua residenza attorno al 1200. Questo modesto tumulo è tutto quel che resta a testimonianza dei Fraser of Oliver perché i loro castelli a Touch e in altri luoghi sono tutti andati distrutti. Fortunatamente, le residenze che costruirono successivamente nelle Highlands hanno resistito molto meglio nel corso degli anni. Essi sono tra i più bei castelli tardo medievali in tutta la Scozia.

Tweedsmuir Kirk, il sito dove probabilmente sorgeva
Tweedsmuir Kirk, il sito dove probabilmente sorgeva la prima residenza del Clan Fraser

Il castello di Cairnbulg, accanto al fiume “Water of Philorth”, fu costruito come sede principale dei Fraser of Philorth, a seguito dell’acquisizione della tenuta nel 1375. Oggi sorge nell’entroterra rispetto alle fredde acque del Mare del Nord, ma quando i Fraser arrivarono qui il luogo non sarebbe stato lontano dalla spiaggia. La torre originale, alta e massiccia, fu costruita per Alexander Fraser e sua moglie, Joanna leslie, figlia del quinto Conte di Ross. Essa domina tutt’ora un affascinante complesso di edifici aggiunti dalle successive generazioni di Fraser of Philorth. Nel 1613 tuttavia essi vennero costretti a vendere la tenuta, a causa dei debiti contratti dall’ottavo Lord che aveva investito molto denaro nella costruzione del suo nuovo villaggio, Fraserburgh. Per i 300 anni successivi l’antica sede del Clan Fraser passò attraverso vari proprietari fino al riacquisto avvenuto nel 1934. Da allora e fino ai giorni nostri, Cairnbulg Castle rimane la sede principale del Clan.

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Cairnbulg Castle

Nella sua idea di sviluppo dell’abitato di Fraserburgh, l’ottavo Lord aveva in mente anche la costruzione di un secondo castello. Non è chiaro tuttavia se Kinnaird Head, circa 3 miglia a Nord di Cairnbulg, fosse nato come sostituto del precedente castello oppure come fortificazione secondaria. Anche Kinnaird Head era costituito da una serie di edifici che si sviluppavano attorno ad una torre principale, ma con il tempo è andato in disuso fino al 1787 quando la Northern Lighthouse Board, l’autorità generale dei fari scozzesi, l’ha convertito nel loro primo faro operativo. Gli interni furono sventrati e gli edifici circostanti eliminati – tutti eccetto l’enigmatica Wine Tower accanto alle scogliere, che riporta tutt’ora gli stemmi araldici dei Fraser sulla porta principale. Secondo la leggenda, il Lord fece ammanettare l’amante di sua figlia in una grotta marina sotto la torre, in modo che annegasse con l’alta marea. La ragazza, sconvolta, si gettò ella stesa in mare incontro alla morte.

Kinnaird Head
Kinnaird Head

A causa degli imbrogli di Simon Fraser, “The Fox”, durante la rivolta giacobita, poco rimane dei castelli medievali dei Fraser of Lovat. Un crannog, o isola roccaforte che potrebbe essere stata usata come una casa per la caccia sorge ancora nel solitario Loch a’Mhuillidh e ci sono altre due torri del XVII secolo a Dalcross e Moniack, entrambe pesantemente ricostruite ed abitate. Niente sopravvive della sede del “Ragno”, Castle Dounie, nei pressi di Beauly. Il Duca Cumberland, “il macellaio”, figlio più giovane di George II, se ne occupò personalmente. Dopo aver sconfitto i giacobiti a Culloden spedì le sue giubbe rosse a radere al suolo Dounie. Dalle sue ceneri sorse Beaufort House, costruita negli anni 80 dell’800 per il restaurato Lord Lovat.

Costruzione di Beaufort House, nel tardo 1870. A destra un ritratto del XII Lord Lovat
Costruzione di Beaufort House, nel tardo 1870. A destra un ritratto del XII Lord Lovat

Infine, c’è Castle Fraser. Di tutti i bei castelli tardo medievali della Scozia Nord Orientale, nessuno può competere con la sua imponenza. Tutto merito di Michael Fraser, sesto Laird of Muchall, e suo figlio Andrew, il primo Lord Fraser. Sono stati loro, durante il regno di James VI (1567-1625) ad ingaggiare due importanti famiglie di architetti del Nord Est della Scozia, i Leipers ed i Bells, per trasformare la torre del XV secolo nello splendido castello che possiamo ammirare oggi.

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Il primo bellissimo colpo d’occhio a Castle Fraser, arrivando dal parcheggio principale.

Fonte: Clan and Castle, the lives and lands of Scotland’s great families (Historic Scotland)

Libri sulla Scozia: “Filo di Scozia” di M.Barilli e M.Zerbini

Recentemente ho acquistato, incuriosita dalle recensioni trovate sul web, il libro “Filo di Scozia – storie di viaggi, cinema e amicizia” di Maurizio Barilli e Massimiliano Zerbini. Stavo cercando altri volumi da mettere nella mia libreria scozzese e casualmente uno degli autori ha commentato un mio qualche articolo qui sul blog, lasciandomi il link dove poter acquistare il loro libro. Detto, fatto. Appena è arrivato ho subito iniziato a leggerlo avidamente e l’ho trovato molto originale e ricco di spunti interessanti. Gli autori raccontano i loro tre viaggi in Scozia, avvenuti a grande distanza uno dall’altro, in quella che è una sorta di guida turistica ma arricchita da aneddoti curiosi e divertenti, da molte avventure e dalle emozioni degli autori, che nella loro opera fanno trasparire tutto il loro amore per la terra scozzese ed in particolare per la città di Edimburgo. La passione di Maurizio Barilli e Massimiliano Zerbini per il cinema li ha spinti alla ricerca di luoghi visti nei film, e difatti nelle ultime pagine del libro sono raccolti moltissimi titoli di film girati (interamene o in parte) in Scozia: molti li ho anche visti ma non mi ero mai resa conto che alcune scene fossero state filmate proprio là! C’è anche una bella lista di canzoni che hanno fatto da sfondo ai loro viaggi e che in qualche modo richiamano la Scozia. Un libro leggero, veloce da leggere, ma ricco di spunti e di curiosità, sia per chi ha in programma un viaggio in terra scozzese che per chi ci è già stato e vuole rivivere un pò di quella magica atmosfera!

Filo di scozia

“Si narra che, tanto tempo fa, uno sconosciuto fabbricante di calze inventò il nome “filo di Scozia” per un tipo di filo di cotone fabbricato con un procedimento speciale. Il filato doveva essere prodotto unicamente con cotone egiziano o di pari caratteristiche. Il nome, comunque, non si riferiva alla provenienza del cotone ma ne definiva la qualità. Il mistero dunque rimane: se la Scozia, al contrario di ciò che molti pensano, non è l’origine di quel filato, perché l’inventore decise di chiamarlo “Filo di Scozia”? E cosa ha a che fare questo con i racconti di viaggio che seguono? Pur agendo istintivamente nella scelta, un gioco di parole, abbiamo collegato questa vicenda direttamente alla nostra vita accorgendoci di come la Scozia sia sempre presente nei nostri pensieri. Qualcosa di imprevisto che continua a mantenerci collegati a quella terra.  La Scozia è un territorio magico. Un’oasi naturale e culturale di straordinaria bellezza. Una terra diventata famosa per il tartan, il buon whisky, le cornamuse, i castelli, ma che ha la sua forza principale negli scozzesi stessi. Persone orgogliose della loro terra, della propria storia e delle tradizioni. Non entra nella tua testa in maniera roboante o immediata ma si insinua dolcemente, passo dopo passo, catturandoti nelle sue leggende o ambientazioni tanto da dimenticarsi, a volte, di essere nel presente. Il filo magico che lega noi, la Scozia e il cinema, ci avvolge in un tessuto sottile e intenso, pronto ogni qualvolta lo si voglia indossare. La Scozia moderna è affascinante in questo suo connubio tra vecchio e nuovo e noi siamo entrati nel cuore di questo territorio da una porta secondaria ma attrezzati con uno zaino carico di gioventù, speranze, voglia di scoperta e passione cinematografica.

(Maurizio Barilli e Massimiliano Zerbini – Filo di Scozia)

Creature fantastiche scozzesi: il Changeling

“Non chiamateci gnomi, ne’ fate. Non vogliamo più essere chiamati così. Una volta era la parola perfetta per designare una grande varietà di creature, ma oggi ha troppi significati […] Se volete darmi un nome, io sono come loro, un folletto. O meglio, sono un Changeling. Noi rubiamo i bambini e ne prendiamo il posto. Il folletto diventa bambino, e il bambino folletto…” (Keith Donohue, Il bambino che non era vero)

CHANGELING

Il Changeling, antica figura presente nella mitologia di molti paesi europei, era una creatura fantastica che anche in Scozia era molto temuta e diffusa. Si credeva che le fate, attratte dai bambini umani che erano belli e sani a differenza dei loro, spesso malati e deformi, avessero la terribile abitudine di scambiare i neonati: si prendevano il bambino umano lasciando nella culla un sostituto del loro mondo, il changeling. I genitori si ritrovavano così, al posto del loro figlioletto rubato dalle fate, un essere brutto, rugoso, dalla pelle avvizzita e verdastra e con capelli indomabili oppure, meno mostruosamente, con tratti facciali inusuali e labbra dalla forma strana. Il Chageling, oltre ad avere un aspetto raccapricciante, piangeva sempre, urlava, strillava, mangiava moltissimo ma soprattutto attirava la sfortuna sulla famiglia che lo accoglieva; molto impacciato nei movimenti, egli si distingueva dai bambini normali per la sua ottima capacità di suonare gli strumenti musicali e per la maggiore intelligenza. Questo aspetto dell’essere impacciato ma “più intelligente dei bambini normali” fa pensare che i bambini che si credeva essere stati scambiati potessero in realtà essere stati affetti da autismo.
Non tutti i bambini potevano essere rapiti dalle fate, che prediligevano quelli non ancora battezzati (e in questo caso il battessimo era visto come una salvezza) oppure troppo viziati e coccolati dai propri genitori: l’unico modo che la povera madre umana aveva per riavere indietro il proprio bambino era di accudire e curare il changeling, cosicchèle fate se lo sarebbero ripreso nuovamente. Purtroppo però ciò non accadeva quasi mai poiché i piccoli demoni, malaticci e cagionevoli, non sopravvivevano molto, solitamente al massimo due o tre anni. A quel punto, per la famiglia umana non c’erano più speranze ed i poveri genitori sapevano che il loro vero figlio sarebbe stato allevato per sempre nel mondo delle fate.

fate attorno alla culla changeling faeries legends scottish

C’erano una serie di rimedi e stratagemmi per costringere un changeling ad andarsene, così come per svelare la sua reale identità. La prova per capire di aver davanti proprio una di queste creature occorreva preparare una camomilla e versarla in un guscio d’uovo: a quel punto il mostruoso neonato avrebbe dovuto esclamare “in tanti anni della mia esistenza ne ho viste di cose, ma mai versare della camomilla in un guscio d’uovo” e poi tornare al suo mondo fatato, rimandando indietro il bambino rapito. Per scacciarlo invece era necessario costringerlo a dire la sua vera età (come nel caso di molte altre creature fatate, alle quali bisogna estorcere il vero nome per farle scappare) o fargli bere del thè fatto di digitale purpurea. C’erano anche una serie di cose che le neomamme erano invitate a fare come prevenzione contro gli scambi di bambini, come per esempio il mettere nei pressi delle culla degli oggetti di ferro, poiché le fate temono tale metallo, oppure un crocefisso benedetto sopra la culla; ancora, bruciare strisce di pelle nella stanza, dare da bere alla neomamma e al neonato latte di mucca alla quale era stata data da mangiare un’erba chiamata mota, accendere quante più luci possibili sulle finestre o accanto alle porte oppure non far uscire di casa la mamma ed il suo bambino. C’erano anche modi alquanto raccapriccianti per accertare la vera identità del bambino: un cesto veniva appeso ad un ramo di nocciolo sopra il fuoco, e in questo cesto veniva posto il sospetto changeling. Si attendeva, mentre le fiamme scaldavano il paniere, e se il bambino al suo interno avesse urlato di dolore allora sarebbe stato sicuramente un changeling. La maggior parte delle persone dell’epoca sapeva ben poco su ciò che poteva aver causato queste caratteristiche fisiche e questi strani comportamenti del loro bambino: condizioni genetiche, anomalie cromosomiche, malattie – tutto quello che avrebbe potuto dare ad un bimbo un aspetto strano e anche magari spaventoso – erano argomenti sconosciuti nelle remote Highlands e le soluzioni ignote erano inevitabilmente cercate nel mondo delle fate. Oggi ci rendiamo conto che esse servivano solo a dare una spiegazione a malattie allora misteriose come l’autismo oppure per dare una spiegazione all’improvvisa scomparsa di bambini mai più ritrovati. Documenti giudiziari datati tra il 1850 e il 1900 in Germania, Scandinavia, Gran Bretagna e Irlanda rivelano numerosi procedimenti contro imputati accusati di aver torturato e assassinato sospetti changeling. Dei fascicoli giudiziari di Gotland, Svezia, del 1690 documentano che un uomo e una donna furono messi a processo per aver lasciato un “changeling” di dieci anni – un bambino che non era cresciuto “nella norma” – su un mucchio di letame durante tutta la notte della vigilia di Natale, sperando che le fate che avevano fatto lo scambio alcuni anni prima sarebbero ritornate con il loro vero figlio. Il povero bambino morì per l’esposizione al freddo invernale. Situazioni simili erano senza dubbio ancora più diffuse nei secoli precedenti.

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Il maltrattamento dei changeling nelle leggende spesso porta ad un esito felice per i genitori umani ed il loro vero figlio che la maggior parte delle volte viene restituito, sano e salvo. Storie con questo genere di finali davano speranze, auguravano miglioramenti e fuggivano in qualche modo da un’era in cui i difetti di nascita e le debilitanti malattie infantili erano largamente diffuse. Ma non sempre questi racconti hanno finali felici. Spesso i bambini creduti changeling venivano allontanati o uccisi e non c’è alcuna indicazione che il bambino sano rubato sia poi in effetti ritornato. I racconti che omettono il ritorno del bambino legittimo riflettono un aspetto doloroso della sopravvivenza della famiglia nell’Europa pre-industriale: la sussistenza di una famiglia di contadini dipendeva dalla capacità di ogni membro di produrre sostentamento ed era molto difficile mantenere chi invece era un peso sulle scarse risorse famigliari. Il fatto che il vorace appetito dei changeling sia spesso citato nelle leggende, indica che i genitori di questi sfortunati bambini vedevano nella loro stessa esistenza una minaccia per il sostentamento dell’intera famiglia. Queste leggende sono una prova storica che suggerisce che l’infanticidio non era di rado la soluzione adottata per tale problema. Il progresso della scienza tra il XVIII e il XIX secolo ha lentamente eliminato la credenza popolare che i bambini ritardati o malformati probabilmente non erano umani ma piuttosto il frutto di qualche essere demoniaco, dei figli che potevano essere trascurati, maltrattati e anche messi a morte senza scrupoli morali. Quando le spiegazioni teologiche hanno lasciato spazio a quelle mediche, i valori umani e sociali sono cambiati a tal punto che la stessa parola “changeling” e i suoi equivalenti nelle altre lingue, sono diventati delle curiosità storiche, resti di credenze e pratiche che hanno aiutato i nostri antenati Europei – nel bene o nel male – ad affrontare i problemi della vita e della morte di fronte a bambini fisicamente o mentalmente imperfetti.

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Changelings in un’illustrazione di Alan Lee

UNA LEGGENDA

Walter Scott, in un intervento nell’opera “On the Fairies of Popular Superstition“, parla di un episodio avvenuto nei pressi di Inverness, nella piccola parrocchia di Suddie. Non lontano dalla chiesa, racconta il noto scrittore scozzese, si trovava una bassa collina chiamata Therdy Hill sulla cima della quale c’era un pozzo. Quando qualche bambino era ammalato e la malattia durava tanto da ridurlo carne ed ossa, la gente comune immaginava che fosse portato via da degli spiriti chiamati “Fairies”. Così, durante un particolare periodo in estate, i bambini malati venivano lasciati accanto a quel pozzo da soli per tutta la notte, tenuti d’occhio a distanza: la loro malattia li finirà oppure passerà, pensavano gli abitanti del villaggio, affermando che la maggior parte di loro alla fine guariva.
Un giorno una donna, dopo aver lasciato il suo bambino alle cure della balia del villaggio, lo ritrovò così diverso che lo riconobbe con difficoltà ma non sapendo cosa fare, lo riportò a casa con lei. Dopo alcuni anni però il bambino non era ancora capace di camminare, muoversi o parlare e la povera donna era costretta a portarlo sempre in braccio. Un giorno un mendicante bussò alla porta: “Che Dio vi benedica signora!” disse “voi e il vostro povero bambino! Abbiate pietà e date qualcosa ad un pover’uomo!”.
“Ah, il bambino” rispose la donna “è la causa di tutti i miei mali” e raccontò cos’era successo, aggiungendo che aveva sperato invano che il figlio cambiasse. Il vecchio, la cui età lo rendeva prudente in questo genere di argomenti, le disse che per scoprire la vera identità del figlio avrebbe dovuto spazzare molto bene il camino, accendere un fuoco e mettere il bambino ben legato nella sua sedia davanti ad esso. In seguito, avrebbe dovuto rompere una dozzina d’uova e metterne i ventiquattro mezzi gusci davanti al bambino ed infine uscire e mettersi dietro la porta ad ascoltare: se il bimbo avesse parlato sarebbe stato sicuramente un changeling e così lei avrebbe dovuto prenderlo, portarlo fuori, e lasciarlo a piangere nel letamaio finchè non avesse più udito la sua voce.
La donna, dopo aver fatto tutto quello consigliatole dal vecchio mendicante, si nascose dietro la porta e sentì il bambino parlare e dire “Prima di andare dalla balia io avevo sette anni, e quattro ne ho vissuti da allora, e non ho mai visto così tante pentolini prima!”. Nell’udire queste parole, la donna prese il bambino e lo lasciò piangente nel letamaio e, senza provare alcuna pietà, lo lasciò là finchè non ne sentì più la voce; e una volta ritornata a casa, vi ritrovò il suo vero figlioletto.

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IL BIMBO RESTITUITO

In un’altra leggenda scozzese una donna si era recata nei campi per tosare le pecore, portando con sé il proprio piccino e lasciandolo al riparo di una siepe. A un certo punto stava per andare a dargli la poppata quando il bimbo iniziò a piangere e a strillare così forte e in un modo tale che la donna si allarmò moltissimo. Un uomo che stava mietendo nelle vicinanze le sconsigliò di andare a vedere cosa fosse successo e di lasciarlo da solo a quietarsi. Dopo una mezz’ora, la donna trovò il bambino del suo umore normale. L’uomo disse che aveva visto il Piccolo Popolo portar via il bambino e mettere al suo posto un sostituto. “Solo quando hanno visto che il loro piccolo demonietto urlante non veniva accudito né nutrito hanno pensato bene di riprenderselo e di rimettere tuo figlio dove l’avevano trovato”.

Dettaglio dell'opera "The Legend of St. Stephen" di Martino di Bartolomeo -  XV secolo
Dettaglio dell’opera “The Legend of St. Stephen” di Martino di Bartolomeo – XV secolo

IL CHANGELING DI BRESLAU

Questa storia ebbe luogo nel 1580. Vicino a Breslau viveva un nobiluomo che produceva un grande raccolto di fieno ogni estate ed aveva molte persone che lavoravano per lui. Un anno c’era tra queste persone una neo mamma, una donna che aveva avuto a mala pena una settimana per riprendersi dalle fatiche del parto e che fu costretta quindi a portare il figlioletto al lavoro con lei, mettendolo sopra un piccolo mucchietto d’erba e lasciandolo solo mentre aiutava con il fieno. Dopo aver lavorato un po’, tornò dal suo bimbo per accudirlo. Lo guardò e si mise ad urlare, disperata, perché quello non era suo figlio: egli succhiava il latte così avidamente che non le ricordava affatto il bimbo che aveva lasciato poco tempo prima. Come spesso succede in questo genere di casi, la donna tenne il bambino per diversi giorni, ma era così maleducato che la povera donna crollò: raccontò la storia al suo datore di lavoro, il nobiluomo, il quale le disse “Donna, se pensi che quello non sia tuo figlio, allora fai così: prendilo e portalo fuori sul prato dove lo hai trovato, e picchialo duramente con una frusta. Sarai testimone di un miracolo”. La donna seguì il consiglio del nobiluomo. Uscì e picchiò il bambino con una frusta finchè non si mise ad urlare a squarciagola. Allora vennero le fate che si ripresero il loro bimbo, riportando indietro quello che avevano rubato, restituendolo alla madre dicendo “Ecco, di nuovo tuo!”. Questa storia è conosciuta e spesso raccontata dai giovani e dai vecchi che vivono attorno a Breslau.

Der Wechselbalg. Il changeling, di Henry Fuseli 1780
Der Wechselbalg. Il changeling, di Henry Fuseli 1780

Fonti:
https://en.wikipedia.org/wiki/Changeling
http://www.pitt.edu/~dash/britchange.html

Dunnottar Castle, il più bel castello di Scozia: storia, curiosita’ e una magnifica passeggiata costiera

Lo si trova all’improvviso, arroccato sul suo imponente scoglio e circondato da campi e prati verdi, pieni zeppi di ginestrone giallo e di allegri narcisi. Lo si scorge da lontano, ed è difficile resistere alla tentazione di iniziare a correre per raggiungerlo in fretta ed osservarlo da vicino . Il Dunnottar Castle è un vero gioiello, uno dei castelli più belli e suggestivi dell’intera Scozia e decisamente anche il mio preferito. Poco distante dal villaggio costiero di Stonehaven, sulla costa orientale della Scozia, il castello sorge su di un piccolo promontorio roccioso collegato a terra solo da uno stretto passaggio e circondato dalle fredde acque del Mare del Nord. Lo si raggiunge in due modi: lasciando la macchina nel parcheggio sterrato che si trova a cinque minuti di distanza oppure camminando lungo il sentiero costiero che parte dal vicino villaggio e che, inerpicandosi sul ciglio delle scogliere circostanti, in una quarantina di minuti porta a destinazione. Se avete tempo a sufficenza vi suggerisco decisamente la seconda opzione! Venite, vi porto a visitare il Dunnottar Castle virtualmente, partiamo subito!

  1. LA PASSEGGIATA COSTIERA PER RAGGIUNGERE IL CASTELLO
  2. LA STORIA DEL CASTELLO
  3. IL LEGAME CON I GIOIELLI DELLA CORONA SCOZZESE
  4. WHIG’S VAULT, LE MALSANE PRIGIONI DEL CASTELLO
  5. LA STRUTTURA DEL CASTELLO
  6. COME ARRIVARE AL DUNNOTTAR CASTLE
  7. IL VILLAGGIO DI STONEHAVEN
  8. DORMIRE E DOVE MANGIARE A STONEHAVEN
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LA PASSEGGIATA COSTIERA PER RAGGIUNGERE IL CASTELLO

Si parte dal piccolo porticciolo del villaggio di Stonehaven e, seguendo le indicazioni, ci si inerpica su per una salita che all’inizio può davvero spaventare o mettere in difficoltà. Non preoccupatevi, è solo il primo pezzo di strada per raggiungere la sommità delle scogliere e una volta in cima la strada prosegue praticamente pianeggiante fino al castello. Arranco un pò, con varie soste per guardare indietro il paese che si fa sempre più piccolo, e una volta arrivata in cima imbocco il sentiero sterrato che, passando tra i campi, conduce sempre più vicino al mare. Eccomi infine, sulla cima di queste imponenti scogliere, con il vento che soffia fortissimo, le onde che si infrangono sulle rocce sottostanti e i numerosissimi uccelli marini che gracchiano e volano freneticamente attorno ai loro nidi costruiti nelle pareti rocciose.

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Il paesaggio circostante è magnifico, il cielo limpido ed azzurrissimo e la vista spazia dall’immenso mare alle basse colline verdi che mi accingo ad attraversare. Dopo un paio di minuti abbondanti di contemplazione mi rimetto in marcia, raggiungendo poco dopo il Stonehaven War Memorial, un monumento che sorge sulla cosiddetta Black Hill, realizzato dall’architetto di Aberdeen John Ellis a ricordo dei caduti durante le guerre. Uno stretto sentiero si snoda tra una distesa enorme di narcisi bianchi e gialli tanto da sembrare davvero ritagliato in mezzo ai fiori. Per terra, un pavimento di erbetta verde e, a metà percorso, una panchina di legno che invita a sedersi e a contemplare il paesaggio.

Riprendo la marcia e mi avvicino sempre di più, ma mi fermo spesso perché attratta da un vista particolare, da uno scoglio un po’ strano, da un’inquadratura che appare perfetta. Decido di arrivare al castello da una via secondaria anziché dal sentiero costiero ed abbandono la mia strada, scendendo in un punto abbastanza accessibile fino a raggiungere la lunga spiaggia di sassi sottostante. Qui il vento soffia meno, il sole è tiepido e si sente un forte odore salmastro: cammino a fatica tra i ciottoli perfettamente rotondi, tenendo un occhio ben attento agli scogli nel caso qualche foca decidesse di farsi vedere. Arrivo proprio sotto al castello, ai piedi dell’imponente roccia sulla quale è costruito. Raggiungo l’entrata principale, una porticina piccola e stretta che si raggiunge attraverso un’altrettanto stretta strada piena di gradini e vengo immediatamente catapultata in un mondo antico nel quale il tempo sembra essersi fermato…

Dunnottar castle
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LA STORIA DEL CASTELLO

Il nome Dunnottar deriva dalla parola Pittica “Dun” che significa fortezza o luogo di resistenza. Il sito dove sorge il castello fu abitato fin dall’antichità dalla popolazione pre celtica dei Pitti, anche se non si conosce con precisione la data esatta. L’importanza del luogo per quest’antica popolazione era probabilmente di carattere religioso. I Pitti erano dei politeisti ed adoravano gli spiriti della natura che dividevano in divinità maschili e femminili; il sito del castello è legato alla leggendaria figura della “dama verde” (green lady), avvistato nei pressi delle cucine del castello, mentre cercava i suoi figli dispersi, ossia quei Pitti che furono convertiti al Cristianesimo attorno al V secolo a.C. Nel V secolo St Ninian portò il cristianesimo tra la popolazione dei Pitti, e scelse Dunnottar come sito dove venne costruita una delle sue numerose chiese.

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La baia sottostante al castello

Più tardi, nel IX secolo, il re Donald II, il primo ad essere chiamato rí Alban, Re di Scozia, fu ucciso mentre proteggeva Dunnottar Castle da un’invasione vichinga: la sua morte fu tuttavia vana poiché i vichinghi conquistarono e distrussero il castello. Nel XII secolo Dunnottar Castle divenne un insediamento cristiano e la prima cappella di pietra fu consacrata nel 1276. Secondo la testimonianza di “Blind Harry”, un poeta del XV secolo e il cui poema epico fu d’ispirazione per il film Braveheart, William Wallace conquistò il castello, che durante la guerra d’indipendenza era in mano inglese, nel 1297 e diede fuoco a questa cappella con una guarnigione di soldati inglesi chiusi al suo interno. La cappella odierna fu ricostruita a seguito di questa vicenda, nel XVI secolo.

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Dunnottar Castle fu la dimora di una delle più potenti famiglie in Scozia, i Conti Marischal. Proprio un componente di questa famiglia, Sir William Keith, il primo conte Marischal, costruì la Tower House, o The keep (il mastio). Il titolo nobiliare fu elargito ai Marischal dal Re James II, che li nominò anche Ufficiali di Stato, assieme agli Steward e ai Constable. Il conte Marischal aveva una specifica responsabilità per gli eventi cerimoniali, per i gioielli della corona (Honours of Scotland) e per la sicurezza della persona del re dentro il Parlamento. Non era inusuale per i monarchi, inclusa poi Mary Stuart, Queen of Scots, passare del tempo presso Dunnottar Castle.

IL LEGAME CON I GIOIELLI DELLA CORONA SCOZZESE

Nel 1649 Charles I Re di Scozia ed Inghilterra (nipote di Mary Stuart), fu giustiziato da Oliver Cromwell, l’autoproclamatosi Lord Protettore (lord Protector). Nel 1650, il suo giovane figlio Charles II arrivò nel Nord Est della Scozia e passò una notte a Dunnottar prima di riprendere il viaggio a Sud per rivendicare il trono del padre. Apprendendo la notizia del suo arrivo, Cromwell ordinò un attacco massiccio alla Scozia: in tutta fretta Charles II venne incoronato a Scone, antica sede di incoronazione dei re scozzesi, ed i Gioielli della Corona, anziché venir riportati al castello di Edimburgo che era sotto assedio dalle truppe inglesi, furono consegnati sotto la custodia del Conte Marischal che ricevette il compito di tenerli al sicuro presso Dunnottar Castle.

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La corona, lo scettro e la spada di Stato furono portati nella fortezza da Katherine Drummond, nascosti in una sacco di lana. Tuttavia, non passò molto prima che il castello cadesse sotto assedio: per otto mesi la guarnigione di settanta uomini resistette contro gli invasori, finchè arrivò l’artiglieria pesante. Dopo dieci giorni di bombardamenti le truppe del castello si arresero ma gli inglesi, una volta entrati, non trovarono quello che stavano cercando. I gioielli della corona erano stati segretamente trasportati nella chiesa di Kinneff e sepolti sotto il pavimento, dove rimasero per ben undici anni, prima che il re ritornasse sul suo trono e diede disposizioni di riportarli ad Edimburgo. Ad organizzare la “fuga” del tesoro furono due donne, Elizabeth Douglas e Christian Fletcher, moglie del luogotenente del castello la prima e del pastore della parrocchia locale la seconda. Esistono due versioni di come le donne riuscirono nel loro intento. Christian Fletcher dichiarò nel 1664 di essere risuscita, durante tre visite al casello avvenute tra febbraio e marzo del 1652, a portar via corona, scettro e spada nascosti in sacchi di merce varia; un’altra versione, data agli inizi del XVIII secolo da un precettore del Conte Marischal, afferma che i gioielli furono calati dal castello alla spiaggia sottostante, dove furono raccolti dai servi della Fletcher e trasportati in una cesta di frutti di mare fino alla chiesa dove vennero sepolti dalla stessa Fletcher e da suo marito. Quando gli “Honours” vennero rimossi dal loro nascondiglio scoppiò una disputa per chi avesse effettivamente salvato i gioielli: a Fletcher vennero assegnati 2000 merks (monete d’argento scozzesi), ma pare che la somma non fu mai pagata.

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WHIG’S VAULT, LE MALSANE PRIGIONI DEL CASTELLO

Uno dei capitoli più oscuri della storia di Dunnottar è quella del “Whig’s Vault”. Nel 1685, 122 uomini e 45 donne, il cui crimine era il rifiuto di riconoscere la supremazia del re nelle questioni spirituali, vennero rinchiusi dal 24 maggio fino alla fine di luglio nelle cupe e malsane prigioni del castello, in condizioni igieniche pessime e con scarsissime scorte di cibo. Trentasette di loro giurarono fedeltà al re e furono rilasciati, venticinque riuscirono a scappare anche se quindici vennero nuovamente catturati e due morirono nell’impresa, precipitando dagli scogli. Cinque prigionieri morirono nelle prigioni e tutti gli altri vennero deportati nelle indie Occidentali, ma si crede che circa settanta di loro morirono di febbre durante il viaggio in mare.

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Nel 1715, il decimo ed ultimo Conte Marischal, George Keith, fu condannato per tradimento per aver preso parte alla rivolta giacobita. Le sue proprietà, incluso Dunnottar Castle, vennero sequestrati dal Governo. Il castello viene in seguito abbandonato finchè venne acquistato dalla famiglia Cowdray nel 1925. Il primo Visconte Cowdray, Weetman Pearson, intraprese un sistematico lavoro di ristrutturazione: da allora il Dunnottar Castle è rimasto nella proprietà di questa famiglia ed aperto ai visitatori.

LA STRUTTURA DEL CASTELLO

Accessibile attraverso un ripido sentiero, il Dunnottar Castle si trova in una posizione strategica che permetteva di avere un buon controllo sulla zona circostante. Molti degli edifici, costruiti tra il XIII e il XVII secolo, sono dislocati su di un promontorio di circa 1,4 ettari e la struttura dominante è la fortezza o “tower house” costruita nel XIV secolo. Gli altri edifici principali sono la gatehouse (il corpo di guardia), the chapel (la cappella) e il “palazzo” del XVI secolo dove si trova anche il Whigs’ Vault.

Ecco la mappa di Dunnottar castle:  A) Accesso e Benholm's Lodging B) Tunnels C) Tower House D) Forge E) Waterton's Lodging G) Stalle H) Palazzo I) Cappella J) Whigs' Vault K) Campo da bocce L) Vedetta M) Scogliera N) Mare del Nord  (immagine di Jonathan Oldenbuck )
Ecco la mappa di Dunnottar Castle:
A) Accesso e Benholm’s Lodging B) Tunnels C) Tower House D) Forge E) Waterton’s Lodging G) Stalle H) Palazzo I) Cappella J) Whigs’ Vault K) Campo da bocce L) Vedetta M) Scogliera N) Mare del Nord
(immagine di Jonathan Oldenbuck )

L’entrata del castello, dominata da fortificazioni esterne, è attraverso il main gate, il cancello principale situato in una fenditura delle scogliere rocciose e protetto da un imponente muro di massi e da un portcullis (cancello di ferro tipo saracinesca, tipico dei castelli medievali) del quale oggi rimangono solo delle fessure scavate nel muro dove era fissato. In effetti la porta d’ingresso attuale, che risale al XVII secolo, è davvero piccola e stretta. Tuttavia si può ancora vedere l’originale entrata ad arco, leggermente più grande. Per un castello così arroccato non si poteva certo costruire un’entrata trionfale e le ridotte dimensioni erano anche sinonimo di maggiore difendibilità. Accanto al cancello principale si trova il Benholm’s Lodging, un edificio di cinque piani costruito nella roccia, che ospita una prigione e degli appartamenti. Alcune piccole finestrelle poste su tre livelli che si affacciano verso l’esterno sulla parete della Benholm’s Lodging, erano usate a scopo difensivo per poter colpire eventuali invasori che si apprestassero a conquistare il castello attraverso l’entrata principale. Anche nei pressi di quest’ultima, proprio di fronte al cancello d’ingresso, si trovano scavati nella pietra quattro fori porta cannoni (gun ports) per fronteggiare gli avversari nel caso fossero riusciti a penetrare nella fortezza. Una volta superata la porta d’accesso, il passaggio lastricato d’entrata fa una secca curva a sinistra, altra tattica difensiva per rallentare l’avanzata dei nemici, per poi proseguire in salita attraverso due gallerie ad arco e fino a sbucare in cima al promontorio, in un prato d’erbetta verde nei pressi della fortezza principale. Un secondo ingresso conduce al castello da una baia rocciosa, dall’interno di una grotta marina nella parte Nord delle scogliere di Dunnottar, abbastanza grande da poter ospitare una piccola barchetta. Da qui, un ripido sentiero porta ad un’angusta porta fortificata (postierla) sulla sommità del promontorio che a sua volta conduce al castello attraverso la Water Gate del palazzo.

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La fortezza, o Tower House, risalente al XIV secolo, ha un sotterraneo di pietra a volta e originariamente aveva altri tre piani ed una soffitta. Misura 12×11 metri ed è alta 15 metri fino al tetto; le stanze principali che vi si trovavano erano la great hall e le stanze private del Lord, con una camera da letto ai piani superiori. Al piano interrato c’era un magazzino e la fucina di un fabbro con un grande camino. Nelle vicinanze si trovano le stalle e la Waterton’s Lodging, conosciuta come the Priest’s House, la casa del prete, costruita attorno al 1574. Questa piccola casa, che includeva una hall e una cucina a piano terra e camere private al piano superiore collegate da una scala a chiocciola esterna, prende il suo nome da Thomas Forbes of Waterton, un attendente del settimo conte Marischal.

Il palazzo, nella parte Nord Est del promontorio, fu costruito nel tardo XVI secolo e comprende tre ali principali disposte a formare un quadrilatero e fu probabilmente opera del quinto conte Marischal. Con i suoi sette identici alloggi costruiti nella parte Ovest, dotati di finestre e caminetti e che si aprivano tutti sul quadrangolo interno alla struttura, esso forniva grandi e confortevoli camere per sostituire quelle più piccole della Tower House. Sopra gli alloggi c’era una lunga galleria di 35 metri, che oggi è senza tetto ma che in passato aveva un elaborato soffitto di quercia e nella quale era esposta una tavoletta romana prelevata dal Vallo di Antonino. Nell’estremità Nord della galleria era presente un salotto accessibile anche dall’alloggio sottostante.

Stonehaven

I sotterranei della struttura nella parte Nord ospitavano le cucine e i magazzini, con una sala da pranzo ed una grande sala al piano superiore e al piano terra c’è il Water Gate, che permetteva l’accesso all’entrata secondaria nelle scogliere settentrionali. Nella parte Est del palazzo erano ospitate una dispensa, una stanza di cottura con un forno e un panificio al piano terra e una suite e un appartamento per la Contessa a quello superiore. Non distante si trovavano gli appartamenti del Conte che includevano la “King’s Bedroom”, la stanza da letto nella quale venne ospitato Charles II. In questa stanza c’è una pietra lavorata con lo stemma del settimo conte e sua moglie e la data 1654. Sotto queste camere c’è il Whigs’ Vault, una cella misurante 16×4,5 metri con una grande finestra e un’ulteriore deposito sottostante raggiungibile tramite una botola nel pavimento. Delle camere del palazzo, solo la sala da pranzo e la Silver House conservano tutt’oggi un tetto, restaurato nel 1920. L’aerea centrale del palazzo ospita una cisterna circolare profonda circa 8 metri e un campo da bocce si trova poco distante. Accanto all’edificio si trova la cappella, consacrata nel 1276 e largamente ricostruita nel XVI secolo, che conserva ancora la sua muratura medievale e due finestre del XIII secolo.

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COME ARRIVARE AL DUNNOTTAR CASTLE

C’è un parcheggio sterrato disponibile per i visitatori, con una stradina che in pochi minuti porta proprio davanti al promontorio dove sorge il castello. Si trova sulla Tourist Costal Route che si imbocca dalla A92 poco prima della svolta per il cenro di Stonehaven. Se invece volte godere appieno del magnifico paesaggio potete intraprendere il percorso che, tramite un comodo e scenografico sentiero, porta dal centro abitato al castello in circa 30-40 minuti (lunghezza percorso: 5.5km andata e ritorno). Una volta lasciata l’auto in uno dei numerosi parcheggi presenti in paese, si prosegue lungo la spiaggia su di una passerella in legno lungo la quale si trovano alcune sculture realizzate con materiali naturali. Una volta giunti al piccolo porticciolo si imbocca il sentiero vero e proprio che è molto ripido solo nel primissimo tratto, per poi proseguire pianeggiante tra le campagne e lungo la costa fino ad arrivare al Castello (percorso giallo nella mappa sottostante).

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E se non volete tornare dalla stessa strada, potete fare una deviazione per il Dunnottar Woods (percorso verde nella mappa sovrastante) e ritornare a Stonehaven attraverso questo tranquillo boschetto al cui interno si possono trovare alcuni manufatti storici, come la shell house, una piccola casetta ricoperta di conchiglie, o il Lady Kennedy’s bath, una specie di piscina costruita lungo un ruscello, risalenti all’epoca in cui il bosco faceva parte della proprietà della famiglia  che risiedeva nell’ormai demolita Dunnottar House. Sinceramente, non mi ha entusiasmata molto, ma camminare tra gli alberi in una tiepida giornata di sole è senza dubbio molto rilassante e rigenerante. Seguentdo i numerosi sentieri presenti nel Dunnottar Woods si ritorna nel centro di Stonehaven. Il percorso circolare (Stonehaven -> Dunnottar Castle -> Dunnottar Woods -> Stonehaven) è lungo approssimativamente 7,2 km.

IL VILLAGGIO DI STONEHAVEN

Stonehaven è un villaggio di circa 11.000 abitanti, affacciato sul Mare del Nord nella parte nord orientale della costa scozzese e facente parte dell’area amministrativa dell’Aberdeenshire. Con la sua magnifica posizione aperta sulla Stonehaven bay, il villaggio presenta un entroterra di colline, valli fluviali e foreste. Si presenta come un paese piccolo e tranquillo, ma con molte da cose da vedere e molto attrezzato per accogliere i turisti. Conosciuta principalmente per il Dunnottar Castle, Stonehaven offre anche un piccolo museo della pesca, il Toolboth Museum, una piscina riscaldata all’aperto dallo stile un pò retrò, nonchè numerosissime passeggiate nei magnifici dintorni.

Sito ufficiale di Stonehaven: http://www.stonehavenguide.net/

DORMIRE E MANGIARE A STONEHAVEN

Se avete in programma di trascorrere una o più notti a Stonehaven vi suggerisco di alloggiare al Baybiew b&b, una guesthouse che dispone di camere private e di appartamenti affacciata alla spiaggia. Le stanze sono magnifiche, ben arredate e dotate di ogni confort. Noi avevamo dormito nella Green Room, una camera con vista sul retro ma molto carina. La colazione è servita nella soleggiata sala al piano terra, vista mare, e se è bel tempo potete godervela anche all’aperto! Per la cena non ho dubbi: non potete lasciare Stonehaven senza aver provato il pluripremiato The Bay fish and chips, sulla spiaggia, eslcusivamente da asporto. Ad ora è uno dei più buoni mai provati in Scozia!


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Mary Stuart, storia di una Regina di Scozia / Parte 7

PARTE 7 (1584 – 1587): Verso la fine

Mary Stuart ha quarant’anni ed inizia ad essere stanca della sua prigionia e della sua vita dura e vuota. In uno dei molti momenti di sconforto, in cui il suo più grande desiderio è molto probabilmente la morte, scrive queste commoventi righe in latino:

“O Domine Deus! Speravi in te. O care mi Jesu! Nunc libera me. In dura catena, in misera poena, desidero Te. Languendo, gemendo et genu flectendo, adoro, imploro, ut liberes me”
“Signorre Iddio, ho sperato in te! O mio buon Gesù, ora liberami! Incatenata, misera, ti desidero. Languida, gemente e prostrata, adorando t’imploro: liberami!” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 304)

L’ultima speranza di Mary è di trovare un’intesa col figlio Giacomo VI che però, allevato lontano dalla sua protezione, nella fede protestante e dai suoi nemici più accaniti, ha un atteggiamento gelido nei confronti della madre: le uniche informazioni che conosce sul suo conto sono che ha collaborato ad uccidere suo padre e che gli contesta i diritti alla corona. Elisabetta ancora una volta precede Mary e cercando di impedire a tutti i costi un loro pericoloso riavvicinamento stringe accordi segreti con Giacomo, offrendo una pensione annua di cinquemila sterline se il futuro re firmerà un trattato di alleanza che, tra le sue varie clausole, tralascia completamente quella della liberazione della madre: ignorandola come se non esistesse, suo figlio si mette d’accordo con la sua acerrima nemica.

Mary queen of scots and King James VI of Scotland - dipinto del 1583. Mary è ritratta durante la sua prigionia in Inghilterra infatti vestiti e perfino gioielli sono uguarli a quelli di altri quadri realizzati durante quel periodo.
Mary queen of scots and King James VI of Scotland – dipinto del 1583. Mary è ritratta durante la sua prigionia in Inghilterra infatti vestiti e perfino gioielli sono uguarli a quelli di altri quadri realizzati durante quel periodo.

Dopo questo episodio, e con una lettera crudele e piena di rabbia disperata nella quale Mary Stuart mette in luce tutti i difetti fisici e le debolezze private di Elisabetta, non c’è più possibilità di riconciliazione e la lotta tra le due regine arriva ad un punto di odio profondo: si è giunti all’ultima fase di questa lotta decennale. Il suo carceriere Shrewsbury, che si era rivelato troppo gentile ed indulgente, viene sostituito da un protestante fanatico, Amyas Poulet, che sin dall’inizio si impegna a rendere difficile e poco gradevole la vita a Mary Stuart. La sua sorveglianza viene notevolmente aumentata, i soldati che controllano le vie d’entrata ed uscita al castello raddoppiati, alla servitù viene tolta qualsiasi libertà di movimento tanto che una persona può lasciare il castello solo con un permesso speciale e scortata, la biancheria, i libri, qualsiasi cosa che entra ed esce dal maniero viene controllata scrupolosamente in modo da impedire ogni corrispondenza. Infine, viene negato a Mary persino di andare a caccia e di cavalcare. Ora è una vera prigioniera rinchiusa in un carcere, ma non è ancora abbastanza. Contro di lei, per colpirla ed eliminarla definitivamente, la polizia di Stato inglese capeggiata da Wasingham e concorde con Elisabetta, sta programmando una complotto che simulerà un attentato alla vita della Regina d’Inghilterra organizzato nientemeno che dall’ignara Mary Stuart, la cosiddetta congiura Babington. Un crudele pretesto per incolparla ingiustamente e togliersela di mezzo una volta per tutte, per renderla complice di un delitto da loro stessi montato. Un piano così perfetto da essere un capolavoro, ma tanto macabro, subdolo e crudele da far venire la pelle d’oca. Il terribile complotto inizia con il trasferimento (l’ennesimo!) della regina scozzese da Tutbury alla residenza di Chartley, luogo in cui vivono diverse famiglie cattoliche sue sostenitrici. Improvvisamente, le libertà che fino al giorno prima le erano state brutalmente negate, ora le vengono nuovamente concesse e, elemento fondamentale per la riuscita del piano, riceve nuovamente le sue lettere cifrate. Queste ultime le vengono recapitate una volta alla settimana, chiuse in una bottiglia di legno sigillata all’interno di una botte di birra per la sua servitù che arriva dalla vicina osteria. Ciò che la regina non sa però è che il “buon uomo” che la consegna è pagato dalla polizia inglese per controllare la sua corrispondenza, che viene immediatamente decifrata, copiata ed inviata a Londra e poi, prontamente, consegnata a Mary Stuart o al destinatario.

Lettera codificata indirizzata a Mary Stuart
Lettera codificata indirizzata a Mary Stuart e scritta da Babington

Una volta che la polizia ha le comunicazioni della regina scozzese sotto controllo, viene scelta attentamente un’esca per attirare la donna in trappola. Antony Babington, giovane membro della piccola nobiltà, sposato e benestante che abita vicino alla tenuta di Chartley, cattolico convinto e sostenitore generoso di Mary Stuart, è ignaro durante tutte le vicende che seguiranno, di essere spiato ed usato dalla polizia inglese per realizzare il proprio macabro scopo. Babington cerca tra gli amici dei sostenitori per tentare di liberare la sua amata regina ma non si accorge che nel gruppo creato per l’occasione entrano alcuni personaggi un po’ troppo fanatici, un po’ troppo estremisti, che sono in realtà delle spie assoldate da Wasingham che premono affinché si compia un attentato contro Elisabetta e che, con molta insistenza, riescono a far prendere seriamente in considerazione l’idea a Babington ed ai suoi amici.Tuttavia per incolpare Mary occorre qualcosa di più, serve che ella stessa dia il consenso all’operazione e che lo faccia per iscritto, in modo da avere delle prove schiaccianti. Le spie convicono Babington di mettere al corrente delle proprie intenzioni la regina e lui, scioccamente, cade nella trappola mandando una lunga e dettagliata lettera alla sua carissima sovrana, in cui le rivela fin nei minimi particolari i piani predisposti, riferendo che sarà lui stesso assieme a dieci nobili e cento soldati a liberarla dal castello mentre contemporaneamente a Londra sei nobili, tutti amici fidati e dediti alla causa cattolica, avrebbero ucciso “l’usurpatrice”. Inizialmente Mary risponde solo con poche righe alla missiva e non esprime le sui idee in merito alla congiura, consigliata dal suo fedele e saggio segretario Nau a non mettere nulla per iscritto in una faccenda così compromettente. Alcuni giorni dopo però la regina cede alla tentazione e, chiusa in camera con i suoi segretari, risponde esplicitamente e punto per punto alle singole proposte. Il 17 luglio 1585 la sua risposta viene come al solito spedita nella botte. Subito la macchina delle spie si mette in moto, la lettera viene immediatamente decifrata – il segretario incaricato del deciframento è stato fatto venire per l’occasione a Chartley – e gli artefici del complotto gioiscono nel trovare ciò che da mesi aspettavano. Eccolo li, nero su bianco, il consenso di Mary Stuart all’uccisione di Elisabetta:

“Bisogna poi mettere all’opera i sei nobili [che uccideranno Elisabetta] e dar loro l’incarico che a compito svolto io sia subito portata via di qui…prima che il mio sorvegliante lo venga a sapere” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 329)

Per Wasingham e gli altri cospiratori queste righe sono sufficienti per costituire un capo d’accusa contro la sovrana scozzese. Quando un congiurato del loro gruppo viene catturato, Babington e l’amico Savage riescono a fuggire e a nascondersi per dieci giorni nel St. John’s Wood, a Londra (all’epoca fuori, oggi in centro!), ma inseguiti dalla polizia vengono catturato, arrestati e portati in catene nella Torre di Londra, dove vengono torturati e condannati a morte. Anche se in base alla legge per il reato commesso toccherebbe l’impiccagione, a Babington e nove dei suoi giovanissimi compagni toccherà soffrire un atroce e crudele fine: sei di loro vengono impiccati ma poi tirati giù ancora vivi, e ancora vivi vengono fatti a pezzi con una così atroce lentezza che persino la gente che assiste al macabro spettacolo non riesce a tollerarlo, ed il giorno dopo si è costretti ad abbreviare la tortura agli altri. Ancora una volta altre giovani vite sono state trascinate alla rovina e spezzate per questa donna, ancora una volta si è versato del sangue per questa regina. Il suo nome sarà ricordato nei secoli a venire, quello dei poveri ragazzi che sono stati barbaramente torturati e uccisi invece, è sbiadito da un pezzo, perduto nella lunga lista di chi si è sacrificato per l’amore di questa donna, o per difenderne l’onore.

Ritratto di Anthony Babington
Ritratto del giovane Anthony Babington

Nel frattempo Mary Stuart attende ignara nel castello di Chartley che i suoi salvatori arrivino per liberarla. Durante una battuta di caccia nel vicino castello di Tixall però un folto gruppo di cavalieri si avvicina e Thomas George, che guida il gruppo, le annuncia che il complotto Babington è stato scoperto e che ha l’incarico di arrestare i suoi due segretari mentre lei verrà tenuta sotto sorveglianza a Tixall, dove rimarrà per diciassette giorni prima di essere trasferita nell’ultima delle sue prigioni, il castello di Fotheringhay, e dove il suo pellegrinaggio avrà fine.

La pena che spetta a chi attenta alla vita di una sovrana è, inevitabilmente, la morte. A meno che la sovrana in questione non si dimostri clemente, offrendo generosamente la grazia reale. Dal momento in cui ha “incastrato” la cugina, Elisabetta si dimostra incerta ed indecisa sulle sue mosse future: ci vorranno sei mesi prima che la regina d’Inghilterra prenda una decisione, continuando a rimandare il momento finché non avrà più altra scelta. Varie volte offrirà a Mary Stuart l’occasione di confessare apertamente le sue colpe a lei, evitando così un processo pubblico, e magari di essere assolta. Ma ogni volta la risposta che riceve è negativa, Mary non vuole più essere salvata, orgogliosa come sempre preferirebbe inginocchiarsi sul patibolo piuttosto che davanti alla cugina. Il 14 agosto ha inizio il secondo processo ed il 28 ottobre viene data lettura della sentenza, con un unico voto contrario (un certo Lord Zouche):

“La predetta Mary Stuart, che avanza diritti sulla corona di questo regno d’Inghilterra, ha approvato ed escogitato diversi piani al fine di ferire, annientare o uccidere la sacra persona della nostra sovrana, la regina d’Inghilterra” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 340).

La pena per un tale diritto, come il Parlamento ha deciso in precedenza, è la morte. Occorre però il permesso di Elisabetta, la sua firma sul documento di condanna a morte. Ma la sovrana non si decide, nonostante le insistenze del parlamento e del consiglio della corona proprio non riesce a prendere questa decisione, non dà mai una risposta sicura e definitiva. E Mary Stuart? Mary è rassegnata, se è la morte quella che Elisabetta vuole per lei, che proceda pure. Meglio una morte che umilii la sua avversaria, piuttosto che un’ipocrita indulgenza che faccia sembrare magnanima la sua nemica. Non protesta contro la condanna a morte, non chiede pietà, non vuole la grazia, ha solo delle piccole richieste che scriverà ad Elisabetta in una lettera:

“In primo luogo, chiedo che il mio corpo, non appena i miei nemici si siano saziati del mio sangue innocente, venga portato dalla mia servitù in terra consacrata per esservi seppellito, preferibilmente in Francia, dove riposano le ossa della regina mia venerata madre, affinchè questo povero corpo, che mai conobbe pace finchè fu unito all’anima, raggiunga questa pace appena separato da essa. In secondo luogo, temendo la tirannia di coloro alla cui violenza mi avete abbandonata, chiedo di non essere giustiziata segretamente, ma in presenza della mia servitù e di altre persone che possano poi testimoniare della mia fedeltà alla vera chiesa e difendere l’ultimo istante della mia vita e i miei ultimi sospiri contro tutte le voci false che i miei avversari possano divulgare. In terzo luogo, chiedo che i miei servitori, che mi hanno servito con tanta fedeltà in mezzo a tante angustie, possano recarsi senza difficoltà dove più piaccia a loro e godere del piccolo patrimonio che la mia povertà ha lasciato nel mio testamento. Per la memoria di Enrico VIII, nostro comune antenato, e per il titolo di regina che porterò fino alla morte, vi scongiuro, Madame, di non lasciare inesauditi i miei desideri e di darmene assicurazione con una parola di vostra mano. Poi morirò come ho vissuto. La vostra affezionata sorella e prigioniera. Maria, Regina.” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 347)

Mary queen of scots in captivity - dipinto di John Callcott Horsley, 1871
Mary queen of scots in captivity – dipinto di John Callcott Horsley, 1871

Da quasi sei mesi prosegue la lotta interiore di Elisabetta, che non riesce proprio a convincersi a firmare la condanna a morte, a mandare al patibolo una regina al pari di lei stessa. Ma ecco che mercoledì 1 febbraio 1587 il segretario di Stato Davison viene urgentemente invitato a presentarsi al cospetto della regina, portandole dei documenti da firmare, tra cui anche la condanna. Elisabetta è titubante, esita ancora un po’ e poi, senza nemmeno leggerli, firma velocemente tutti i documenti, compreso il più “bollente”, dando ordine di consegnarlo al più presto e segretamente al cancelliere in modo che possa procedere a sigillarla col gran sigillo di Stato e di consegnarla alle persone incaricate per l’esecuzione. Il giorno dopo però la sua coscienza torna a farsi sentire e fa recapitare un messaggio al segretario intimandoli di aspettare fino ad un nuovo colloquio con lei, prima di consegnare il documento. Il buon Davison però ha già eseguito il suo compito e, vedendo la regina improvvisamente irrequieta ed infine lasciare la stanza senza dargli un ulteriore ordine, capisce di essere in una situazione pericolosa. Contatta immediatamente il cancelliere di Stato Cecil, che convoca un consiglio di stato segreto nel quale viene deciso che siano tutti e dieci i suoi membri ad ordinare l’esecuzione, dividendosi la responsabilità dell’azione. Elisabetta ha raggiunto il suo obiettivo ed ha le mani pulite.

Sentenza di condanna a morte per Mary Stuart firmata da Elisabetta I
Sentenza di condanna a morte per Mary Stuart firmata da Elisabetta I

Il 7 febbraio 1587 i funzionari di stato inglesi portano al castello di Fotheringhay il messaggio della condanna a morte alla prigioniera Mary Stuart. Con una calma esemplare Mary si fa leggere la sentenza e poi, dopo essersi fatta il segno della croce, annuncia:

“Sia lodato il Signore per la notizia che mi portate. Non ne potrei ricevere una migliore, poiché essa mi annuncia la fine dei miei mali e la grazia che il Signore mi concede di morire per l’onore del suo nome e della sua Chiesa, quella cattolico-romana” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 357)

Poi, espone le sue due piccole richieste: che il suo confessore la possa assistere coi conforti spirituali e che l’esecuzione della sentenza non avvenga la mattina successiva, in modo da poter dare accuratamente le ultime disposizioni. Entrambe le preghiere vengono respinte. La sua ultima notte Mary Stuart la passerà a scrivere lettere, dettare disposizioni, ultimare i preparativi per il giorno seguente perché non vuole lasciare nulla al caso, vuole una morte grandiosa come si addice ad una grande sovrana. Dopo che ha cenato, la servitù le si raccoglie attorno e la regina con grande umiltà chiede perdono a ciascuno di loro per ogni ingiustizia che consciamente o meno abbia loro arrecato e consegna ad ognuno un regalo scelto con cura: anelli, pietre, collane e pizzi. Alla fine si accomoda alla sua scrivania, alla luce delle candele, e inizia a scrivere le ultime lettere: al suo confessore, ai suoi parenti in Francia, chiedendo al re di accertarsi che il suo testamento venga rispettato e di far celebrare messe in suo onore, a Filippo II di Spagna ed al Papa.

Mary queen of scots receiving the garrant for her execution - David Scott, 1840
Mary queen of scots receiving the garrant for her execution – David Scott, 1840

La mattina dell’esecuzione Mary passa due ore chiusa nelle sue stanze a vestirsi, aiutata dalla sua servitù. Per nessun’alta occasione si è vestita con più cura che per la sua morte: indossa un abito da cerimonia, da festa, il suo vestito più bello e più serio di velluto color marrone scuro con guarnizioni di zibellino, con colletto bianco alto, ampie maniche e uno strascico talmente lungo che qualcuno è costretto a sorreggerlo. Sopra, porta un mantello di seta nera e un velo da vedova, bianco, ondeggia dalla fronte fino a terra. Ai piedi indossa scarpe di marocchino bianco che attenuano il rumore dei suoi passi verso il patibolo, nel silenzio generale della grande sala del castello. Ha pensato perfino al fatto che una volta raggiunto il ceppo dovrà spogliarsi e si è fatta preparare una sottoveste scarlatta con lunghi guanti dello stesso colore perché, quando la scure la colpirà, il colore del sangue non contrasti troppo con quello della veste. Ha addirittura scelto lei stessa il fazzoletto decorato con frange d’oro col quale le verranno bendati gli occhi durante l’esecuzione. Nulla è lasciato al caso.

Mary, Queen of Scots, being led to her execution - dipinto di Laslett John Pott, 1871
Mary, Queen of Scots, being led to her execution – dipinto di Laslett John Pott, 1871

È l’8 febbraio 1587, ore otto del mattino. Qualcuno bussa alla porta, sono venuti a prendere la regina per condurla al patibolo. Mary Stuart finisce di recitare le sue preghiere e poi segue il capo della polizia lungo i corridoi del castello di Fotheringhay, sorretta a destra e a sinistra dai suoi servitori. Porta al collo un crocifisso d’oro, un rosario incastonato legato alla cintola e una croce d’avorio stretta in mano, per rappresentare al meglio la scena che vuole mostrare al mondo, ossia quella della martire della causa cattolica, vittima dei suoi nemici eretici. Una volta giunta fuori dalla grande sala, Mary richiede che anche le donne del suo seguito possano assistere all’esecuzione e questa volta, non senza numerose obiezioni, le viene concesso di essere accompagnata da sei dei suoi servitori. Andrew Melville, il suo fedele maggiordomo, la segue reggendo il suo strascico. Il piccolo corteo attraversa il grande atrio del castello fino a raggiungere la piattaforma del patibolo, sfilando davanti a duecento nobili venuti in tutta fretta per assistere allo spettacolo. Centinaia e centinaia di popolani sono ammassati fuori dal portone del castello, attratti dalla notizia della decapitazione di una regina.

Maria Stuarda si avvia al patibolo - dipinto di Scipione Vnnutelli, 1861
Maria Stuarda si avvia al patibolo – dipinto di Scipione Vnnutelli, 1861

Execution of Mary, queen of scots - dipinto di  Robert Herdman ,1867
Execution of Mary, queen of scots – dipinto di Robert Herdman ,1867

Mary sale a testa alta i gradini verso il patibolo, dice a voce alta le ultime preghiere, infine, dopo che le sue donne l’hanno aiutata a spogliarsi, si inginocchia esclamando il salmo in latino:

“In te, Domine, confido. Ne confundar in Aeternum.

In te, Signore, confido. Non ne resterò delusa” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 364)

Non le resta che piegare la testa sul ceppo ora, ed in un attimo la sua vita ha fine.

La dama di compagnia Jane Kennedy benda la regina Mary Stuart - dipinto di Abel de Pujol
La dama di compagnia Jane Kennedy benda la regina Mary Stuart – dipinto di Abel de Pujol

Il primo colpo del boia non va a buon fine, e nemmeno il secondo. Solo al terzo colpo la testa si stacca dal tronco. Il boia afferra la testa per mostrarla al pubblico ma quando l’afferra per i capelli gli resta in mano solo una parrucca e la testa rotola via, sul pavimento di legno. Quando alla fine il carnefice l’afferra, si scorge soltanto la testa di una vecchia, con i capelli grigi e rasati. Si dice che le labbra di Mary Stuart abbiano tremato ancora per un quarto d’ora, dopo l’esecuzione, e che si sentisse stridore di denti. Il pubblico è paralizzato dalla sorpresa e dall’orrore e la folla viene percorsa da una fremito quando il corpo decapitato della regina di Scozia inizia a muoversi. Dall’ampia gonna esce improvvisamente uno dei suoi cagnolini prediletti di Mary, che era riuscito, nascondendosi, a seguirla fin sul patibolo. Mary Stuart, Regina di Scozia, Delfina di Francia e legittima erede al trono di Inghilterra muore così, all’età di 44 anni, dopo aver passato quasi metà della sua esistenza come una prigioniera e lasciandosi alle spalle una vita fatta di passioni, scandali e scelte sbagliate.

Xilografia che illustra l'esecuzione di Mary Stuart con descrizione in olandese. Sulla sinistra si vedono i suoi averi che vengono bruciati.
Xilografia che illustra l’esecuzione di Mary Stuart con descrizione in olandese. Sulla sinistra si vedono i suoi averi che vengono bruciati.

Qui potete trovare un resoconto (in inglese) dell’esecuzione di Mary Stuart scritto da Robert Wynkfielde;
Qui invece trovate l’ultima lettera (in inglese) scritta da Mary Stuart la sera prima dell’esecuzione, indirizzata ad Enrico III di Francia
Qui il testamento  (in inglese) scritto da Mary la notte prima dell’esecuzione con le disposizioni per la gestione del suo denaro e del suo patrimonio

La notizia della morte della sovrana scozzese viene accolta a Londra con grida di giubilo. A Cecil spetta il compito di informare la regina d’Inghilterra, apparentemente ignara dell’esecuzione. Elisabetta è una brava attrice, chissà quanto si è preparata nei giorni precedenti a simulare lo sdegno nell’apprendere la notizia. Accoglie l’annuncio con rabbia, va su tutte le furie, chiama traditori i suoi consiglieri, che l’hanno ingannata macchiando il suo onore ed il suo prestigio agli occhi di tutto il mondo. Tra i singhiozzi insulta con modi rudi l’anziano collaboratore per aver osato, assieme agli altri traditori, agire senza un suo permesso esplicito. Accusa Davison di aver agito di propria iniziativa contro il suo volere ed esige che si confermi in tutta Europa che la colpa dell’esecuzione di Mary Stuart ricade esclusivamente sulle spalle di questo servitore, mentre lei ne era del tutto ignara. Il patto di assumersi collettivamente la responsabilità, stipulato nel consiglio segreto tra gli undici nobili presenti, viene prontamente dimenticato: Davison viene condannato a pagare una multa di 10.000 sterline, somma che non può pagare, per cui viene messo in prigione. In seguito tuttavia egli percepirà segretamente una pensione ma finche Elisabetta sarà viva non potrà più presentarsi a corte, la sua carriera è rovinata.

Il corpo di Mary Stuart, una volta imbalsamato, rimase per sei mesi in una bara di piombo senza sepoltura ed infine, a dispetto del suo volere di essere sepolta in Francia, venne seppellita nella Cattedrale di Peterborough, nel Cambridgeshire, di fronte alla tomba di Caterina d’Aragona, altra sfortunata regina, prima moglie di Enrico VIII. Nel 1612 il suo corpo fu riesumato per ordine di suo figlio, Giacomo Stuart, e venne nuovamente sepolta nella cappella di Westminster.
Le sue interiora, rimosse durante il processo di imbalsamazione, furono sepolte in segreto nel castello di Fotheringhay, e i suoi vestiti ed il baldacchino del patibolo vennero bruciati per non lasciare nessuna reliquia. In Francia, dove aveva trascorso serenamente gli anni della sua giovinezza e dove era stata per breve tempo moglie del delfino e poi re, venne celebrata una messa solenne in suo ricordo, nella chiesa di Notre Dame, su ordine del cognato Henry III. Dopo la sua esecuzione vennero diffuse per tutta l’Europa delle incisioni sul legno che la raffiguravano. L’intento di Elisabetta di eliminare una pretendente al trono scomoda, di porre fine per sempre alla sua vita e di far cadere la sua storia nell’oblio è dunque venuto meno: condannando a morte la sua nemica, la regina di Inghilterra ha solo contribuito ad aumentarne la popolarità e a farla diventare un’eroina e martire cattolica, ricordata nei secoli a venire, fino ai nostri giorni.

The head of Mary queen of scots after her execution - dipinto di federico zuccaro
The head of Mary queen of scots after her execution – dipinto di federico zuccaro

EPILOGO

“Nella mia fine è il mo principio”. La frase scritta da Mary Stuart su di un ricamo durante la sua adolescenza in Francia si è rivelata profetica. Nel 1603, sedici anni dopo la sua esecuzione il figlio James viene incoronato Re di Inghilterra e Scozia. Elisabetta, eterna rivale e sempre fermamente contraria a concedere a Mary la successione al trono inglese, muore all’età di 70 anni, senza mai essersi sposata e senza lasciare eredi. Nel figlio di Mary Stuat si riuniscono per sempre le due corone, quella inglese e quella scozzese e la lotta proseguita per generazioni ha finalmente fine. Nel 1612 James I fa trasportare il corpo di sua madre dalla chiesa di Peterborough, con una solenne fiaccolata, nella cappella dei re d’Inghilterra nell’abbazia di Westminster: la tomba di Mary Stuart viene posta proprio accanto a quella di Elisabetta. Le due regine che si sono tanto odiate, che hanno combattuto una battaglia lunga un’intera vita, ora riposano vicine, una accanto all’altra, come due buone sorelle.

La tomba di Mary Stuart nell'abazia di Westminster
La tomba di Mary Stuart nell’abazia di Westminster

La
La “death mask” di Mary Stuart. Fatta di cera, la maschera fu posta sul viso di Mary dopo la sua esecuzione per preservare i suoi tratti per sempre. Ciglia, sorpacciglia, capelli e colore della pelle furono aggiunti successivamente per renderla ancora più naturale. Per più di 250 anni la maschera è appartenuta alla famiglia Hamilton, la cui dinastia era legata a quella di Mary in passato.

Discendenza futura di Mary Stuart fino ai giorni nostri
Discendenza futura di Mary Stuart fino ai giorni nostri


(Fonte: Maria Stuarda, Stefan Zweig)

Parte 1: L’infanzia e l’adolescenza in Francia
Parte 2: Il ritorno in Scozia ed il secondo matrimonio
Parte 3: L’assassinio di Davide Rizzio
Parte 4: L’omicidio di Darnley
Parte 5: Il terzo matrimonio e la prigionia a Loch Leven
Parte 6: La prigionia inglese
Parte 7: Verso la fine

Mary Stuart, storia di una Regina di Scozia / Parte 6

PARTE 6 (1568 – 1584 ): La prigionia inglese

Ma qual è invece il destino che aspetta Bothwell? Nonostante la promessa di un salvacondotto, venne ricercato per terra e per mare con una taglia di mille sterline scozzesi sulla testa. Dopo la disfatta di Carberry Hill Bothwell fuggì verso le Isole Orcadi, intenzionato a sferrare un altro attacco contro i lord per rimettere Mary sul trono. Qui, inseguito da Moray, riuscì per un pelo a scappare a bordo di una piccola barca verso l’oceano aperto dove però venne colpito da una terribile tempesta e spinto sulle coste della Norvegia. Catturato da una nave da guerra danese riuscì per un breve periodo a nascondere la propria identità confondendosi tra i marinai ma quando venne smascherato iniziò per lui un lungo calvario: spostato da un posto all’altro, di prigione in prigione, passò gli ultimi anni della sua vita in cella, in terribili condizioni, e morì nell’aprile del 1578, solo e pazzo. Il suo corpo è sepolto nella cripta di Faarevejie Church vicino a Dragsholm, Danimarca,. Si dice che il suo fantasma appaia ogni notte in sella ad un cavallo, nel cortile del castello di Dragsholm, ultimo luogo della sua prigionia e che oggi è diventato un ristorante ed hotel. Nel 1858 il corpo mummificato di Bothwell fu disseppelito e lasciato per molti anni in mostra, chiuso in una teca di vetro e diventando un’attrazione turistica finchè alcuni lontani discendenti non protestarono ritenendolo un atto osceno.

Un'immagine del coperchio della bara di Bothwell nella  Faarevejie Church e delle foto del suo corpo mummificato riesumato nel 1885
Un’immagine del coperchio della bara di Bothwell nella Faarevejie Church e delle foto del suo corpo mummificato riesumato nel 1858

La notizia dell’arrivo in Inghilterra di Mary Stuart lascia chiaramente sgomenta Elisabetta. Certo, lei stessa nei mesi passati aveva cercato di proteggere Mary dai suoi sudditi ribelli garantendole il suo appoggio, e nelle lettere che le due si erano scritte nel corso degli anni era sempre stata disponibile a sostenerla ed aiutarla, dichiarandole ogni volta il suo affetto e la sua amicizia. Era più una formalità però, una solidarietà tra regine, dato che nella realtà aveva sempre cercato di evitare d’incontrarla e non l’aveva mai invitata a farle visita. Il suo stupore deve essere stato tantissimo quando Mary le annuncia di essere in Inghilterra, da un giorno all’altro, senza preavviso, ed esige di essere ricevuta dalla regina.

“Vi prego di mandarmi a prendere il prima possibile. Mi trovo infatti in condizioni pietrose non solo per una regina, ma anche per una semplice nobildonna. Non ho nient’altro che la mia vita che ho potuto salvare cavalcando il primo giorno, per sessanta miglia, nella campagna. Ve ne renderete conto voi stessa se, come spero, avrete compassione della mia immensa sventura.” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 267)

Ritratto ad opera di Richard Burchett
Ritratto ad opera di Richard Burchett

Probabilmente un briciolo di compassione in Elisabetta ci fu in quel momento, e ciò si capisce dal comportamento estremamente indeciso e volubile che dimostrò durante gli anni seguenti in merito alla condizione della cugina, non riuscendo mai a prendere una decisione definitiva su ciò che era giusto fare ed infine, un volta fatta la sua scelta, facendone cadere la responsabilità su altri. Accanto ad Elisabetta in quegli anni c’è William Cecil, suo primo consigliere, ministro degli esteri e delle finanze, forte oppositore di Mary Stuart e fermamente convinto della sua colpevolezza nell’assassinio di Darnley. È lui, che ritiene la regina di Scozia la nemica giurata dell’Inghilterra e del Protestantesimo, a convincere Elisabetta a non aiutarla: il destino le ha donato la vittoria sulla sua rivale, che è precipitata nel disonore e che, lei che per anni ha rivendicato la corona inglese, ora ha perso anche la propria. Anziché negare a Mary aiuto e soggiorno politico o viceversa respingerla fuori dai confine del Paese, Elisabetta, spinta da Cecil, trama un modo per renderla inoffensiva per sempre. Così Mary Stuart, che si era recata in Inghilterra in cerca d’aiuto, si ritrova, dapprima inconsapevolmente, ancora una volta prigioniera: con astuzie, menzogne e perfide promesse Elisabetta nega alla cugina di lasciare il Paese e nel frattempo cerca di creare un motivo per giustificare una sua prigionia. Poco dopo aver ricevuto la lettera della regina scozzese, Elisabetta invia due membri fedeli dell’altra nobiltà, Lord Scrope e Lord Knollys, a Carlisle per scortare Mary ed in realtà per controllare segretamente la donna, impedendole tutte le visite, sequestrandole la corrispondenza e riferendo immediatamente a Londra tutto ciò che dice. A poco a poco si comunica a Mary che Elisabetta non è disposta a riceverla prima che si sia scagionata ufficialmente da tutte le accuse e lei si dichiara pronta a giustificarsi, ma solo davanti ad un suo pari, la regina di Inghilterra. La risposta di Elisabetta è dolce come il miele ma pungente come uno spillo:

“Madame, ho appreso dal mio Lord Herries il vostro desiderio di difendervi in mia presenza da tutte le accuse che gravano su di voi. Oh, Madame, non c’è persona sulla terra che più di me desideri ascoltare le vostre giustificazioni. Nessuno presterebbe più volentieri orecchio a qualsiasi risposta che ripristini il vostro onore. Ma non posso mettere in gioco, per la vostra causa, la mia reputazione. A dirvi la verità si dice già di me che io sia più disposta a difendere la vostra causa che ad aprire gli occhi su quelle cose di cui vi accusano e vostri sudditi. […] Giuro solennemente sulla mia parola di sovrana che né i vostri sudditi, né alcun consiglio che io dovessi ricevere dai miei consiglieri mi indurranno ad esigere da voi qualcosa che possa danneggiarvi o ledere il vostro onore. […] Vi pare strano che io non vi permetta di vedermi? Vi prego, mettetevi nei miei panni. Se sarete assolta da questo sospetto, vi accoglierò con tutti gli onori, ma fino a quel momento non posso. Ma dopo, lo giuro dinanzi a Dio, non ci sarà una persona di migliore volontà, e di tutte le gioie terrene questa per me sarà la più grande” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 273)

Non ci sarà nessuna giustificazione personale al cospetto di Elisabetta, bensì un’inchiesta, un processo sugli avvenimenti verificatisi in Scozia. La risposta di Mary è concitata ed orgogliosa:

“Helàs (ahimè) Madame! Dove avete mai sentito che un principe sia stato criticato per aver prestato personalmente orecchio alle lamentele di coloro che proclamano di essere stati ingiustamente accusati? Non pensiate, Madame, che io sia venuta qui per salvare la mia vita. Né il mondo, né la Scozia mi hanno rinnegata, ma sono venuta per ripristinare il mio onore e trovare appoggio, in modo da punire i miei falsi accusatori, e non per rendere conto a voi in quanto mia pari. Ho scelto voi tra tutti i principi in quanto mia parente più prossima e perfaicte amye, per poter accusare dinanzi a voi i miei sudditi, perché credevo che avreste considerato un onore essere chiamata a ripristinare l’onore di una regina” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 274)

In effetti, come dice S.Zweig “la regina di Inghilterra non ha alcuna sovranità sulla regina di Scozia, non ha il diritto di aprire nessuna inchiesta su un assassinio avvenuto in un paese straniero, né quello di immischiarsi nel conflitto di una principessa straniera coi suoi sudditi”. Nonostante le proteste, Mary viene trasferita da Carlisle al castello di Bolton nello Yorkshire. È l’inizio della sua lunga cattività in Inghilterra, che durerà per i prossimi 20 anni. Completamente sola e tenuta sotto stretta sorveglianza, piano piano la resistenza della regina scozzese si fa sempre meno combattiva finchè, arrendendosi, si dichiara d’accordo ad affrontare l’inchiesta.

Mary queen of Scots at prayer - dipinto di Patrick William Adam
Mary queen of Scots at prayer – dipinto di Patrick William Adam

Nell’ottobre 1568 il processo ha inizio: da una parte i lord, che possono comparire di persona armati di tutte le prove; dall’altra Mary Stuart che può solo farsi rappresentare da due persone di fiducia, presentando le sue accuse da lontano e attraverso intermediari. Il processo si rivela subito parziale e soprattutto ricco di colpi di scena, trasformandosi inaspettatamente in una commedia: colpevoli quanto lei nella morte di Darnley, essendo stati a conoscenza dei piani omicidi ma non avendoli denunciati, Moray e i lord accusano solo Bothwell per l’accaduto, tralasciando di incolpare la regina. Fatto ancora più strano, Lord Norfolk, principale commissario inglese durante l’inchiesta, dopo un colloquio privato con il segretario di Stato scozzese Maitland, inverte improvvisamente rotta e si schiera a favore della regina scozzese. Per porre fine a questa ridicola situazione, il 25 novembre il processo viene spostato da York a Westminster, direttamente sotto lo sguardo attento della regina Elisabetta, che richiede ora a gran voce che le lettere dello scrigno vengano presentate sul tavolo delle trattative. Dopo un iniziale rifiuto da parte dei lord, i sonetti e le lettere d’amore all’amante Bothwell vengono dunque letti per ben due volte, in due giorni consecutivi, alla presenza di un sempre maggior numero di persone. Al momento di verificarne l’autenticità confrontando le firme di Mary Stuart nei sonetti e nelle lettere inviate ad Elisabetta, i rappresentanti della regina scozzese lasciano la sala: l’ennesima prova a favore dell’autenticità delle lettere. Il 10 gennaio 1568 viene infine solennemente letto il verdetto: la ribellione dei lord viene approvata, poiché non è stato presentato nulla contro di loro. Per quanto riguarda Mary Stuart invece, le accuse contro di lei vengono definite “non sufficientemente” compromettenti: il sospetto continua a pesare su di lei e si è trovato un pretesto per continuare a tenerla prigioniera. Elisabetta è convinta di averla in pugno, ma sarà proprio questo tentativo di umiliarla, l’ingiustizia subita, che riscatteranno Mary Stuart dinanzi al mondo intero, trasformandola in un personaggio leggendario.

ritratto di anonimo
ritratto di anonimo

Da qui in poi Mary vivrà in costante prigionia; una cattività lunga 20 anni, monotona, che vede scorrere inesorabilmente e con pigra lentezza gli anni della sua giovinezza. La regina di Scozia viene spostata di castello in castello, Bolton, Chatsworth, Sheffield, Tutbury, Wingfield e Fotheringhay ma non verrà mai trattata come una vera prigioniera. Le vengono concesse tutte le comodità che si convegono a una regina e per vent’anni Elisabetta pagherà cinquantadue sterline alla settimana per questa ospitalità non richiesta: Mary risiede nei castelli inglesi come una principessa, mangia esclusivamente su piatti d’argento, le stanze sono illuminate da costose candele di cera, i pavimenti sono coperti da preziosi tappeti turchi, ha al suo servizio un’intera schiera di damigelle d’onore, domestiche e ancelle, una corte in miniatura di quasi cinquanta persone. Le manca solo una cosa, l’unica, la più sacra, la più importante: la libertà. Gli anni di Mary Stuart trascorrono apparentemente tranquilli e sereni: la sua giornata non si distingue da quella di altre donne della nobiltà che vivono tutta la vita in un castello, cavalcando, andando a caccia (circondata ovviamente dalle guardie), giocando a palla e praticando altri sport, ricamando, leggendo, ricevendo ospiti dai castelli vicini attraverso i quali Mary si tiene informata sugli avvenimenti nelle corti di tutto il mondo. Nel tempo si appassiona gli animali, si fa mandare dalla Francia cani di ogni razza, alleva uccelli canori, tiene lei stessa una piccionaia e cura i fiori del giardino. Osservandola esteriormente sembrerebbe una normale donna felice. Nella realtà la regina scozzese è spesso triste e malata, soffre di reumatismi e di uno strano dolore al fianco, il suo corpo si appesantisce anno dopo anno e le sue gambe spesso si gonfiano così tanto che quasi non riesce a muoversi. Si avvia sempre più verso la vecchiaia, e i suoi sonetti, un tempo ardenti, si fanno via via più malinconici, rassegnati:

“Chi, ahimè, sono io ormai e a che serve la mia vita? Non sono che un corpo privato del cuore, un’ombra vana, un oggetto di infelicità, che nulla più desidera se non morire” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 296)

Uno dei tanti arazzi realizzati da Mary Stuart, ricamato durante gli anni della prigionia in Inghilterra
Uno dei tanti arazzi realizzati da Mary Stuart, ricamato durante gli anni della prigionia in Inghilterra

Durante quei lunghi anni Mary Stuart non si è mai realmente arresa al proprio destino. Nella sua stanza, in gran segreto, continua a tessere complotti ed intrighi per uscire dalla sua penosa situazione, redige messaggi politici per gli ambasciatori francesi, spagnoli e papali e per i suoi sostenitori scozzesi ed in Olanda. Le lettere, scritte utilizzando elaborati sistemi cifrati che cambiano ogni mese, vengono ininterrottamente spedite dalla sua stanza a Parigi, Madrid, dal Papa, e viceversa. Si ricorre a numerosi trucchi per far uscire ed entrare la corrispondenza della regina nei castelli dove risiede: “i messaggi vengono nascosti nella biancheria, tra i libri, in bastono svuotati dell’interno, sotto il coperchio di scrigni per gioielli, a volte anche dietro il mercurio per gli specchi. Vengono aperte le suole delle scarpe per scrivervi sopra messaggi con inchiostro invisibile, vengono preparate parrucche speciali con rotolini di carta avvolti nei riccioli; nei libri che Mary si fa mandare da Parigi o da Londra sono sottolineate, in base a un determinato codice, singole lettere che insieme formano parole, mentre i documenti più importanti se li cuce il suo confessore dentro la stola.” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 297). Nonostante i guardiani e i controllori che Elisabetta le ha affiancato, la personalità combattiva di Mary Stuart non cambia e la sua pericolosità per l’Inghilterra non accenna a diminuire. Tuttavia, l’energia inesauribile che Mary dimostra in questo periodo è tristemente inutile: tutte le varie congiure e i complotti che ella istiga senza interruzione sono destinati al fallimento e, nel corso degli anni, uno dopo l’altro i suoi amici vengono catturati e rinchiusi nelle celle della Torre, torturati per ottenere i nomi degli altri complici.

Mary queen of scots at Fotheringhay - dipinto di John Duncan, 1929
Mary queen of scots at Fotheringhay – dipinto di John Duncan, 1929

Ma si tratta di audacia o di follia, questo continuo combattere dal carcere con la regina più potente della terra? Se Mary si fosse piegata, se si fosse arresa, rinunciando ai suoi diritti al trono scozzese ed inglese forse sarebbe stata liberata e si sarebbe salvata la vita. Lottando continuamente, sfidando scioccamente la cugina è andata inesorabilmente verso la morte, orgogliosa fino all’ultimo, preferendo essere una regina prigioniera piuttosto che una regina senza corona. Se noi lo valutiamo ora, potremmo definire il comportamento della Stuart coraggioso ma decisamente folle e sciocco. Ma è troppo comodo valutare gli avvenimenti storici dal punto di vista del dopo, quando ormai ne conosciamo già le conseguenze ed i risultati: in realtà, per quasi vent’anni, l’esito della lotta tra Mary ed Elisabetta è stato costantemente incerto. Alcune delle congiure organizzate per portare Mary Stuart al trono avrebbero potuto davvero minacciare la vita di Elisabetta e in diverse occasioni il colpo l’ha mancata di pochi millimetri. Per primi insorgono i nobili cattolici capeggiati da Northumberland, portando tutto il Nord in rivolta e solo a fatica la regina riottiene il controllo della situazione. Segue poi l’intrigo di Norfolk, nel quale il fior fiore della nobiltà inglese, tra cui molti amici di Elisabetta, appoggiano il suo piano di sposare la regina scozzese. Con la mediazione del fiorentino Ridolfi truppe spagnole e francesi sono già pronte a scendere in guerra per sostenere questa causa ma, ahimè, il vento, il tempo e il mare bloccano il piano. Un’altra volta ancora la fortuna non assiste la Stuart: Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V, fratellastro di Filippo II di Spagna aspira alla mano della prigioniera ed ha già preparato un esercito in Olanda ed ha tutti i piani pronti per liberarla, quando viene colpito da una gravissima malattia che lo porta in poco temo alla morte. Ecco un altro fattore determinante nella vita di Mary Stuart: la fortuna, dopo la morte del primo marito in Francia, non è mai stata dalla sua parte. Tremendamente vere sono le parole pronunciate da Norfolk sul patibolo, poco prima della sua esecuzione:

“Nulla di ciò che viene da lei o per lei avviato va mai a finir bene.” (S.Zweig, Maria Stuarda, pag 302)

Mary durante la sua cattività in Inghilterra - dipinto di Nicholas Hilliard, 1578
Mary durante la sua cattività in Inghilterra – dipinto di Nicholas Hilliard, 1578


(Fonte: Maria Stuarda, Stefan Zweig)

Parte 1: L’infanzia e l’adolescenza in Francia
Parte 2: Il ritorno in Scozia ed il secondo matrimonio
Parte 3: L’assassinio di Davide Rizzio
Parte 4: L’omicidio di Darnley
Parte 5: Il terzo matrimonio e la prigionia a Loch Leven
Parte 6: La prigionia inglese
Parte 7: Verso la fine