SCOZIA ON THE ROAD – Day 4: Urquhart Castle, Eilean Donan Castle e rotta per l’Isola di Skye

Iniziamo la giornata con una tranquillissima e buonissima colazione a base di pancakes e l’immancabile full Scottish, seduti davanti ad una finestra con vista Loch Ness. Questo relax mattutino ci vuole tutto poiché oggi ci aspetta un lungo tragitto in macchina: la prossima meta è l’isola di Skye, distante più o meno tre ore by car. Risaliamo verso Inverness, attraversiamo il fiume Ness, e scendiamo verso la riva occidentale del Loch Ness (qui si chiama tutto Ness!). Percorrendo la strada che si snoda lungo la costa del lago si incontra, un po’ prima della metà, l’Urquhart Castle. Il castello, del quale oggi rimangono delle pittoresche rovine, risale più o meno al XIII secolo e fu fatto esplodere nel 1692 per evitare che cadesse nelle mani dei giacobiti. Nonostante qualcuno ci avesse consigliato di non visitarlo all’interno, abbiamo deciso di fermarci lo stesso….e per fortuna! È uno tra tutti i castelli che abbiamo visitato che mi è piaciuto di più, nonostante rimangano davvero solo pochi ruderi.

urquhart castle

Il costo del biglietto vale tutto: all’inizio è possibile vedere un filmato della durata di circa 10 minuti che spiega, con sottotitoli anche in italiano, la storia del castello e che riserva per gli spettatori una piacevole sorpresa finale; ci sono poi molte tabelle informative che illustrano l’aspetto originale del maniero e raccontano aneddoti e curiosità. Il Loch Ness visto da qui, e sotto un cielo grigio e carico di nuvole, è davvero scuro e inquietante…il famigerato mostro in ogni caso non si è fatto vedere!! Passeggiamo tra i muri di sassi, saliamo in cima alla torre, osserviamo i resti delle cucine, immaginandoci il castello in tutto il suo antico splendore: quante persone hanno vissuto qui? Com’erano le feste nella grande sala dei banchetti? Chi lavorava in queste cucine, spadellando e cuocendo il pane ogni giorno? Come in tutti i castelli, il tempo sembra essersi fermato tra queste pietre, che sono qui da secoli a raccontarci la vita di chi, tra questi muri di sassi, ci ha vissuto.

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urquhart castle

Ripartiamo in direzione Kyle of Lochalsh, dove c’è il ponte che collega la mainland alla vicinissima Isola di Skye.

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SCOZIA ON THE ROAD – Day 3: dintorni di Inverness & Loch Ness

Dopo una super colazione a base di toast con uova strapazzate e salmone (fantastico!) riprendiamo il viaggio in direzione Nord Ovest poiché oggi abbiamo in programma di esplorare la zona attorno a Inverness, capitale delle Highlands. Poco dopo Tomintoul ci fermiamo a scattare qualche foto in un punto panoramico e, come si suol dire, ci ritroviamo al posto giusto nel momento giusto.

tomintoul

Un tenerissimo agnellino bianco e nero, in qualche modo, è riuscito ad uscire dal recinto ed ora non riesce più a rientrarci. Prova in tutti i modi a passare oltre la rete, ma invano, e bela disperato in direzione della mamma. È pericolosamente vicino ad un dirupo e molto agitato. Ci avviciniamo piano, bloccandogli le due vie di fuga e riusciamo ad acchiapparlo e rimetterlo nel recinto. Non appena tocca terra si fionda a velocità supersonica verso la sua mamma e inizia a succhiare il latte… chissà da quanto era là fuori, poverino!

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Sentendoci degli eroi-salva-cuccioli ci rimettiamo in marcia, passando per pascoli e piccoli paesini tranquilli, e dopo un quarantina di minuti raggiungiamo il Culloden Battlefield. Questa tappa era una di quelle che mi incuriosiva di più e sulla quale mi ero più documentata: su quella immensa brughiera paludosa venne combattuta, il 16 aprile 1746 tra le truppe governative e quelle giacobite, la battaglia di Culloden che si concluse con una tragica carneficina di queste ultime. Oggi sul campo conosciuto come Drumossie Moor sorge un moderno centro visitatori che spiega, attraverso pannelli informativi, filmati, esposizione di armi ed altri oggetti risalenti all’epoca, gli eventi antecedenti alla battaglia e lo scontro vero e proprio.

Culloden Batterfield

Culloden

Visitare il campo di battaglia è stato molto emozionante, sebbene molto triste. La giornata grigia e ventosa ha reso tutto ancora più cupo, trasmettendomi un senso di solitudine e malinconia. Mentre camminavo, le folate di vento molto forti e la pioggia sferzante mi hanno fatto pensare a come dev’essere stata quella mattina, a come si erano sentiti quegli uomini fermi ai loro posti, stanchi ed affamati, che non aspettavano altro che l’ordine di attaccare gli avversari. Si prova una profonda amarezza per tutte quelle vite spezzate in poco meno di un’ora, in un battaglia che ancora prima di iniziare lasciava intravedere il suo esito disastroso. Cammino lungo il sentiero fiancheggiato dai massi che ricordano i Clan scozzesi fedeli alla causa giacobita; qualcuno ha lasciato un fiore, un fiocco in tartan, un ciondolo a forma di croce per onorare il loro sacrificio che, a distanza di quasi tre secoli, non è stato dimenticato dall’orgoglioso e fiero popolo scozzese.

mixed clan culloden

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Il peggiorare delle condizioni meteo ci spinge a rifugiarci in macchina, dove mangiamo l’abbondantissimo packed lunch fornitoci dal b&b dove abbiamo pernottato la notte scorsa. Contro ogni previsione, le nuvole si allontanano lasciando intravedere qualche raggio di sole. Ci dirigiamo subito verso le Clava Cairns, un sito preistorico composto da alcune strutture circolari costruite con dei massi di pietra che si crede costituissero delle antiche aree di sepoltura. Ci sono molte pietre che spuntano dal terreno tra i faggi e proprio una di queste ha ispirato il celebre “Craigh Na Dun” dei romanzi di Diana Gabaldon, recentemente trasposti nella serie tv “Outlander” (ovviamente, la mia preferita!). Ci godiamo i tiepidi raggi di sole che filtrano tra gli alberi; il posto è molto tranquillo e pervaso da un’aria di mistero e magia.

Clava Cairns

Clava Cairns
In 15 minuti di macchina raggiungiamo il vicino Fort George, una fortificazione del XVIII secolo costruita su di un promontorio nel Moray Firth, il più grande fiordo scozzese, e tutt’ora utilizzata come base militare della British Army. Non vediamo i delfini, di solito assidui frequentatori delle acque di fronte al forte e, a causa dell’ora tarda per gli standard scozzesi (i musei chiudono verso le 17/17.30) visitiamo velocemente le ricostruzioni dei vecchi alloggi del soldati, del magazzino, delle stalle. Non riusciamo a vedere il museo perché arriviamo con 2 minuti di ritardo per l’ultima ammissione….che fiscalità!

Fort George

Fort George
Il cielo minaccia pioggia ed abbiamo ancora davanti un bel po’ di strada da percorrere per raggiungere il Loch Ness, meta di oggi. Ci rimettiamo quindi in marcia; rispetto al primo giorno ci sentiamo molto più sicuri con la guida a sinistra e la strada, seppur trafficata perché in prossimità di una città, scorre tranquilla. Raggiungiamo Dores, piccolo paesino situato sulla sponda orientale del Loch Ness, dove alloggiamo nel b&b Pottery House, una bella casa circondata da un giardino ben curato e da una moltitudine di uccellini colorati che si avvicinano per sgranocchiare qualche semino dalle mangiatoie disposte per loro dai proprietari.

Loch Ness

Loch Ness

La nostra camera è la più bella tra tutte quelle dove abbiamo pernottato: decisamente enorme, elegantemente arredata, con un bagno spazioso e luminoso e un pratico raccoglitore con svariati consigli per passeggiate o luoghi da visitare nelle vicinanze. Facciamo una passeggiata lungo la spiaggia dalla quale si ha una bella visuale del lago in tutta la sua lunghezza, ma è così lungo con i suoi 36 chilometri che non se ne vede la fine! Il sentiero a fianco della spiaggia è costeggiato da ginestre e porta all’interno di un bosco, ma non arriviamo ad andare oltre perché ci aspetta la cena al Dores Inn, unico ristorante del paese. Come consigliano tutte le guide turistiche è meglio prenotare, infatti anche oggi il locale è molto affollato. Mangiamo bene, in particolare un formaggino di capra alla griglia con verdurine e marmellata di cipolle rosse che era fantastico! Anche il terzo giorno è volato, domani ci aspetta una giornata molto impegnativa!

Loch Ness

Highland cow


– Pottery House b&b: http://www.potteryhouse.co.uk/
– Dores Inn: http://www.thedoresinn.co.uk/


day 1 – Sain Andrews
day 2 – Dunnottar Castle e Cairgroms National Park
day 3 – Inverness e Loch Ness
day 4 – Urquhart Castle, Eilean Donan Castle e rotta per l’isola di Skye
day 5 – Isle of Skye: Totternish Peninsula e Coral Beach
day 6 – Isle of Skye: fairy pool, talisker bay, neist point lighthouse
day 7 – Isle of Skye (Elgol) e Road to the Isles
day 8 – Glencoe, Glen Etive, Loch Awe
day 9 – Loch Lomond and the Trossachs National Park
day 10 – Edimburgo

SCOZIA ON THE ROAD – Day 2: Dunnottar Castle & Cairngorms National Park

Mi sveglio, sprofondata tra i cuscini del mio (comodissimo) letto. Vedo già filtrare la luce dalle tende della finestra e sento gli uccellini cantare. Devono essere minimo le 9, penso. Poi guardo la sveglia, e mi viene un colpo: sono le 5 del mattino! Fuori è già quasi pieno giorno, mentre da noi sarebbe ancora buio pesto; qui al Nord, così in alto ci sono pochissime ore di buio soprattutto in primavera/estate. Cosa positivissima per la sera, più tempo per passeggiare ed esplorare, un po’ meno per il mattino presto se la camera in cui si dorme non è dotata di persiane alle finestre bensì di semplici tende oscuranti, che, ammettiamolo, non sono proprio il massimo per tener fuori la luce. Il mio papà, da buon mattiniero, va a fare una passeggiata sulla spiaggia; io non ce la posso fare e rimango a poltrire finché, alle 7, non mi tira letteralmente giù dal letto. Andiamo a fare la spesa per il pranzo al vicino “The Cooperative Food”, gironzoliamo un po’ per il paese e poi, finalmente, rientriamo per la colazione: un delizioso porridge con sciroppo d’acero e frutta fresca per me, e una Full Scottish Breakfast per il papà, il tutto seduti comodamente con vista mare. Ben rifocillati, usciamo e ci incamminiamo verso il porto, dove parte il sentiero che, in una mezz’oretta circa, porta al vicino Dunnottar Castle. Inizialmente il sentiero sale ripido tra le case e la vegetazione ma poi, una volta arrivati in cima, prosegue pianeggiante lungo le scogliere a picco sull’oceano: un tripudio di colori, dal verde dell’erba, al giallo acceso dei ginestroni, al cielo azzurrissimo grazie al forte vento che soffia da ieri sera e non accenna a placarsi. Durante il percorso si passa davanti al War Memorial, un monumento in onore dei caduti nelle due guerre mondiali, che svetta su di una collina circondato da una moltitudine di narcisi e dal quale si gode di un’ottima vista sul castello.

Stonehaven War Memorial

Stonehaven War Memorial

Facciamo moltissime soste per scattare fotografie e guardarci attorno: con il cannocchiale, ma anche senza, è possibile avvistare moltissime specie di uccelli e, se si è fortunati anche le pulcinelle di mare. Noi non le abbiamo viste, ma in compenso abbiamo avvistato tre foche che nuotavano allegre nella baia a fianco al castello. Proseguiamo nella nostra passeggiata, abbandonando il sentiero per scendere nella caletta sottostante al castello, per trovare un po’ di protezione dal forte vento. Camminiamo lungo la spiaggia di sassi tondi e perfetti fino ad arrivare sotto l’imponente scoglio a picco sul mare che ospita il castello. Saliamo lungo il ripido pendio ed entriamo per iniziare la nostra visita. Rimango stupita perché dall’esterno non me lo aspettavo così grande, invece ospita una moltitudine di edifici, dalle stalle, alla torre del Lord e le stanze private della sua consorte. Circondato dall’oceano, attorniato da solide mura e collegato alla terra ferma solo da uno stretto passaggio, doveva essere una fortezza quasi inespugnabile; in effetti proprio qui furono nascosti i gioielli della corona scozzese, durante la rivolte anti monarchiche capeggiate da Cromwell, nella metà del 1600.

Dunnottar Castle

Dunnottar castle

Dunnottar Castle

Passeggiamo ancora per un po’ lungo il sentiero sulle scogliere che prosegue dopo il castello, e decidiamo di fare ritorno a Stonehaven seguendo una strada diversa da quella di stamattina. Ci dirigiamo quindi verso il Dunnottar Woods e con una passeggiata nel tranquillo bosco di frassini raggiungiamo il paese poco dopo mezzogiorno. Il tempo di caricare le valigie in macchina e partiamo verso la nostra meta di oggi, il villaggio di Tomintoul nel Cairngorms National Park, che dista poco meno di due ore di macchina. Superiamo campi, boschi, pecore, ancora campi e poi ci arrampichiamo su per una ripida strada, in un paesaggio davvero brullo per via dell’erica non ancora fiorita. Inizia a piovere e a calare la nebbia e le montagne si fanno grigie e tetre. Superiamo gli impianti sciistici del Lecht Skii Center, che con i suoi 650mt è probabilmente il punto più alto dove siamo stati durante la nostra vacanza, per poi iniziare nuovamente la discesa. Percorriamo pochi chilometri ed esce di nuovo il sole; ci fermiamo lungo la strada per scattare una foto ad una lunga valle con un fiumiciattolo e una casetta in fondo, che ho notato passando, e decidiamo di fare una passeggiata, che si rivelerà una delle più piacevoli di tutto il viaggio. La casetta che ho visto è in realtà la Lecht Mine, una vecchia miniera di ferro costruita nel 1730 ma chiusa solo sette anni dopo. Fu poi riaperta nel 1841 e divenne la più grande miniera di manganese dell’intera Scozia. All’interno dell’unico edificio che oggi rimane a testimoniare il passato si trova un’interessante tabella illustrativa che spiega il processo di estrazione e lavorazione del manganese. La passeggiata che parte dal parcheggio a fianco della strada ed arriva alla miniera è breve e gradevole e, mentre camminiamo, avvistiamo moltissimi fagiani e galli forcelli.

Lecht Mine

Lecht Mine

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Percorriamo i pochi chilometri restanti ed arriviamo a Tomintoul poco dopo, trovando con facilità il b&b prenotato per stanotte. Ci accolgono dei padroni di casa simpatici e molto disponibili a chiacchierare e a darci informazioni, per lo più di carattere faunistico, data la passione di mio papà per gli animali selvatici. La casa, così come la nostra camera, è semplice ma ben curata e ci sentiamo subito a nostro agio. Ceniamo al Clockhouse Restaurant, già prenotato perché è l’unico del villaggio, e poi camminiamo un po’ tra i campi, avvistando caprioli e una miriade di leprottini e fagiani. Anche oggi la stanchezza si fa sentire e crolliamo non appena appoggiata la testa sul cuscino.

fagiano


– Glentorets b&b: http://www.glentorets.co.uk/
– The Clockhouse restaurant: http://www.worldslargestscotchwhisky.com/Clockhouse/Untitled-2.htm
– Lecht Mine walk: http://www.walkhighlands.co.uk/cairngorms/lechd-mine.shtml


day 1 – Sain Andrews
day 2 – Dunnottar Castle e Cairgroms National Park
day 3 – Inverness e Loch Ness
day 4 – Urquhart Castle, Eilean Donan Castle e rotta per l’isola di Skye
day 5 – Isle of Skye: Totternish Peninsula e Coral Beach
day 6 – Isle of Skye: fairy pool, talisker bay, neist point lighthouse
day 7 – Isle of Skye (Elgol) e Road to the Isles
day 8 – Glencoe, Glen Etive, Loch Awe
day 9 – Loch Lomond and the Trossachs National Park
day 10 – Edimburgo

SCOZIA ON THE ROAD – Day 1: Saint Andrews

The dream comes true! Prima giornata della nostra vacanza scozzese, iniziata nel meglio dei modi. Partiamo da Malpensa con volo Easy Jet tranquillo e puntuale che alle 12.15 ci fa atterrare in una Edimburgo grigia e nuvolosa. Ritiriamo la macchina a noleggio da Arnold Clark, vicino all’aereoporto, servizio veloce e personale gentile. Sistemati i bagagli, siamo pronti per partire. Attimi di panico iniziali dovuti alla guida a sinistra e alla moltitudine di rotatorie/semafori/incorci appena usciti dal parcheggio…ma già dopo i primi 5 km ci si sente  già più sicuri. Indispensabile invece il navigatore satellitare, che oltre ad illustrare che strada percorrere (senza non ce l’avremmo mai fatta ad orientarci!), indica anche la corsia di marcia da mantenere. Ci dirigiamo subito verso Saint Andrews nella regione del Fife, patria del Golf e rinomata sede universitaria. In un’ora e mezza raggiungiamo la cittadina che troviamo estremamente piacevole e, contro ogni previsione, poco trafficata e tranquilla. Intanto le nuvole si sono un po’ diradate e si intravede qualche raggio di sole e un bel cielo azzurro. Lasciamo la macchina in un parcheggio gratuito a 10 minuti a piedi dal centro ed con una breve passeggiata raggiungiamo i resti dell’imponente cattedrale cattolica, risalente al 1158 e di cui oggi non rimangono che impressionanti rovine, circondate da un cimitero con vecchie lapidi di ogni forma e dimensione.

Cattedrale Saint Andrews

Osservando i resti delle navate e le alte torri che ancora svettano nel cielo provo ad immaginare come deve essere stata grandiosa questa cattedrale, che era ed è in effetti la più grande mai costruita in Scozia, decaduta durante la riforma protestante nella seconda metà del 1500. Oggi si passeggia tra i massi che indicano le navate, si cammina tra le tombe in un’atmosfera di estrema tranquillità e pace, si osserva, attraverso i buchi nelle vecchie pareti, l’oceano che nel corso dei secoli ha eroso, scavato e modellato queste pietre. Ammetto di avere una macabra passione per i vecchi cimiteri, quelli con l’erbetta verde e curata e con le lapidi rese quasi illeggibili dagli anni e dal muschio, quelli che in Scozia se ne trovano ovunque, che te li trovi davanti all’improvviso lungo la strada, in posti sperduti e deserti.

Cattedrale Saint Andrews

Poco lontano dalla cattedrale c’è il castello, anch’esso in rovina, costruito su di una scogliera attorno al 1200, ma poi demolito e riedificato verso la metà del 1500. Noi ci limitiamo ad osservarlo da fuori e decidiamo di non visitare l’interno preferendo invece fare un passeggiata lungo la costa, con una bella vista sull’oceano, che ci siamo goduti nonostante il forte (anzi fortissimo) vento che si è alzato nel pomeriggio. Scendiamo verso il porto fino alla spiaggia di East Sands e poi ritorniamo verso il centro, per un giretto veloce ed un caffè in Market Street.

Saint Andrews Castle

A metà pomeriggio ripartiamo alla volta di Stonehaven, prima tappa del nostro viaggio e meta di oggi. I paesaggi che vediamo durante il tragitto sono una tavolozza di colori e su tutti predominano il verde ed il giallo dei campi fioriti. Attraversiamo un immenso campo coltivato a narcisi, bianchi e gialli, una meraviglia per gli occhi, anche perché si tratta del mio fiore preferito! Arriviamo a Stonehaven, piccolo paese lungo la costa dell’Aberdeenshire, dopo un’altra ora e mezza di macchina su una comoda strada che credo coincida con le nostre autostrade (ma gratuita!). Stonehaven ha una spiaggia davvero carina, fatta di sassi tondi e coloratissimi, ed una via principale con molti negozietti e markets. Il b&b che ho prenotato, il Bayview B&b, ci stupisce per la sua bellezza e l’accortezza nei particolari delle camere, accoglienti e dotate di ogni comfort, e per la simpatia dei proprietari.

Stonehaven_beach

Stonehaven_Beach

Decidiamo di fare una cena easy e veloce questa sera, e prendiamo un fish and chips al “The Bay”, rinomato locale d’asporto che ha vinto nel 2013 il premio come miglior takeaway della Gran Bretagna al National Fish and Chip Awards. Le aspettative non vengono deluse! Entriamo nel piccolo locale e ci stupiamo per il numero di persone in fila che aspettano di ordinare: vediamo più gente qui che nel centro del paese! Al nostro turno, un ragazzo gentilmente mi aiuta a scegliere tra le molte proposte del menù così, poco dopo, usciamo vittoriosi dal The Bay con il nostro Fish and Chips che troviamo, oltre che abbondante (quasi esagerato!) super buono e per niente pesante! Facciamo una bella passeggiata lungo-oceano e poi, stanchi dalla levataccia della mattina e dalle avventure della giornata, ce ne andiamo a nanna… domani ci attende un’altra meravigliosa giornata!

Stonehaven

Stonehaven



LINK UTILI:

– Bayview b&b: http://www.bayviewbandb.co.uk/
– The bay fish and chips: http://thebayfishandchips.co.uk/


day 1 – Sain Andrews
day 2 – Dunnottar Castle e Cairgroms National Park
day 3 – Inverness e Loch Ness
day 4 – Urquhart Castle, Eilean Donan Castle e rotta per l’isola di Skye
day 5 – Isle of Skye: Totternish Peninsula e Coral Beach
day 6 – Isle of Skye: fairy pool, talisker bay, neist point lighthouse
day 7 – Isle of Skye (Elgol) e Road to the Isles
day 8 – Glencoe, Glen Etive, Loch Awe
day 9 – Loch Lomond and the Trossachs National Park
day 10 – Edimburgo

Breve storia della Scozia – Parte 8: La Scozia moderna

Nell’800 la Scozia conobbe un rapido sviluppo delle sue prime industrie, in particolare quelle tessili e della lavorazione del ferro e del carbone. Se il Nord rimaneva destinato alla pastorizia e a fornire manodopera, le grandi città come Glasgow ed Edimburgo conoscevano successi e splendori, divenendo centri molto importanti di diffusione della cultura illuministica. Edimburgo in particolare, l’ex capitale del regno di Scozia, venne definita “l’Atene del Nord” per la sua attività letteraria, filosofica e scientifica.
La sempre maggiore richiesta di manodopera per le industrie inglesi e scozzesi favorì l’immigrazione soprattutto di irlandesi in cerca di lavoro e la Scozia divenne così una delle principali mete del grande flusso migratorio irlandese che caratterizzò questa epoca.

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Nel corso dell’800 iniziava anche il lento risveglio della cultura gaelica grazie a scrittori come Sir Walter Scott, che contribuirono a diffondere un’immagine romantica, tradizionale e folcloristica della Scozia, in contrapposizione a quella inglese, capitalista e moderna. Grazie al lavoro di questi intellettuali si riaccese, dopo oltre un secolo dalla fine del sogno giacobita, lo spirito di nazionalismo di molti scozzesi. Nel 1860 fu eretto a Stirling un monumento a William Wallce e negli anni seguenti si fondarono sempre più associazioni e gruppi di rivendicazione dei diritti degli scozzesi, assistendo a iniziative di protesta sociale che si bloccarono però con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, che portò una grave crisi economica ed occupazionale che peggiorò ulteriormente con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale. Fu negli anni ’70 che l’economia scozzese tornò a prosperare con la scoperta del petrolio nel Mare del Nord.

Ritratto di Sir Walter Scott, di Henry Raeburn, datato 1820
Ritratto di Sir Walter Scott, di Henry Raeburn, datato 1820

Dopo 250 anni di dominazione da Londra, alcuni scozzesi cominciarono a pensare che fosse giunta l’ora di tagliare le catene che li tenevano legati all’Inghilterra e creare una Scozia indipendente, come era successo in Irlanda. Tuttavia, una vasta maggioranza della popolazione credeva ancora nel concetto di Gran Bretagna, e di unione con l’Inghilterra.

L’11 settembre 1997, esattamente 200 anni dopo la vittoria di William Wallace a Stirling Bridge, si è svolto il Referendum a favore dell’autonomia e la costituzione di un Parlamento Scozzese. Un tentativo analogo era stato fatto nel 1979, ma, nonostante la maggioranza dei votanti si fosse espressa per il si, non si ottenne il quorum necessario. Al contrario, il Referendum del 1997 è stato un successo clamoroso: il 74,3% dei votanti si è espresso a favore dell’autonomia. In seguito, nel 1999 si sono svolte le prime elezioni scozzesi ed è stato inaugurato, dalla Regina Elisabetta II, il Nuovo Parlamento che è entrato nel pieno delle sue funzioni il 1° gennaio 2000.

propaganda a favore dell'indipendenza parlamentare scozzese
Propaganda a favore dell’indipendenza parlamentare scozzese

L’anno scorso, il 2014 ha visto un altro importante appuntamento per la storia scozzese. Il 18 settembre si è svolto il Referendum per l’indipendenza della Scozia, con il quale si è deciso se il Paese dovesse separarsi o meno dal Regno Unito per diventare uno Stato Indipendente. Alla domanda “Should Scotland be and indipendent contry?” il 55,3% dei votanti ha risposto No, mentre il restante 44,7% era per dalla parte del SI. Il totale dei votanti è stato del 97% degli aventi diritto al voto. L’agognata indipendenza, la libertà tanto cercata da Wallace, da Bruce, dagli ultimi Stuart, anche questa volta non è stata raggiunta.

La Scozia oggi rimane parte integrante del Regno Unito, ma la maggior parte delle decisioni locali vengono prese nel cuore di Edimburgo, piuttosto che a Londra.

Si narra una strana leggenda nelle Highlands. Si dice che nell’agosto del 1748 undici persone, uomini e donne, ebbero in una valle non lontana da Aberdeen, una straordinaria visione collettiva. Dei grandi globi di luce apparvero nel cielo del pomeriggio, e nel loro interno si intravedevano degli eserciti: il primo era composto da uomini con divise scure e che innalzavano come vessillo la croce di S.Andrea, l’altra armata aveva divise rosse e levava la bandiera britannica. Per due volte gli uomini vestiti di blu furono attaccati ferocemente, ed in entrambi i casi respinsero gli assalitori. Alla terza volta l’esercito con la croce sbaragliò i nemici per metterli in fuga. La visione si dissolse nel cielo mentre i vincitori urlavano di gioia per il loro trionfo. Forse, dopo tutto, la storia futura della Scozia, paese orgoglioso, fiero e bellissimo, nasconde un risvolto che molti, per centinaia di anni, hanno sognato e per il quale hanno lottato a costo della propria vita.

Un sostenitore dell'indipendenza scozzese cammina lungo una deserta via di Edimburgo dopo la diffusione dei risultati del referendum del 2014
Un sostenitore dell’indipendenza scozzese cammina lungo una deserta via di Edimburgo dopo la diffusione dei risultati del referendum del 2014

Alba gu bràth, Scozia per Sempre

 

Link agli altri articoli:

Parte 1 Parte 2Parte 3Parte 4 –  Parte 5 –  Parte 6Parte 7


FONTE: Il cardo e la Croce, Paolo Gulisano

 

Breve storia della Scozia – Parte 7: Le Clearances

Il massacro avvenuto a Culloden fu solo un preambolo di quello che sarebbe accaduto. Negli anni che seguirono, il governo inglese mise in atto un vero e proprio tentativo di repressione totale della cultura Gaelica scozzese e di sottomissione degli abitanti delle Highlands. L’intenzione era di spezzare la volontà e l’orgoglio di questo popolo e per prima cosa occorreva smantellare il sistema dei Clan ed eliminare i simboli della cultura gaelica.

Nel 1746, poco dopo Culloden, vennero emanati dal Governo inglese tre atti: l’Act of ProscriptionDress Act che vietava il possesso di armi, l’uso del kilt, del tartan e di tutto quanto facesse parte del costume tradizionale (ad eccezione del corpo militare composto dagli abitanti delle Highlands) e che fu poi abolito nel 1782; il Tenures Aboliction Act annullava qualsiasi legame feudale di servizio militare; l’Heritable Jurisdictions Act toglieva qualsiasi potere ai capi Clan ed espropriava le loro terre, vendendole ai sudditi della Corona Britannica. Venne inoltre proibito suonare la cornamusa, bollata come strumento di guerra, e parlare la lingua gaelica. Si impose l’anglicizzazione dei nomi dei luoghi e delle persone ma meno successo ebbe la trasformazione dei cognomi. Tali legge governative avevano come chiara finalità la distruzione dell’identità, la cancellazione di una cultura, la soppressione del senso di appartenenza: l’identità gaelica doveva scomparire a vantaggio di quella britannica, attraverso l’eliminazione dei segni visibili di riconoscimento.

The Order of Release 1746, dipinto da Sir Henry Tate nel 1898. Il quadro raffigura la moglie di un ribelle giacobita, che era stato imprigionato dopo le rivolte del 1745, che presenta l'ordine di rilascio del marito ad un soldato inglese.
The Order of Release 1746, dipinto da Sir Henry Everitt Millais nel 1898. Il quadro raffigura la moglie di un ribelle giacobita, che era stato imprigionato dopo le rivolte del 1745, che presenta l’ordine di rilascio del marito ad un carceriere inglese.

Venne dato inizio poi alle cosiddette Clearances (letteralmente “sgomberi”), delle vere e proprie pulizie etniche che durarono approssimativamente dal 1750 al 1880: data la difficoltà di sradicare dagli uomini della Highlands le loro idee e le loro tradizioni, si pensò bene di sradicare la popolazione stessa, per sostituirla con le pecore. L’economia delle Highlands era stata, fino a quel momento, basata sull’agricoltura, a differenza di quanto accadeva nelle Lowlands dove era invece diffuso l’allevamento di pecore, un’attività che dava grandi profitti con la vendita di carne e lana e aveva costi di gestione bassissimi. Si decise di diffondere l’allevamento anche nel Nord della Scozia e decine di migliaia di pecore vennero portare nelle Highlands. Le greggi avevano bisogno di spazio e terreni sui quali pascolare, e proprio da queste terre vennero cacciati a forza gli abitanti: terre ricche di storia, abitate da uomini che le possedevano da almeno 700 anni, vennero sgombrate per far posto agli animali. Migliaia di Highlanders furono costretti ad andarsene, ad abbandonare le loro vite e le loro case, dalle quali venivano sfrattati a forza. In alcuni casi furono deportati addirittura interi villaggi, i cui abitanti venivano condotti ai porti ed imbarcati in massa. Tutte queste persone erano costrette ad emigrare in America, Australia, Nuova Zelanda. L’alternativa all’esilio oltre mare era la vita nelle città come Glasgow, grandi ed estranee, dove l’industrializzazione richiedeva sempre più manodopera, oppure lungo la costa, dove si sviluppò l’attività della pesca. In un solo anno, il 1792, vennero allontanati un migliaio di abitanti del Nord per far posto a greggi sterminate: non a caso i gaelici lo ricordano come Bliadhna nan Caorach, l’anno della pecora. Quelli che una volta erano stati i gloriosi e potenti Clan, ora venivano smembrati e le famiglie che ne facevano parte sparpagliate in giro per il mondo. È il caso dei Chisholm, un clan fierissimo la cui lealtà al Re, al Papa e alla loro stirpe fu duramente punita. Alla metà dell’800 solo una manciata di famiglie con questo cognome era rimasta nella loro terra: le altre erano state deportate in Canada e in Australia. I MacDonald di Keppoch e di Glengarry invece, strangolati dai debiti, furono costretti a vendere le loro proprietà e a mettere la loro gente in condizione di andarsene: si stima che 20.000 MacDonald di Glengarry dovettero imbarcarsi per il Canada, lasciando la loro terra alle pecore.

Highland Clearances, dipinto di John Watson Nicol, 1883 che ritrae una coppia di scozzesi emigranti.
Highland Clearances, dipinto di John Watson Nicol, 1883 che ritrae una coppia di scozzesi emigranti.

Gli Highlanders, anno dopo anno, vennero condotti alle navi che li strappavano dalla loro terra e dalla loro storia, e lo fecero senza quasi ribellarsi, poiché non avevano altra scelta. I loro cuori erano certamente pieni di tristezza ed amarezza, come esprimono i versi composti da Alan MacDougal, un bardo di Glengarry:

 “A cross has been placed upon us in Scotland,
Poor men are naked beneath it.
Without food, without money, without pasture,
The North is utterly destroyed”

Una croce è stata posta sopra di noi in Scozia,
i poveri sono indifesi sotto di essa.
Senza cibo, senza denaro, senza pascoli,
il Nord è completamente distrutto.

 

È significativa la testimonianza di Peggy MacCormack, nata MacDonald di Clanranald, che si può trovare nel libro di J.Preeble, The Highland Clearances (1982):

“Le clearances ci caddero addosso. Prima non c’era nel mondo per noi né peccato né afflizione, ma vennero le clearances e distrussero tutto: mutarono la nostra contentezza in amarezza, le nostre benedizioni in bestemmie, il nostro cristianesimo in derisione. Oh, Dio, gli occhi mi si riempiono di lacrime quando penso a tutto quello che abbiamo sofferto, e i dolori, le durezze e le oppressioni che abbiamo attraversato”.

After the Highland Clearances, dipinto di David Stratton Watt che ritrae un cottage abbandonato e delle pecore che pascolano.
After the Highland Clearances, dipinto di
David Stratton Watt che ritrae un cottage abbandonato e delle pecore che pascolano.

Nonostante tutto, il Governo inglese negò ogni responsabilità nel genocidio culturale, definendo le clearances un atto necessario per risolvere il problema della sovrappopolazione nelle Highlands, fatto decisamente falso e irreale.
Ma ci fu anche chi si oppose alla brutalità delle Clearances, seppur senza risultati: nell’estate del 1792 una parte del Clan Aindrea, nella contea di Ross, diede il via ad una ribellione, guidata da Alasdair Wallace e sostenuta anche da membri di altri clan dei territori limitrofi. Organizzarono una spedizione contro le pecore e contro i nuovi invasori, scacciando con le urla e con i canti l’enorme gregge che stava avanzando verso le loro terre, fino a che non si trovarono davanti i proprietari e le autorità. Per schiacciare la riforma intervenne l’esercito, ed in particolare il 42° reggimento, quello dei famigerati Black Watch, che avevano preso parte anche alla mattanza di Culloden, equipaggiati in assetto di guerra, e di fronte ai quali i poveri highlander armati di sassi e bastoni, si arresero. In seguito a questa ribellione, vennero adottati dal governo dei metodi più veloci di sgombero della popolazione: delle squadre armate venivano mandate ad incendiare case e fattorie e i precedenti occupanti venivano messi davanti alla scelta dell’emigrazione o della vita nelle grandi città. Chi opponeva resistenza o chi si rifiutava di lasciare la propria terra veniva arrestato, ucciso o addirittura bruciato vivo nella propria casa. nel 1849 i MacDonald di Sollass, nell’isola di North Uist, rifiutarono di essere cacciati dalle loro case e imbarcati per il Canada. Resistettero alla polizia finché non arrivarono rinforzi da Glasgow per sedare la ribellione.

Evicted Family, Lochmaddy, Outer Hebrides, 1895. © Scottish Life Archive, National Museums of Scotland (Famiglia sfrattata dalla propria casa nel 1895)
Evicted Family, Lochmaddy, Outer Hebrides, 1895. © Scottish Life Archive, National Museums of Scotland
(Famiglia sfrattata dalla propria casa nel 1895)

Si stima che tra il 1760 e il 1800, nella prima parte delle Clearances scozzesi, più di 70.000 Highlanders e abitanti delle Isole emigrarono, e probabilmente altrettanti lo fecero negli anni tra il 1800 ed il 1860. A queste cifre vanno aggiunti altri 150.000 scozzesi che furono obbligati a lasciare la loro terra per andare a vivere sulla costa o nelle grandi città. Per dare un senso a questi numeri, basti pensare che nel 1801 il numero totale di abitanti che vivevano in quelle che oggi sono le Highlands, le Western Highlands e Argyll & The Bute, era pari a 260.000 persone.

I versi di Ian MacCodrum, bardo del Clan MacDonald di Uist, celebrano l’addio alla libertà, alla patria e alla tradizione:

“Guardati attorno e osserva questa piccola aristocrazia
Senza pietà per le povere creature,
senza gentilezza per la loro parentela.
Essi non pensano che tu appartieni alla terra,
e sebbene essi ti abbiano lasciato vuoto e spoglio,
non considerano questo una perdita.
Essi hanno perduto il loro rispetto
Per ogni legge e promessa che esisteva
Tra gli uomini che trassero questa terra all’avversario”

Ruderi di villaggi e abitazioni sono molto cumuni in Scozia, abbandonati a seguito delle Clearances.
Ruderi di villaggi e abitazioni sono molto cumuni in Scozia, abbandonati a seguito delle Clearances.

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FONTE: Il cardo e la Croce, Paolo Gulisano

Creature fantastiche scozzesi: i Brownie

Secondo le leggende scozzesi i brownie (ùraisg in gaelico scozzese) sono dei piccoli folletti, alti non più di 60 cm, con la pelle scura e abiti trasandati color marrone, dai quali deriva il loro nome. Questa specie di folletto vive nei pressi delle case degli uomini, nei pollai, nelle stalle, nei granai, e durante la notte svolge ogni sorta di faccenda domestica o di lavoro nei campi di modo che, all’alba, il padrone di casa trovi tutto a posto e in ordine. Essi sorvegliano gli animali, trebbiano e mietono i campi, fanno commissioni, curano i giardini e distillano il whisky o la birra. Terminano volentieri i lavori lasciati a metà, e fanno i dispetti alla servitù pigra per indurla a darsi da fare. Sono anche in grado di rendere fertili le terre improduttive ed aride. In cambio dei suoi servigi è opportuno lasciare al brownie dei piccoli regali, generalmente sottoforma di cibo ed in particolare una scodella di panna e una focaccina dolce. In molte dimore tradizionali scozzesi al brownie di casa veniva riservata una sedia accanto al camino e talvolta addirittura un’intera stanza.

brownie
Come molti altri folletti, i brownie sono rappresentati come esseri dal carattere difficile, suscettibili, e propensi, se contrariati, a diventare vendicativi. In particolare, non apprezzano ricevere pagamenti in denaro per i loro servigi, né tantomeno cose costose o abiti pregiati. Considererebbero tali doni un offesa, e se ne andrebbero dalla casa nella quale lavorano, per sempre. il rapporto con i padroni di casa inoltre deve rimanere su un piano di disinteressata, reciproca cortesia. Di fatto è davvero raro riuscire a vedere un brownie, e lo è ancora di più parlare con lui.

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Di seguito una leggenda che parla di Brownie, tratta dal libro “elfi e streghe di Scozia”, di Lorenzao Carrara.

In una fattoria a Cranshaws nel Berwickshire un tempo viveva un brownie, che era sempre affaccendato a lavorare e dare una mano a chi aveva bisogno di aiuto.
quando veniva il tempo del raccolto falciava il grano, lo batteva e infine impilava la paglia per l’inverno. Non chiedeva mai alcun compenso e si accontentava della piccola scodella di panna e porridge che gli veniva lasciata fuori dalla porta perché si sfamasse.
Il padrone e i lavoranti rispettavano il brownie e gli erano grati per il modo in cui questi svogleva per loro alcuni dei lavori più duri.
Poi un giorno un ragazzo, scioccamente, prese a dire che la paglia non era stata ben stivata nel pagliaio. Immediatamente il brownie si offese, e decise che questo metteva fine al suo soggiorno a Cranshaws, ma giurò che non se ne sarebbe andato prima di essersi vendicato per l’offesa subita.
A circa due miglia di distanza dalla fattoria c’era una roccia nuda, chiamata Raven Crag: nel buio della notte il brownie infuriato prese tutta la paglia del pagliaio e la portò là in cima, poi la gettò tutta quanta giù dal precipizio gridando: “Non è ben stivata! Non è ben stivata! E allora non sarò più io a stivarla: mai più! La spargerò tutta sulla roccia di Raven, e dovranno lavorare un bel po’ per stivarla di nuovo!”