Italian Chapel, la chiesetta degli Italiani alle Isole Orcadi in Scozia

Prima di esplorare le affascinanti Isole Orcadi avevo solo sentito parlare, vagamente, della presenza di una chiesetta costruita da prigionieri di guerra italiani. E’ stato pochi mesi prima della partenza che, con mio grande stupore, ho scoperto che l’uomo che più di tutti aveva lavorato alla creazione della chiesetta era come me Trentino, Domenico Chiocchetti di Moena tra le Dolomiti. Così ho iniziato ad informarmi sulla storia della Italian Chapel, emozionata nell’apprendere che un mio “vicino di casa” era riuscito, nel bel mezzo delle brutture di un guerra, a costruire qualcosa di così bello. Mi sono messa in contatto con la figlia di Domenico, Letizia, e ci siamo incontrate poco prima della partenza: Letizia mi ha raccontato tantissime cose sulla storia del suo papà, della Chapel e del fortissimo legame che si è creato tra Domenico e la gente delle Orcadi, amicizia che lei stessa custodisce gelosamente ora che suo padre non c’è più. Visitare la Cappella degli Italiani dal vivo, alle Isole Orcadi, conoscendone la storia e conoscendo personalmente Letizia è stato a dir poco emozionante. Ad accompagnarci nella visita c’era l’anziano John Muir, membro del comitato di tutela della Cappella e grande amico di Letizia: è stato un onore per noi poter visitare questa opera d’arte guidate dalle conoscenze e dalla gentilezza di John! In questo articolo voglio raccontare anche a voi l’incredibile storia di Domenico e della costruzione della famosa Italian Chapel convinta che un giorno, se la visiterete di persona, vi emozionerete voi stessi, ammirandola!

LE CHURCHILL BARRIERS

Per comprendere la storia della Italian Chapel occorre partire dalle vicine Churchill Barriers: le Churchill Barriers sono quattro sbarramenti difensivi costruiti durante la seconda guerra mondiale per impedire l’accesso ai sottomarini nemici alla baia di Scapa Flow all’interno della quale si trovava una importante base militare della Royal Navy. Costruite su ordine di Winston Churchill, dal quale prendono il nome, furono realizzatee tra il 1940 e il 1944 a seguito dell’affondamento del sottomarino Britannico Royal Oak da parte di un U-Boat Tedesco con la perdita di 883 vite. A realizzarle furono prevalentemente 1300 prigionieri di guerra Italiani che erano detenuti in vari Campi sulle Isole, dopo essere stati catturati nella Campagna del Nordafrica. Terminato il loro scopo bellico, alla fine della guerra, vennero quindi utilizzate come strade per collegare Mainland con South Ronaldsay e altre isole minori. Transitandovi in macchina si possono ancora vedere, tra un’isola e l’altra, i relitti di alcune navi posizionati appositamente per bloccare il passaggio, prima della costruzione delle barriere.

La baia di Scapa Flow, al centro racchiusa tra le isole e, a destra evidenziate in rosso, le quattro Barriers che collegano le varie isole a Sud di Kirkwall e chiudono di fatto il passaggio alle navi.

I PRIGIONIERI DI GUERRA ITALIANI

Bisognosi di manodopera per costruire le Barriers, si ricorse alla forza lavoro di molti prigionieri di guerra Italiani, catturati nel Nord Africa: dopo un viaggio estenuante in treno e tre mesi in mare, stipati stottocoperta, gli italiani arrivarono prima ad Edimburgo e quindi alle Orcadi, sulla piccola isola di Lamb Holm. Era il gennaio del 1942, il tempo era il classico meteo invernale con forti piogge e ancor più forti venti, pochissime ore di luce, e una distesa di fango in cui si affondava fino alle ginocchia: immaginatevi lo shock di ritrovarsi in un posto del genere, abituati a climi totalmente diversi, dopo che la maggior parte dei soldati aveva trascorso gli ultimi 18 mesi nel deserto Africano. La nuova casa di molti italiani, per i successivi tre anni, fu il Campo 60 sulla piccola Lamb Holm, costituito da 13 baracche Nissen racchiuse dentro una recinzione di filo spinato. Ogni bararcca ospitava fino a 50 uomini che dormivano stretti stretti su una serie di cuccette a castello poste su entrambi i lati. C’era poi la mensa militare, che ospitava anche le cucine e un piccolo spaccio di articoli vari, dalla carta da lettera al necessario per la toeletta.

Una delle Churchill Barriers e, a sinistra, i relitti delle navi poste precedentemente come barriera.

IL LAVORO ALLE BARRIERE

Una fortunata parte dei progionieri Italiani rimase a lavorare presso il campo: venivano impiegati come cuochi, garzoni, calzolai, sarti ma anche presso gli uffici amministrativi. E’ il caso di Domenico, che essendo un artista e cavandosela bene con carta e penna venne incaricato di copiare documenti e riuscì ad evitare così il duro lavoro per costruire le barriere. La parte sfortunata dei prigionieri venne invece spedita a lavorare alle Barriers, specialmente nelle cave dove si estraevano gli enormi blocchi di pietra che, posti all’interno di grandi gabbie metalliche, venivano poi calati in mare tra le isole per creare le barriere. La vita al Campo e nelle cave era dura, e in qualche occasione gli italiani intrapresero anche degli scoperi.

Veduta di una delle Chruchill Barriers: oggi sembra un luogo ameno e tranquillo, ma è inimmaginabile lo sforzo e la fatica dei nostri connazionali che le costruirono
Viewpoint su una delle Barriers da Burray a Glimps Holm

LA COSTRUZIONE DELLA CAPPELLA

Nel settembre del 1943 arrivò presso il Campo 60 un sacerdote, Padre Gioacchino Giacobazzi, della provincia di Modena. Anche lui catturato in Africa, fu inviato ad Edimburgo e successivamente alle Orcadi: il Governo Britannico stava infatti cercando di assegnare alcuni sacerdoti ai vari campi, dove ce ne fosse stato più bisogno. Con l’arrivo di Padre Giacobazzi arrivò anche l’idea della cappella: i prigionieri italiani infatti espressero la necessità di avere un luogo di culto, richiesta che venne accolta dal Maggiore Buckland che era a capo del Campo. Ovviamente per quanto riguardo i materiali da costruzione ci si arrangiò come si poteva, utilizzando due baracche Nissen come struttura principale, cemento donato dalla Balfour Betty, l’impresa Brtiannica che assieme ai prigionieri stava costruendo le Barriere, pezzi di ferro recuperati dai relitti delle navi e scarti di legno e altri materiali recuperati di qua e di là. Il Maggiore Buckland, che venne successivamente descritto dai prigionieri come un uomo buono e giusto, sostenne sempre con entusiasmo il progetto della cappella e funse da collegamento con il mondo esterno per quanto riguardava la reperibilità dei materiali. All’interno del Campo venne addirittura istituito tra i prigionieri un “fondo per la cappella” utilizzando il denaro che essi ricavavano dalla vendita di oggetti realizzati a mano e dalla vendita dei beni di prima necessità all’interno della mensa nel campo. Pare anche che alcuni Orcadiani donarono materiali ed attrezzi, un negoziante di Kirkwall fornì per certo colori e pittura, che servirono a Chiocchetti per realizzare i suoi meravigliosi dipinti.

La Cappella degli Italiani oggi

GLI INTERNI DELLA CAPPELLA

La cappella fu costruita tra il 1943 e il 1945 e a coordinare i lavori fu Domenico Chiocchetti, già noto all’interno del campo per le sue doti artistiche: Domenico si affezionò così tanto alla cappella che si fermò alle Orcadi anche dopo la fine della guerra, per portare a termine il suo lavoro. Tra gli artefici principali di questa bellissima chiesetta ricordiamo anche il fabbro abruzzese Giuseppe Palumbi, l’operaio specializzato in strutture di cemento Domenico Buttapasta, gli elettricisti Assunto Micheloni e Michele de Vitto, il falegname Sforza, i muratori Barcaglioni e Battiato e molti altri uomini che, nel mezzo delle brutture di una guerra, lontani da casa e in condizioni di vita misere e precarie, riuscirono a creare qualcosa di così unico e magnifico. Entrando nella cappella oggi si rimane incantati da come questi uomini siano riusciti a trasformare una spoglia baracca Nissen in un’opera d’arte. Colpisce specialmente il presbiterio magistralmente decorato dai dipinti di Domenico che si ispirò ad un piccolo santino raffigurante la Madonna col bambino che sua madre gli aveva regalato prima che partisse per la guerra. La Madonna è al centro del dipinto, con in braccio Gesù che tiene in mano un rametto di ulivo, simbolo di pace. Ai lati si trovano sei angeli che sostengono una pergamena con scritto “Regina pacis ora pro nobis” (Regina della pace prega per noi) e due finestre che sembrano di vetro piombato ma che in realtà sono due semplici lastre di vetro dipinte: Domenico riuscì magistralmente a dare un senso di profondità alle due finestre tanto che osservandole sembrano due finestre vere e proprie!

Il presbiterio con il dipinto di Domenico Chiocchetti. Si notino le finetre, che sono solamente dipinte, così come i mattoncini!
Lampada sospesa realizzata con le lattine della carne in scatola utlizzate nella mensa del campo

LA CANCELLATA E IL MISTERIOSO CUORE DI FERRO

Per creare l’altare domenico costruì un calco in gesso dove versò poi il cemento, donando all’opera finita l’aspetto quasi di pietra, di marmo. Anche i mattoncini che decorano le pareti ed il soffitto della cappella sono finti: essi sono infatti solamente dipinti, minuziosamente ed uno ad uno, per dare un senso di profondità agli occhi di chi li osserva. Davanti all’altare si trova una magnifica cancellata in ferro realizzata da Giuseppe Palumbi che riuscì nonostante il materiale di scarsa qualità a realizzare questa magnifica struttura fatta di volute, foglie e motivi intricati, alta tre metri e larga ben cinque. Una storia romantica narra di un cuore che Giuseppe nascose nella sua cancellata, come pegno d’amore per una ragazza del luogo del quale si era innamorato, Fiona. Pegno d’amore che è sotto gli occhi di tutti quelli che entrano nella Cappella, ma che solo in pochi notano: un cuore di ferro incastonato per terra, ai piedi dell’altare, nel punto esatto in cui le porte centrali della cancellata si chiudono. Il figlio e i nipoti di Giuseppe ricordano di quanto egli pensasse alla Cappella, della quale aveva una foto attaccata in casa: Giuseppe morì nel 1980, senza mai poter realizzare il suo desiderio di tornare alle Orcadi, e senza mai più rivedere la ragazza di cui si era innamorato durante la guerra.

La cancellata realizzata da Palumbi


Particolare della cancellata

LA FACCIATA ESTERNA

Trasformate le due semplici baracche in una bellissima chiesetta, occorreva abbellire anche l’esterno. Fu il prigioiero Pennisi a realizzare il disegno e poi il taglia pietre Buttapasta con la sua squadra a mettere magistralmente assieme i blocchi di cemento per creare la bella facciata bianca con dettagli color terracotta che si vede ancora oggi. Su ciascun lato della porta si trovano due finestrelle ad arco, sopra l’ingresso si nota un bassorilievo con il volto di Cristo mentre un piccolo campanile svetta in cima alla struttura. Buttapasta decorò anche il pavimento d’entrata con un mosaico in pietra recante la scritta 1944 in numeri romani. Vennero create delle piccole aiuole all’entrata, e così la cappella fu terminata!

Particolare della facciata esterna

IL RITORNO IN ITALIA E IL DESTINO DELLA CAPPELLA

Il 9 settembre 1944, a guerra finita, gli Italiani lasciarono le Orcadi e iniziavavno il lungo viaggio per tornare a casa: la costruzione delle Barriere era durata 4 anni, aveva impiegato più di 900.000 tonnellate di cemento e roccia e soprattutto era costata lavoro, fatica e dolore a più di 1000 prigionieri. Quel 9 settembre gli Italiani del Campo 60 salirono sugli autobus che li portarono a Stromness dove si imbarcarono per raggiungere Thurso e qui prendere il treno che li avrebbe condotti nello Yorkshire. Tutti tranne uno: Domenico Chiocchetti rimase ancora alle Orcadi per completare i lavori alla Cappella e nella fattispecie l’acquasantiera, unico elemento ancora da finire. Mentre Domenico lavorava, il Campo attorno a lui veniva smantellato. Una decina di giorni dopo anche Domenico salutò per l’ultima volta la sua Chiesetta mentre, a bordo di un camion assieme a soldati Britannici, lasciava il Campo dove aveva trascorso gli ultimi quattro anni della propria vita, convinto che non avrebbe mai più rivisto quei luoghi.

Veduta esterna della Cappella

NASCE IL COMITATO DI PRESERVAZIONE DELLA CAPPELLA

Per il decennio successivo la Cappella venne abbandonata a sè stessa, visitata occasionalmente da locali e turisti, ma mai curata con la conseguenza che iniziò a deteriorarsi sia esternamente che internamente. Fu Padre Joseph-Ryland Whitaker, prete cattolino di Orcadi e Shetland a prendere a cuore la storia della Italian Chapel e a capirne l’importanza storica ed artistica: nel 1958 egli riuscì a riunire un gruppo di gente locale in un Comitato di Preservazione della Cappella che tuttora gioca un ruolo attivo e fondamentale nel mantenere l’edificio per le generazioni future. Venne deciso di intraprendre un’opera di restauro dei dipinti, e chi meglio di chi li aveva realizzati poteva, a distanza di così tanti anni, sistemarli? Non si avevano notizie nè contatti di Domenico Chiocchetti e così la BBC mise in onda un programma radionfonico per tentare di contattare i prigionieri che avevano lavorato alla realizzazione della Cappella: fortuna volle che il Signor e la Signora Harvey di Skipton in Inghilterra ascoltassero quel programma e, essendo gli unici in Gran Bretagna ad avere l’indirizzo di Domenico (che dopo aver lasciato le Orcadi aveva trascorso un periodo in zona prima di essere rimpatriato) si misero in contatto con l’emittente. La BBC telefonò quindi al Comune di Moena, tra le Dolomiti: a quel tempo l’unico telefono del Paese si trovava proprio in Municipio e venne quindi fissato un appuntamento in modo che Domenico, avvertito che lo stavano cercando, potesse rispondere. Fu così che, 15 anni dopo, Domenico scoprì che la sua Chiesetta era ancora in piedi! (Se a questo punto della storia state piangendo, tranquilli, a me succede ogni volta che la leggo!).

Domenico Chiocchetti dopo la guerra e, a destra, Chiocchetti e Palumbi davanti alla Cappella appena terminata.

DOMENICO TORNA ALLE ORCADI

Nel marzo del 1960 Domenico fece quindi ritorno alle Orcadi, quasi vent’anni dopo la fine della guerra: partito da prigioniero, ritornava ora come ospite d’onore, accolto dalle autorità locali. E così Domenico entrò, di nuovo, nella sua chiesetta: in un’intervista rilasciata all’epoca dichiarò “Non serve descrivere come mi sentii, nessun giornalista potrebbe tradurlo a parole. Ero commosso fino alle lacrime”. Nelle tre settimane successive Domenico si dedicò al restauro della Cappella, aiutato da una piccola squadra di gente locale: si ritoccarono i dipinti, si ripararono le porte e le finestre, si sistemarono infiltrazioni d’acqua e via dicendo. Il 10 aprile, il giorno prima della partenza di Domenico, si tenne una cerimonia solenne di riconsacrazione, alla presenza di circa 200 Orcadiani rappresentanti una gran varietà di appartenenze religiose. Domenico lasciò agli abitanti delle Orcadi una lettera di ringraziamento. Leggetela, e piangete pure!

La lettera di Chiocchetti

IL LEGAME TRA LA ITALIAN CHAPEL, MOENA, DOMENICO E LA SUA FAMIGLIA

Il ritorno di Domenico a Lamb Holm diede il via ad una lunga serie di visite tra le Orcadi e Moena. Domenico stesso tornò pochi anni dopo, nel 1964, stavolta assieme alla moglie Maria che potè finalmente ammirare la Cappella nella cui creazione suo marito ebbe un ruolo così cruciale. In quell’occasione la coppia donò alle Orcadi le 14 stazioni della Via Crucis intagliate in legno a Moena che ancora oggi si possono ammirare sulle pareti laterali della Cappella. Anche il crocefisso di legno che si trova alla sinistra della cappella è un dono del Comune di Moena. Nel 1970 ci fu un altro viaggio di Domenico con due dei tre figli, Fabio e Letizia, che fu solo il primo di una lunga serie di visite che i membri della famiglia Chiocchetti fecero nel corso degli anni seguenti. Nel 1992 altri otto ex prigionieri del Campo 60 tornartono a Lamb Holm, cinquant’anni dopo il loro primo arrivo sulle isole, dopo aver fondato un’associazione di ex prigionieri per tentare di rintracciare i vecchi compagni di guerra. Domenico Chiocchetti morì il 7 maggio 1999, poco prima di compiere 89 anni. L’amore e la passione che mise nella costruzione della Cappella risuonano forti ancora oggi, grazie all’attaccamento dei suoi figli, ed in particolar modo di Letizia che oggi riveste il ruolo di Presidente Onorario del Comitato di Preservazione della Cappella, all’opera del padre. La storia degli Italiani detenuti al Campo 60 non sarà dimenticata dagli Orcadiani, che ancora conservano fotografie, oggetti realizzati a mano e soprattutto ricordi, tramandati di generazione in generazione per preservarli nel futuro. E la Italian Chapel rimarrà là, sulla piccola isoletta di Lamb Holm, simbolo di pace e rinascita, a testimoniare che anche nei periodi più neri e più bui, e nonostante le brutture della guerra, l’uomo è stato in grado di creare una cosa così bella e straordinaria.

VISITARE LA ITALIAN CHAPEL OGGI

La Italian Chapel è oggi una delle maggiori attrazioni turistiche delle Isole Orcadi e una visita non può davvero mancare in un itinerario che si rispetti. Aperta tutto l’anno, gli orari variano in base alle stagioni quindi vi suggerisco di controllare il sito di VisitOrkney per rimanere aggiornati sulle aperture. Il ticket di ingresso costa la simbolica cifra di 3.50£ (bambini sotto i 12 anni gratis), un piccolo contributo per aiutare a conservare la Cappella. Per scoprire le altre cose da non perdere alle Orcadi date un’occhiata a questo articolo!

Vista sulla prima Barrier dalla Italian Chapel

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2 pensieri riguardo “Italian Chapel, la chiesetta degli Italiani alle Isole Orcadi in Scozia

  1. Un racconto che suscita una inattesa, profonda commozione……..evidentemente capita davvero di poter rivivere un autentico brano di bellezza e poesia nato così lontano pur in un contesto così difficile…….Grazie

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