Breve storia della Scozia – Parte 3: Mary Stuart, Commonwealth, Carlo II

Ancora una volta il destino aveva giocato un duro colpo agli scozzesi: dopo la morte improvvisa di re James V, dopo aver subito una serie di disastrose sconfitte militari, con il Paese scosso dalle violenze della rivoluzione protestante, restava ancora una piccola speranza: l’erede al trono di Scozia, Mary Stuart (conosciuta in italiano come Maria Stuarda).

Mary trascorse una serena infanzia in Francia, alla corte dei parenti materni, e ricevette la miglior educazione possibile: parlava correttamente sette lingue (francese, latino, greco, spagnolo, italiano, inglese, scozzese), suonava due strumenti, e fu istruita in varie arti. Sposò il Delfino, ossia l’erede al trono francese, Francesco, e divenne Regina consorte di Francia quando suo padre Enrico II morì. Rimasta vedova dopo soli due anni di matrimonio, Maria decise, a 23 anni, di fare ritorno nella sua Scozia a rivendicare il suo diritto di regina. Vi trovò un Paese completamente trasformato dal severo moralismo calvinista: era diffusa la caccia alle streghe, con centinaia di roghi, e ogni forma di arte, letteratura e musica era vista come ricettacolo del peccato. Tutto era caduto in una sorta di oscurità. Al trono d’Inghilterra sedeva Elisabetta I, figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, che era succeduta alla morte della sorellastra Maria I Tudor, anch’ella figlia di Enrico ma avuta dalla prima moglie Caterina d’Aragona. Essendo Maria Stuarda ed Elisabetta I lontane cugine, poiché la nonna paterna della prima, ed il padre della seconda erano fratello e sorella, la seconda nella linea di successione al trono inglese era proprio Maria.

Mary Stuart e Elizabeth Tudor
Mary Stuart (a sinistra) e Elizabeth I Tudor (a destra)

Maria Stuarda sbarcò in Scozia il 19 agosto 1561, guardata con sospetto da molti dei suoi sudditi, nonché dalla stessa Regina Elisabetta I, per via della sua fede cattolica. La storia di Maria Stuarda si svolse tra passioni e tragedie, tra speranze, drammi e delusioni. Dal secondo marito, Enrico Stuart Lord Darnley, suo cugino di primo grado, nacque nel 1566 Giacomo. Il matrimonio con il cugino si rivelò infelice, ed in effetti infelice fu tutta la vita di Maria dal momento della morte del suo primo marito in Francia. Dopo essere stata imprigionata e aver tentato rivolte e battaglie con il sostegno degli scozzesi che le erano fedeli, dopo intrecci politici, complotti alla sua figura, false cospirazioni commesse a suo nome e tradimenti da parte della cugina la Regina d’Inghilterra, la povera (e sfortunata, permettetemi di dirlo) Maria Stuarda fu infine processata e decapitata l’8 febbraio 1587 nel castello di Fotheringhay, su ordine di Elisabetta. A questo punto le sorti della Scozia sembravano davvero segnate, tutte le speranze si erano spente. Tuttavia, una strana beffa del destino cambiò completamente le carte in tavola: Elisabetta I, la grande sovrana ultima dei Tudor, morì senza lasciare alcun erede nel 1603. L’avente diritto al trono inglese diventava colui che veniva per primo in linea di successione e, per i legami di parentela prima indicati, questi era… Giacomo Stuart, il figlio di Maria Stuarda, che venne incoronato Giacomo VI di Scozia e divenne anche I di Inghilterra. Nonostante l’Unione della Corone, la Scozia e l’Inghilterra mantennero di fatto ognuna la propria sovranità ed il proprio Parlamento, e, per quanto riguarda il regno scozzese, una libertà limitata e vigilata da Londra.

Ritratto di James Stuart, I d'Inghilterra e VI di Scozia
Ritratto di James Stuart, I d’Inghilterra e VI di Scozia

Giacomo, allontanato sin da piccolo dalla madre, fu allevato nella fede protestante sotto la guida del suo consigliere, Robert Cecil. Ben lontano dalle idee politiche e religiose della madre, egli scelse di regnare seguendo la linea del suo predecessore, Elisabetta I, tentando con scarsi risultati di mediare le richieste del partito cattolico e di quello protestante. Convinto sostenitore dell’assolutismo monarchico, arrivò perfino a sciogliere il Parlamento (riformato sette anni dopo), reo di avergli negato appoggio finanziario nel suo intento di sostenere al Spagna durante la guerra dei trent’anni. Alla sua morte lasciò un regno decisamente impoverito per gli sperperi e la corruzione della corte, indebolito sul piano internazionale e nel quale già covava una forte opposizione alla corona.

A Giacomo succedette nel 1625 il figlio Carlo I d’Inghilterra. Il suo regno fu caratterizzato dall’opposizione del Parlamento al potere regale, che sfociò in una grande ribellione e in un periodo di guerra civile. Il Paese era diviso: da una parte c’era l’esercito di Carlo, finanziato in gran parte dagli aristocratici, dall’altra l’esercito del Parlamento guidato da Oliver Cromwell, e, nonostante i negoziati, scoppiò la guerra civile. Con una serie di battaglie combattute nell’arco di quattro anni, le truppe Cromwelliane sconfissero quelle del Re e Carlo fu catturato, processato per alto tradimento nei confronti del popolo inglese e decapitato.

Un'originale ritratto di Carlo I: Charles in three positions, di Anthony van Dyck, (1635–36)
Un originale ritratto di Carlo I: Charles in three positions, di Anthony van Dyck, (1635–36)

A quel punto Oliver Cromwell proclamò la Repubblica (Commonwealth, durata dal 1649 al 1653) e si proclamò Lord Protettore di Inghilterra, Scozia ed Irlanda, governando a tutti gli effetti come un dittatore militare: le sue truppe devastarono l’Irlanda per poi dirigersi verso la Scozia, con lo scopo di imporre obbedienza alla Repubblica. Si accese allora nuovamente negli scozzesi il senso di nazione ed indipendenza, messa a rischio per l’ennesima volta dall’imminente attacco di Cromwell. Il Parlamento di Edimburgo nominò Re il figlio di Carlo I, che venne incoronato nel 1651 come Carlo II Stuart, costretto però per via degli scontri continui a rifugiarsi in Francia. Nel frattempo in Scozia scoppiò una rivolta che vide le truppe cromwelliane scontrarsi con quelle guidate da James Graham, Marchese di Montrose, affiancato dalle truppe di Highlanders e di Irlandesi radunate da Alasdair MacDonald e Manus Roe O’Cahan, che combatterono con fervore per la libertà e per gli Stuart. La Scozia fu sotto l’occupazione militare delle truppe del Commonwealth per nove anni, ma dopo la morte di Cromwell e la caduta della Repubblica, Carlo potè ritornare a sedersi sul trono che gli spettava e nel 1661 venne incoronato Re di Inghilterra, Scozia e Irlanda.

And When Did You Last See Your Father? di  William Frederick Yeames (1878). Il dipinto mostra un giovane (in una casa leale al Re) interrogato da un miliziante della fazione Parlamentare durante la guerra civile inglese
And When Did You Last See Your Father? di William Frederick Yeames (1878). Il dipinto mostra un giovane (in una casa leale al Re) interrogato da un miliziante della fazione Parlamentare durante la guerra civile inglese.
Carlo II in armatura; ritratto di sir Peter Lely, primo pittore di corte.
Carlo II in armatura; ritratto di sir Peter Lely, primo pittore di corte.

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FONTE: Il cardo e la Croce, Paolo Gulisano

Gaelico: IL VERBO AVERE

In Gaelico il verbo avere non esiste! Per esprimere possesso si usa il verbo essere associato alla preposizione AIG, che letterlamente significa “a”. Per esempio per dire “Beatrice ha un cane“, si dirà “è un cane a Beatrice“. La formazione del verbo avere usando aig è differente se il soggetto della frase è un sostantivo o un pronome personale.

Il verbo avere seguito da un sostantivo diventa AIG+NOME, per esempio:

– Tha cù aig an duine = l’uomo ha un cane (è un cane a un uomo)

– Tha nighean aig Catrìona = Catrìona ha una figlia (è una figlia a Catrìona)

– Chan eil teaghlach aig Niall = Niall non ha una famiglia (non è una famiglia a Niall)

Quando il verbo avere è seguito dai pronomi personali non si usa AIG + MI per dire “io ho”. Bisogna usare una speciale forma detta pronome preposizionale:

verbo avere

Vediamo alcuni esempi pratici:

– Tha càr agam: io ho una macchina (è una macchina a me)

– Tha leabhar agad: tu hai un libro (è un libro a te)

– Chan eil càt aige: Lui non ha un gatto (non è un gatto a lui)

– A bheil clann aice?: Ha lei figli? (sono dei figli a lei?)

– Tha mac againn: noi abbiamo un figlio (è un figlio a noi)

– Chan eil nighean agaibh: voi non avete figlie (non sono figlie a voi)

– A bheil gaìdhlig aca?: Parlano (loro) Gaelico? (è il gaelico a loro/hanno loro il gaelico?)

Esiste anche una forma “enfatizzata”, che si ottiene aggiungendo un suffisso alla forma vista in precedenza:

verbo avere gaelico

WILL YE NO’ COME BACK AGAIN?

Dopo la sconfitta del Bonnie Prince Charlie a Culloden nel 1746 e la sua fuga verso la Francia c’erano ancora molti che desideravano il ritorno dello Stuart che era stato l’ultima vera speranza di libertà per il popolo scozzese. Questa poesia, originariamente scritta da Carolina Oliphant (Lady Nairne) nella prima metà del 19° secolo, parla proprio di questo sentimento di speranza. Lady Nairne (1766-1845) fu una celebre cantautrice scozzese e veniva da una nobile famiglia del Perthshire; suo padre, Laurence Oliphant era un convinto sostenitore della causa giacobita e lo stesso Principe Charles si fermò a cena presso la casa degli Oliphant il 4 settembre 1745, durante la marcia verso Edimburgo. Carolina fu chiamata così proprio in onore dello Stuart.
La canzone, scritta molto più tardi rispetto agli avvenimenti narrati e parecchi anni dopo la morte del Bonnie Prince Charlie, è una nostalgica evocazione di un tempo che non sarà più e, spogliata dalle sue aspirazioni politiche, è spesso utilizzata come canto dell’addio (come l’altrettanto famosa Auld Lang Shine).
La melodia è attribuita a Niel Gow junior (1795-1823), musicista scozzese noto per il suo intento di preservare le antiche melodie della Scozia.
Esistono molte versioni della canzone e del testo, qui ne inserisco una versione completa con relativa traduzione in italiano, ma negli arrangiamenti che si trovano nel web raramente sono presenti tutte le strofe.

Versione di Ewan MacColl & Peggy Seeger

Will Ye No Come Back Again?

Bonnie Chairlie’s noo awa’,
Safely ower the friendly main;
Mony a heart will break in twa’,
Should he ne’er come back again.

Chorus:
Will ye no come back again?
Will ye no come back again?
Better lo’ed ye canna be,
Will ye no come back again?

Mony a traitor ‘mang the isles
Brak the band o’ nature’s laws;
Mony a traitor wi’ his wiles
Sought to gi’ his life awa’

Mony a gallant sodger faught,
Mony a gallant chief did fa’,
Death itself was dearly bought
A’ for scotland’s king and law.

Ye trusted in your Hielan’ men,
They trusted you dear Chairlie.
They kent your hidin’ in the glen,
Death or exile bravin’.

English bribes were a in vain
Tho puir and puirer we mun be;
Siller canna buy the heart
That aye beats warm for thine an thee.

Sweet the laverock’ s note and lang,
Liltin’ wildly up the glen.
But aye tae me he sings ae sang,
Will ye no’ come back again?

TRADUZIONE IN ITALIANO

Il Bel Carlo se n’è andato,
Al sicuro, al di là del mare amico;
Molti cuori si infrangeranno
Se tu non dovessi tornare mai più.

Ritornello:
Tornerai o Non tornerai più?
Tornerai o non tornerai più?
Più amato non potresti proprio essere,
un giorno tornerai ancora?

Molti traditori fra le isole,
Infransero la legge della natura
Molti traditori con l’inganno
Cercarono di vendere la sua vita.

Molti soldati coraggiosi si sono battuti,
Molti prìncipi valenti sono caduti,
Anche la morte è stata comprata a caro prezzo,
Tutto per il re e per la legge della Scozia.

Contavi sui tuoi uomini delle Highland,
loro si fidavano di te caro Carlo,
essi conoscevano il tuo nascondiglio nella valle,
morte e esilio ai coraggiosi.

La corruzione degli inglesi era del tutto inutile
e noi possiamo essere più puri,
i più sciocchi non possono comprare il cuore
che batte forte per i tuoi e te

Dolce è il canto dell’allodola
che si innalza libero sulla valle
e canta per me una canzone:
“ un giorno tornerai ancora?”

Versione dei Gaberlunzie

Versione Bagpipes:

Breve storia della Scozia – Parte 2: Da Giacomo IV alla nascita di Mary Stuart

Il periodo di crescita, pace e sviluppo era destinato ad interrompersi bruscamente dopo due secoli dal trionfo di Bruce, a causa di alcuni avvenimenti verificatisi nei primi anni del 1500, che segnarono una drammatica svolta nella storia della Scozia, ma anche dell’Europa: la sconfitta di Flodden contro gli inglesi e la diffusione della Riforma protestante.

Il conflitto secolare con l’Inghilterra si riaccese con l’ascesa al trono inglese di Enrico VIII: descritto come un giovane alto, biondo, atletico, bellissimo, ben diverso da come diventò poi negli ultimi anni di vita, sposò Caterina d’Aragona, vedova di suo fratello Arturo, deceduto poco prima della sua incoronazione, ma divenne celebre per le sue altri 5 mogli e per le moltissime amanti, tra le quali Anna Bolena, e per la sua incapacità di generare eredi maschi.

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Enrico attribuiva la colpa dei suoi numerosi figli nati morti, deceduti ancora in fasce, o addirittura mai nati alle sue mogli e amanti, che proprio per questo vennero ripudiate o addirittura condannate e decapitate. Tuttavia oggi molti studiosi sono certi che tale incapacità di generare figli maschi fosse dovuta ad una malattia genetica legata al cromosoma x e all’appartenenza ad un raro gruppo sanguigno. La sua irascibilità e la sua instabilità psichica, che insorsero mano a mano che il sovrano invecchiava, sarebbero state invece dovute ad un’altra rara malattia genetica: la sindrome di MacLeod. Dopo il matrimonio con Caterina, Enrico intervenne nel conflitto franco-spagnolo, cosicchè la Francia si appellò all’aiuto dell’alleata Scozia, dove regnava James IV Stuart (italianizzato, Giacomo IV Stuart), che si preparò a muovere guerra all’Inghilterra. L’astuto Enrico però cercava solo un pretesto per avviare l’ennesima lotta contro la vicina Scozia, e iniziò a rinforzare i confini settentrionali. Racconta la leggenda che San Giovanni fosse apparso a Giacomo, per avvertirlo di non invadere l’Inghilterra: il sovrano scozzese, svelato il trabocchetto del vicino, scrisse una lettera al Papa, tentando di metterlo in guardia sulle reali intenzioni di Enrico ma il Santo Padre ignorò tali ammonizioni, essendosi lo stesso Enrico dichiarato un fedele sostenitore dello Stato Pontificio. In realtà il sovrano inglese bramava di vendicare lo smacco subito dai suoi antenati in passato, e a Giacomo non restò altro che muovere battaglia e attraversare il confine con l’Inghilterra, dove lo attendeva un’armata determinata a distruggerlo.

Il 12 settembre 1513 si combattè la battaglia di Flodden, che si concluse in un massacro: sul campo caddero 10.000 scozzesi, contro le poche centinaia tra gli inglesi, tra i quali lo stesso Re di Scozia, il cui corpo neppure venne restituito. Ancora una volta la Scozia era senza Re e senza eredi e ancora una volta il sovrano inglese si offriva come garante della legge e dell’ordine. Tuttavia, Enrico fu molto prudente e non invase subito la Scozia, ma preferì procedere con una strategia mirata a destabilizzare l’ordine del Paese. Per prima cosa nominò sua sorella Margaret (che era la moglie di Giacomo IV e madre dell’erede al trono scozzese) tutrice del futuro Re James V, circondandolo di consiglieri inglesi. Inoltre incoraggiò in ogni modo le rivalità e i tradimenti, seminando disordini e ordendo complotti contro il Re.

Battaglia di Flodden, 1513, dipinto di George Goodwin
Battaglia di Flodden, 1513, dipinto di George Goodwin

L’altro avvenimento che segnò profondamente la storia della Scozia fu la Riforma Protestante, durante la quale venne messa in atto una vera e propria persecuzione dei fedeli, dei sacerdoti, e di tutto ciò che aveva a che fare con la fede cattolica. La riforma fu voluta da Enrico VIII a seguito di alcuni screzi avuti col Papa sulla questione del divorzio, ma rappresentò anche un modo per il sovrano di aumentare il suo potere e la sua ricchezza impossessandosi dei beni della Chiesa: egli privatizzò i beni ecclesiali, dei quali si impadronì assieme alla classe aristocratica, arricchendosi a dismisura. In quel periodo l’Inghilterra e la Scozia vantavano un gran numero di monasteri, abbazie e conventi, ed ognuno di essi possedeva beni materiali (terreni, allevamenti, attività produttive) con le rendite dei quali venivano mantenute scuole, ospedali, ospizi e si dava assistenza ai bisognosi: tutto quanto venne sottratto al clero e si concentrò nelle mani di pochi privilegiati, aumentando maggiormente il già presente divario tra i benestanti ed il popolo. Nel corso dei secoli, la religione cattolica venne messa fuori legge, così come la Bibbia, le case ecclesiastiche e le chiese distrutte, i sacerdoti perseguitati, banditi od uccisi, in un vero e proprio tentativo di eliminare completamente tale fede, che doveva essere soppiantata dalla chiesa presbiteriana. Ma l’Inghilterra non assistette del tutto passivamente alla riforma: vi fu una straordinaria protesta popolare, che prese il via nello Yorkshire con il nome di Pilgrimage of Grace (pellegrinaggio di Grazia) avvenuta tra il 1536 e il 1537 contro la persecuzione di parrocchie ed ordini religiosi, ma le rivolte furono ben presto sedate, ed i capi dei rivoltosi impiccati.

Pilgrimage of Grace
Pilgrimage of Grace

A questo punto Enrico VIII decide di dedicarsi alla conquista della Scozia, quel Paese che i suoi antenati avevano conquistato e poi perduto nella battaglia di Bannockburn. Continuò a seminare disordini, favorendo lo sviluppo tra gli scozzesi di un gruppo filo-protestante e filo-inglese, che iniziò ad ordire complotti contro il Re e contro la Chiesa. Inaspettatamente trovò un fermo rivale nel giovane Re James V che, nonostante la tutela impostagli durante tutta la sua infanzia ed adolescenza, si rifiutò di seguire la riforma protestante di Enrico e restò anzi fedele alla sua Chiesa cattolica. Per rimarcare la sua scelta, sposò Maria di Guisa, imparentata con la dinastia reale dei Valois, e rafforzò i legami con la Francia. Maria di Guisa era una vedova appena ventunenne, poiché il suo precedente marito, dal quale aveva avuto anche un figlio, era morto pochi anni dopo il loro matrimonio. Quando James chiese la sua mano, Enrico VIII, intuendo che si trattava di un’unione pericolosa, avanzò la stessa proposta, vedendosi però rifiutato a favore del proprio nipote. Maria, all’inizio titubante, a seguitò di una lettera ricevuta dallo stesso James, si decise ad accettare la proposta e i due convolarono a nozze nella chiesa di Notre Dame di Parigi nel 1538.

James (Giacomo) V Stuart e la moglie Maria di Guisa
James (Giacomo) V Stuart e la moglie Maria di Guisa

Visto il fallimento di ogni tentativo di condizionamento del sovrano scozzese, Enrico d’Inghilterra decise di ricorrere alla forza. Nel 1542 le truppe inglesi invasero la Scozia senza nemmeno una dichiarazione di guerra e a Solway Moss sconfissero vergognosamente gli scozzesi: l’esercito degli highlander fu condotto alla disfatta da nobili comprati dall’oro di Enrico, piegandosi di fronte ad un esercito di fanti inglesi numericamente molto inferiore. Dopo la battaglia James si ammalò gravemente di febbre, anche se secondo alcuni fu il dolore e l’umiliazione provati per la sconfitta a portarlo, dopo poche settimane alla morte. I due figli maschi avuti da Maria di Guisa erano morti piccoli, e mentre James giaceva agonizzante gli giunse la notizia che sua moglie aveva appena dato alla luce il suo erede al trono: una bambina, che venne chiamata Mary: Mary Stuart, italianizzata Maria Stuarda. Sua madre detenne la reggenza del regno fino alla sua morte, avvenuta nel 1560. Maria aveva sei mesi quando, con i trattati di Greenwich, si stabilì che avrebbe dovuto sposare Edoardo, figlio di Enrico VIII, e i loro eredi avrebbero ereditato il Regno di Scozia ed Inghilterra. Maria di Guisa era fortemente contraria a tale unione e si nascose con la piccola Mary nel castello di Stirling dove, all’età di nove mesi, la piccola principessa venne incoronata Regina di Scozia. Da questo rifiuto nacque quello che viene definito “il brutale corteggiamento”, ossia un conflitto che coinvolse i due Stati dal 1543 al 1550 e che vide Enrico d’Inghilterra dichiarare guerra alla Scozia.

Ritratto di una giovane Mary Stuart, artista sconosciuto
Ritratto di una giovane Mary Stuart, artista sconosciuto

La guerra consistette in una serie di incursioni ed attività militari che culminò il 10 settembre 1547, noto come “sabato nero”, con la battaglia di Pinkie Cleugh, nei pressi di Edimburgo, che vide, nuovamente, l’esercito scozzese sconfitto. Gli inglesi tentarono di prendere il castello di Stirling per catturare la piccola Mary, che venne però nascosta dalla madre nel priorato di Inchahome. La Francia, onorando la Auld Alliance, venne in aiuto degli scozzesi ed il re francese Enrico II propose un matrimonio tra Mary Stuart e suo figlio, il delfino Francesco. Firmato il contratto di matrimonio, e all’età di cinque anni, la piccola Regina di Scozia venne spedita in Francia, dove venne allevata ed educata dai suoi parenti Guisa alla corte dei Valois, protetta dal monarca Enrico II.


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FONTE: Il cardo e la Croce, Paolo Gulisano

William Wallace, la vera storia dell’eroe scozzese di Braveheart

Uno dei personaggi scozzesi più celebri, simbolo della lotta per la libertà e l’indipendenza della Scozia, è certamente William Wallace, la cui fama è andata diffondendosi con l’uscita del film del 1995 “Braveheart – cuore impavido”, diretto ed interpretato da Mel Gibson e vincitore di 5 premi Oscar.

In verità della vita di Wallace non si conosce molto, e tutto ciò che sappiamo ad oggi è sospeso tra la realtà e la leggenda che si è andata a creare attorno alla sua figura nel corso dei secoli. Certo è che fosse un uomo alto, talmente alto da sembrare un gigante, con gambe e braccia lunghissime. La data della sua nascita è sconosciuta e i dettagli sulla sua giovinezza arrivati fino a noi sono pochi: ci si basa infatti prevalentemente su un resoconto scritto due secoli dopo da Harry il Cieco, un cantastorie scozzese.

wallace

Secondo questo resoconto pare che William Wallace sia nato attorno all’anno 1270 a Elderslie, nel Renfrewshire, vicino a Glasgow. Suo padre era Sir Malcolm Wallace di Riccarton, di origine gallese, e sua madre, della quale non si conosce il nome, era una donna molto credente. Aveva altri due fratelli che si chiamavano Malcolm e John. Tutti e tre, dopo essere rimasti orfani, vennero allevati da due zii che erano sacerdoti, ricevendo un’educazione superiore alla media dell’epoca, tanto che lo stesso Wallace conosceva sia il francese che il latino. Si dice che William fosse una persona molto credente e che frequentemente si recasse in pellegrinaggio a Dunfermline, Stirling e Strathaven, e addirittura che fosse stato avviato al servizio sacerdotale, ma l’assassinio del padre avvenuto nel 1291 per mano di alcuni soldati inglesi, lo portarono su una via ben diversa da quella religiosa.

WILIIAM WALLACE

La Scozia all’epoca di Wallace era soggetta al governo inglese da quando nel 1286 il re d’Inghilterra Edoardo I Plantageneto era stato invitato come mediatore per decidere della successione al trono scozzese, rimasto vacante a seguito della morte di Alexander III MacAlpline prima, e della sua nipotina nonché erede Margaret poi. Edoardo I aveva agito secondo i propri interessi, con la volontà di estendere il dominio inglese anche sulle Highlands, che invase dopo aver deposto il re che egli stesso aveva designato per il Regno di Scozia, John Balliol. È in questo periodo che presero il via le prime guerre d’indipendenza scozzesi e che Wallace divenne un leader nella ribellione del popolo, che voleva riacquistare la libertà perduta.

guerre indipendenza scozzesi

La sua ascesa ebbe inizio nel 1297: secondo una leggenda locale dell’Ayrshire, Wallace venne fermato da due soldati inglesi per dei pesci che aveva pescato senza permesso. La discussione finì in tragedia, con Wallace che uccise i soldati: venne immediatamente emesso un mandato per il suo arresto. Da quel giorno Wallace si nascose nella foresta di Selkirk e prese parte ad una serie di rivolte e lotte contro il governo inglese, guidando i suoi uomini con efficienza, talvolta barbaramente, spinto dalla sua voglia di vendetta contro il governo inglese e dal suo amore per la Scozia. Quello stesso anno si unì all’esercito di Sir Andrew Monray, primogenito di una famiglia nobile che aveva dato il via ad un’altra sollevazione nel Nord-Ovest del Paese: a Stirling le forze di Wallace e Monray si prepararono ad incontrare e sfidare gli inglesi.

Ciò che ne seguì fu la celebre Battaglia di Stirling Bridge, avvenuta l’11 settembre 1297 contro l’esercito inglese condotto da John de Warenne, Conte di Surrey e Hugh de Cressingham, l’esattore delle tasse scozzesi per Edoardo I. Nonostante la netta inferiorità numerica (si stima che le forze scozzesi fossero un terzo di quelle inglesi), gli Highlander riportarono una decisiva vittoria grazie all’ottima strategia messa a punto da Wallace e Monray. L’esercito scozzese si posizionò al di là del fiume Forth nei pressi del vecchio ponte di Stirling, che all’epoca era costruito in legno ed era talmente stretto che solo poche persone potevano attraversarlo assieme. Dopo aver lasciato passare una parte dell’esercito nemico, gli scozzesi diedero inizio all’attacco frontale, e contemporaneamente un contingente che aveva attraversato il fiume ad un guado poco distante, bloccava la ritirata nelle retrovie. Presi dal panico e trovatisi in una posizione scomoda – si trovavano in una specie di imbuto, con le vie di fuga bloccate – i soldati inglesi si ritirarono e sotto il loro peso il ponte crollò, facendone affogare molti. Durante la battaglia perse la vita anche Andrew Monray, che era diventato un grande amico di Wallace, il quale si trovava ora a combattere da solo la sua battaglia per la libertà.

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La battaglia di Stirling Bridge

L’anno seguente, nel 1298, William Wallace venne nominato dai potenti scozzesi Cavaliere e Guardiano di Scozia, titolo attribuito ai capi di Stato scozzesi, che governavano nei periodi di inter-regno, cioè in mancanza di una sovrano. Gli iniziali successi dei ribelli scozzesi e l’impresa di Wallace terminarono però il 5 giugno 1298 con la Battaglia di Falkirk. Gli inglesi, anche questa volta, erano in netta superiorità numerica e le sorti della battaglia furono ben diverse da quelle dell’anno precedente. La potente e numerosa cavalleria inglese sgominò in poco tempo gli scozzesi che vennero presto massacrati. Wallace riuscì a mettersi in salvo e, poco dopo la battaglia, cedette il suo titolo di Guardiano a Robert Bruce: si dice che si recò quindi in Europa in cerca di aiuto e sostegno per la causa scozzese. Al suo ritorno, avvenuto nel 1303, si riunì nuovamente alle bande di rivoluzionari e partecipò a numerose rivolte ad Annandale, Liddesdale e Cumberland, tanto che Edoardo d’Inghilterra, per liberarsi del ribelle che accendeva gli animi degli scozzesi ed incitava a lottare per la libertà, mise una sostanziosa taglia sulla sua testa.

La battaglia di Falkirk, in una scena del film Braveheart di Mel Gibson
La battaglia di Falkirk, in una scena del film Braveheart di Mel Gibson

La lotta di Wallace terminò nel 1305 quando Sir John de Menteith, un cavaliere scozzese leale ad Edoardo, lo catturò vicino a Glasgow. Il ribelle fu tenuto prigioniero per breve tempo nel castello di Dunbarton prima di essere trasferito a Londra, dove venne processato e condannato a morte con l’accusa di tradimento e perché “criminale dedito al saccheggio e al massacro di donne e bambini.”

Wallace fu giustiziato il 23 agosto 1305, nel modo brutale riservato ai traditori: fu prima impiccato ma non fino al sopraggiungere della morte e poi, ancora vivo, squartato, le sue viscere bruciate davanti a lui, la sua testa infilzata su una picca ed esposta sul London Bridge, il resto delle sue membra inviate come monito per i ribelli a Newcastle, Berwick, Edimburgo, e Perth. Così moriva, ancora giovane, William Wallace, highlander coraggioso, orgoglioso e leale, che trascorse tutta la sua vita a lottare per i suoi ideali e per la sua amata Scozia, diventando il simbolo dell’indipendenza del Paese. Numerosi furono i monumenti, le statue, le commemorazioni ad egli dedicati dopo la sua morte, ed in tempi più recenti: per citarne qualcuno, il Wallace Monument di Stirling, un’imponente torre-museo, le sue statue sparse per tutta la Scozia, la targa commemorativa del luogo dove venne giustiziato a Londra.

Una statua di Wallace ad Aberdeen
Una statua di Wallace ad Aberdeen

Gaelico: L’ARTICOLO.

L’ARTICOLO DETERMINATIVO

In Gaelico ci sono 8 forme dell’articolo determinativo, che possono essere raggruppate in tre grandi sottogruppi:

– AN, AM, A’, AN-T nella forma singolare
– NA, NA-H nella forma plurale
– NAN, NAM nel genitivo plurale (che non vedremo in questa lezione)

Ecco una tabella che indica in quale caso usare un determinato articolo.

articolo determinativo gaelico
Come potete vedere, la cosa è un po’ complicata e, per quanto mi riguarda, rappresenta uno dei grandi scogli nello studio di questa bella ma difficile lingua. Non è facile sapere a che genere appartengono i sostantivi, se li troviamo senza l’articolo o senza un aggettivo che li distinguono: per esempio ufficio ed occhio, nomi che in italiano sono chiaramente di genere maschile, in Gaelico hanno invece forma femminile. Ahimè, credo non ci sia un modo per determinare il genere di un nome, se non quello di fare molto esercizio…e di avere una memoria di ferro!
Un’altra cosa che si può notare da questa tabella è che con gli articoli determinativi femminili a’ e an, il nome che segue subisce lenizione, ossia aggiunge un H subito dopo la prima consonante. Della lenizione si è già parlato in una lezione apposita!

ARTICOLO INDETERMINATIVO

In Gaelico l’articolo indeterminativo (un – uno – una) non esiste. Un uomo è semplicemente “uovo” (ugh), una bottiglia è “bottiglia” (botal), una tazza di tè è solo “tazza di tè” (cupa tì).

ES: Tha mi ag iarraidh cupa tì = Voglio una tazza di tè (la parola “una” non c’è nella frase in gaelico).

Breve storia della Scozia – Parte 1: Dal Regno d’Alba alla battaglia di Bannockburn

[Per la storia antica vedere questo articolo]
[Per una lista di re e regine scozzese vedere questo articolo]

È il 1707. Dopo quasi 400 anni di indipendenza la Scozia ritorna sotto il dominio del governo inglese. Attraverso il cosiddetto Atto di Unione (Act of Union), votato dal Parlamento d’Inghilterra e dal Parlamento di Scozia, persuaso dai vantaggi economici promessi, venne creato il Regno di Gran Bretagna e si sciolsero i due parlamenti (inglese e scozzese), rimpiazzandoli con il nuovo Parlamento della Gran Bretagna. Ma come si arrivò all’Atto di Unione? La storia di della Scozia è la storia della lotta per l’affermazione della propria libertà nei confronti del secolare espansionismo della vicina Inghilterra ma anche la lotta per la sopravvivenza della fede soggetta ad una persecuzione durata secoli. È la storia di un popolo fiero ed orgoglioso che ha affrontato lotte, battaglie e oppressioni ma che non ha mai perso la propria speranza di libertà ed il proprio senso di appartenenza. È la storia di una cultura ricca ed antica, che è sopravvissuta nonostante i brutali tentativi di sradicarla e farla morire.

Nel 1286 muore in una accidentale caduta da cavallo Re Alexander III, ultimo dei discendenti della famiglia MacAlpine, dinastia di sovrani che aveva unificato e creato la Nazione: a partire dall’843, e seguendo le orme di Kenneth I di Scozia, erano riusciti nell’intento di unire le popolazioni celtiche degli scoti e dei pitti, antichi e primi abitanti della Scozia e a scacciare gli invasori vichinghi e sassoni, dando vita a quello che venne chiamato Regno d’Alba.

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Edoardo I Plantageneto

Poiché tutti i figli di Alessandro erano morti prima del padre, l’erede al trono era la nipotina Margaret, una bimba di tre anni, affidata ai Guardiani di Scozia, un gruppo di tutori formato da nobili e vescovi, che detenevano la reggenza del Regno. Purtroppo la piccola Margaret non arrivò nemmeno ad essere incoronata, poiché morì nel 1290, all’età di sette anni. La scozia era rimasta così senza un re e senza un erede. In 14 rivendicarono il trono, e per evitare una guerra civile venne chiesto ad Edoardo Plantageneto, re d’Inghilterra, di intervenire come mediatore.

Egli, sovrano astuto ed intelligente, accettò l’incarico, bramando però di estendere il suo dominio anche ai territori scozzesi. Tra i pretendenti al trono scelse John Baliol, Lord di Galloway, che venne incoronato re nel novembre 1292 nell’abbazia di Scone. Edoardo fece subito intendere che considerava la Scozia come uno stato vassallo e che si aspettava di essere supportato nella guerra che intendeva avviare contro i francesi. Le idee di Balliol però erano differenti: strinse dei patti con i francesi, informandoli delle intenzioni del sovrano di Inghilterra, e negoziò un trattato con il quale gli scozzesi avrebbero invaso l’Inghilterra se questa avesse invaso la Francia, e in cambio i francesi avrebbero sostenuto gli scozzesi. L’alleanza franco-scozzese, nota in seguito come Auld Alliance, fu rinnovata spesso fino al 1560.

william_wallace-1Edoardo non accettò quest’oltraggio nei suoi confronti e, nel 1296, raccolse un’enorme armata e invase la Scozia, deponendo Baliol, annettendo il regno all’Inghilterra e dichiarandosene Re. La Scozia cessava dunque di essere uno Stato, divenendo parte del Regno d’Inghilterra governato da Edoardo I. Fu allora che tra la gente delle Highlands iniziò a crescere il senso di essere Nazione, la voglia di riprendersi la propria libertà, portata via così, da chi era venuto per dare aiuto in un momento di crisi politica, e presero il via le prime rivolte contro il governo inglese, note come guerre d’indipendenza scozzesi, che obbligarono Edoardo a continue repressioni ed interventi per mantenere il suo dominio sul regno neo ammesso. Simbolo della rivolta fu il celebre William Wallace (1270-1305), eroe nazionale che si battè al grido di “Per la libertà!!!”, ricordato per la sua vittoria presso Stirling Bridge, ma che fu poi catturato dopo la sconfitta alla battaglia di Falkirk e giustiziato brutalmente (vedi l’articolo dedicato a Willaim Wallace qui). Aderì alla causa scozzese anche uno dei cavalieri di Edoardo, Robert Bruce, quello stesso Bruce che, qualche anno dopo, sarebbe diventato Re di Scozia.

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Robert Bruce

 La ribellione cresceva sempre più, ed Edoardo non riuscì a portare a termine il suo intento di conquista poiché morì di broncopolmonite, lasciando come erede il figlio Edoardo II, che non aveva certo la stessa indole guerriera del padre. Bruce, che aveva diritti dinastici al trono scozzese poiché il suo trisnonno paterno era stato Re Davide di Scozia, diede il via ad una rivolta per riconquistare l’indipendenza scozzese. Il 23 giugno 1314 ebbe luogo la più grande delle vittorie, poichè diede alla Scozia la libertà e a Bruce il trono: la Battaglia di Bannockburn. Edoardo II era arrivato nei pressi di Stirling con un enorme esercito di, pare, circa 25.000 uomini, deciso a schiacciare una volta per tutte le ribellioni scozzesi. L’esercito guidato da Robert Bruce era in netta inferiorità numerica poiché sfiorava a malapena i 10.000 uomini, ma gli Highlanders erano animati da una così forte determinazione e da un così ardente coraggio, che vinsero la battaglia contro gli invasori inglesi. La Scozia era di nuovo libera!

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Trascorsi un paio d’anni dalla battaglia di Bannockburn, e con la minaccia inglese nonostante tutto sempre alle porte, si radicò la volontà di sancire ufficialmente, davanti a Dio e agli uomini, il diritto della Scozia ad essere una Nazione libera. Nel 1320 venne stilata la Dichiarazione di Arbroath, una lettera inviata al Papa Giovanni XXII in cui si richiedeva di legittimare l’indipendenza scozzese, scritta in un fluente latino e sottoscritta da 51 nobili e capi clan. Sembra che il Papa prestò una certa attenzione al caso scozzese, tuttavia la sua influenza non era abbastanza forte. Si tratta di una bellissima dichiarazione di appartenenza, di amore per la propria terra e per il proprio popolo, di volontà di giustizia e verità. Un passaggio in particolare è stato citato spesso:

« …perché, fino a che anche solo un centinaio di noi rimarrà vivo, mai noi saremo condotti sotto il dominio Inglese, a nessuna condizione. In verità non è per la gloria, né per le ricchezze, né per gli onori che noi stiamo combattendo, ma per la libertà – per quella soltanto, a cui nessun uomo retto rinuncerebbe, anche a prezzo della sua stessa vita».

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L’indipendenza scozzese fu ratificata ufficialmente solo 14 anni dopo, il 17 marzo 1328, con il Trattato di Edimburgo-Northampton, stipulato tra il Regno d’Inghilterra e il Regno di Scozia e che pose fine alla prima guerra d’indipendenza scozzese. Il trattato venne firmato ad Edimburgo da Re Robert I Bruce e successivamente ratificato dal Parlamento Inglese a Northampton il primo maggio. L’effetto più importante del trattato fu il riconoscimento da parte del regno d’Inghilterra della piena indipendenza del regno di Scozia. L’accordo prevedeva che la nuova pace tra i due regni venisse sancita e rafforzata ulteriormente con la promessa di matrimonio tra l’erede di Roberto Bruce, David e la figlia di Edoardo II, Giovanna Plantageneto.

Dopo la Battaglia di Bannockburn e la riconquistata libertà, la Scozia visse un lungo periodo di pace e prosperità anche se nonostante il trattato del 1328 la minaccia inglese era sempre presente. Questo periodo tranquillo però terminò bruscamente a metà del XVI secolo. Robert Bruce era morto e gli era succeduto il figlio David, che regnò per 42 lunghi anni ma che, alla sua morte, avvenuta nel 1371, non lasciò eredi: con David moriva la dinastia dei Bruce, ma ne nasceva un’altra che divenne celebre nella storia e che regnò sulla Scozia per ben 336 anni. Il primo in linea di successione al trono era il nipote di Robert, figlio di sua sorella Marjorie, che si era sposata con Walter, “High Stewart (ovvero gran siniscalco) di Scozia”, la cui famiglia vantava un’ipotetica discendenza dal leggendario re degli Scoti Fergus il Grande, e che aveva poi cambiato il proprio cognome in Stuart. Il nipote di Bruce venne incoronato col nome di Robert II Stuart e durante il suo regno rafforzò i legami dell’Auld Alliance con la Francia, ottenendo un valido alleato nel conflitto con gli inglesi, ma permettendo anche all’economia, alla cultura e alla religione di prosperare e di fiorire. Egli si cimentò anche nel difficile compito, portato avanti poi dai suoi successori, di integrare il sistema dei Clan in un regno unitario, nonostante i frequenti scontri tra di loro e la ribellione ad ogni tipo di autorità, anche alla corona scozzese stessa.


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FONTE: Il cardo e la Croce, Paolo Gulisano