Creature fantastiche scozzesi: fate e Glaistig

Dopo avervi parlato dei terribili Each Uisge e dei Kelpies, proseguiamo nella descrizione dei protagonisti di storie e leggende scozzesi parlando di due creature appartenenti al picoclo popolo, le fate e i Glaistig. Continua a leggere “Creature fantastiche scozzesi: fate e Glaistig”

Gaelico: I PRONOMI PERSONALI E IL VERBO ESSERE

Iniziamo dai pronomi personali:

pronomi personali

In gaelico non esiste la terza persona singolare dell’inglese “it”, riferito ad oggetti o cose: tutti i nomi sono maschili o femminili. La seconda persona plurale, sibh ovvero voi, è usata anche come forma di cortesia.

Per rafforzare il significato dei pronomi, dove per esempio sia utile fare una netta distinzione tra due soggetti, si aggiunge un “suffisso rafforzativo”:

pron.person.enf

 Un altro modo per rafforzare il nome è, come già visto, aggiungere fhèin, che significa stesso:

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Cànan nan Gàidheal, la lingua dei Gaeli

Cànan nan Gàidheal è una canzone che parla della storia della lingua Gaelica, scritta da Murdo MacFarlane (1901 – 1982). McFarlane, originario di Melbost sull’Isola di Lewis, da cui prese il soprannome di “Melbost Bard” (il bardo di Melbost), fu un poeta ed un attivista per la diffusione e la salvaguardia della lingua gaelica scozzese e durante gli anni ’70 scrisse moltissime poesie, canzoni e melodie per cornamuse, a sostegno del movimento per la rinascita della sua lingua madre.

Ecco il video, nella versione cantata da Catherine Ann McPhee (1987), con il testo in Gaelico e quello che ho tradotto in italiano.

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Rob Roy McGregor, il Robin Hood Scozzese

Robert MacGregor, conosciuto come Rob Roy, ovvero “Rob il rosso” (dal gaelio Raibeart Ruadh) per via della sua folta e selvaggia chioma scarlatta, fu un fuorilegge ed eroe leggendario, definito addirittura “il Robin Hood della Scozia”, divenuto celebre grazie al romanzo dedicatogli da Sir Walter Scott prima e a varie opere cinematografiche poi. Rob nacque il 7 marzo 1671 a Glengyle, nei pressi del Loch Katrine nelle Highlands meridionali, da Donald MacGregor, fratello minore del capo clan, e Margaret Campbell. Spadaccino provetto ed abile costruttore, Robert era anche, come suo padre, un simpatizzante della causa giacobita, ossia di quelle persone che sostenevano il ritorno al trono di Scozia del re cattolico esiliato della famiglia Stuart. Nel 1693 Robert si sposò con Mary Helen MacGregor of Comar, ed ebbero, nel corso degli anni, 4 figli: James Mòr (l’alto), Ranald, Coll, e Robert, conosciuto come Robin Oig (giovane Robert). Successivamente adottarono anche un nipote, Duncan.

Percorrendo le tracce del padre, Rob Roy divenne un allevatore di bestiame di successo nelle Trossachs e iniziò a mettersi in affari con James Graham, Duca di Montrose, al quale nel 1711 chiese un prestito di 1000£ per acquistare altri capi di bestiame per il suo allevamento. Quei soldi vennero però rubati da una persona di cui Robert si fidava, che si dileguò con la somma. Montrose, senza dargli la possibilità di ripagare il suo debito, dichiarò Rob Roy un fuorilegge, bruciò la sua casa e sequestrò le sue proprietà e bestiame. Ci sono varie ipotesi sul perché di questa tempestività d’azione da parte del Duca: temeva che Rob, arrichendosi, sarebbe diventato potente ed utile ai ribelli giacobiti? Montrose voleva impossessarsi delle sue terre? O si trattò solo di semplice avarizia dell’aristocrazia scozzese?

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Il Loch Katrine, non lontano dal villaggio natio di Rob Roy

Costretto alla fuga, MacGregor divenne un fuorilegge e giurò vendetta ad Duca, intraprendendo, con una banda di 20 uomini, una serie di razzie e saccheggi nella sua proprietà, grazie ai quali diventò ben presto una specie di eroe leggendario per i tenutari locali. Fu questo il periodo in cui nacquero la maggior parte delle leggendo sul suo conto. Si narra, per esempio, che venne catturato da un gruppo di soldati inglesi ma, mentre essi attendevano i rinforzi per portarlo in prigione, lui scappò facendo ubriacare tutti gli uomini che lo stavano sorvegliando. Durante il mio soggiorno a Duchray Castle, nei pressi del Loch Katrine, i proprietari mi hanno raccontato di una sua rocambolesca fuga: pare che Rob Roy, in visita al castello, sentì avvicinarsi delle Giubbe Rosse e fuggì dalla finestra della torre, lasciando sul letto sporran e pugnale, che divennero dei cimeli passati di generazione in generazione all’interno della famiglia Graham, proprietaria, all’epoca, del castello.

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Duchray Castle

In un altro celebre episodio della sua lotta contro l’autorità, Robert, molto astutamente, si travestì da mendicante ed entrò nella locanda dove 40 uomini mandati per catturarlo stavano bevendo. I soldati iniziarono a deriderlo, ma lui zittì tutti affermando che sarebbe andato a riferire il loro vile comportamento a Rob Roy in persona, che avrebbe poi mostrato loro ciò che merita chi si prende gioco di un povero vecchio. Gli uomini, insospettiti e sorpresi, seguirono il mendicante quando quest’ultimo affermò di conoscere il famoso fuorilegge e di sapere addirittura dove si trovasse, promettendo di portarli direttamente da lui. Arrivati nei pressi di una casa, MacGregor/il mendicante disse loro di aspettare e si nascose all’interno dell’abitazione, dove lo stavano aspettando i suoi uomini. Invitati ad entrare 3 alla volta, i soldati vennero tutti disarmati e messi fuori combattimento, per venir poi rimandati sulla propria strada il giorno dopo, dopo aver confiscato tutte le armi. Sono moltissime le storie di fughe e di azioni eroiche, ed è difficile dire quali siano realmente accadute, e quali siano leggende costruite attorno alla figura dell’eroe fuorilegge.

Ciò che è certo, è che Rob Roy fu infine catturato nel 1725 dal Generale Wade, e venne imprigionato a Londra, nella Newgate prison. La sentenza prevedeva un suo trasferimento alle Barbados, ma poco prima della sua deportazione, ottenne la grazia da Re Giorgio I, e ritornò dalla sua famiglia, nel 1727. A fargli ottenere il perdono reale contribuì molto una sua biografia romanzata dal titolo “Highland Rogue”, scritta l’anno successivo alla sua cattura da Daniel Defoe (si, lo stesso che ha scritto Robinson Crusoe!) e che lo rese un eroe popolare. Robert “Rob Roy” MacGregor morì il 28 dicembre 1734 nella sua casa, nei dintorni di Balquhidder, nelle Trossachs, all’età di 63 anni, dopo aver passato gli ultimi anni in tranquillità con la sua famiglia. Mentre stava morendo, una cornamusa suonava I shall Return No More, un lamento funebre tratto dalla Bibbia.

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La tomba di Rob Roy a Balquhidder

La sua tomba può essere vista tutt’oggi nel piccolo cimitero di Balquhidder, accanto a sua moglie e a due dei suoi figli. E, come si addice ad ogni buona storia scozzese, anche attorno alla tomba di Rob Roy sono nate delle leggende e sono stati avvistati dei fantasmi. Una testimone racconta che “Pioveva a dirotto, quel giorno, un vero e proprio temporale si stava abbattendo sulla zona. Io ero appena uscita dal lavoro e con il mio ragazzo decidemmo per un giretto sulle colline di Balquhidder, quando ci sorprese la pioggia. Il cielo di fece nero d’improvviso e sulla zona calò un buio fitto. Eravamo sul punto di andarcene quando una luce illuminò l’interno della chiesa, alle nostre spalle, ma intorno, non c’era anima viva… Impauriti, stavamo per correre via quando, distintamente, udimmo tra i tuoni un suono sinistro, simile ad una voce umana. Nella radura di fronte apparve l’ombra di uomo: la foschia impediva di vedere, ma sembrava bardato col feileadh mor, il grande plaid marrone, lo sporran e il berretto piumato. Il suono che proveniva dalla sua direzione si fece più distinto: “Stand! And tell me what ye seek in MacGregor country?” (“Fermatevi! Cosa cercate nella terra dei MacGregor?). Inutile dire che siamo fuggiti col cuore in gola verso la macchina, parcheggiata pochi metri più a valle. Non ho più rimesso piede in quel posto”

 Per una versione più romanzata della storia di Robert MacGregor, vi consiglio il film “Rob Roy”, diretto da Michael Caton-Jones, in effetti un po’ vecchiotto perché datato 1995, ma molto bello!

Il Kilt, storia e caratteristiche dell’abito tradizionale scozzese

Cosa vi viene in mente se pensate alla Scozia? Paesaggi mozzafiato? Cornamuse? Whisky? Una delle prime cose a cui penso io è il kilt, tipico indumento scozzese che trovo davvero affascinante. Mi basta vedere qualcuno con indosso un kilt, che mi parte il mal di Scozia: nella mia mente iniziano ad apparire highlanders solitari nelle brughiere, tra l’erica e i cespugli di ginestra, e sento crescere anche dentro di me quell’orgoglio e quell’amore per la propria terra e le proprie tradizioni che contraddistingue la gente scozzese, e che ammiro moltissimo. Attenzione, mi raccomando, a chiamarlo con il giusto nome: è un kilt, guai a definirlo gonna o gonnellino perché potrebbe essere, anzi lo è davvero, quasi offensivo! Lo dice anche il motto “It’s a kilt, not a skirt”. Continua a leggere “Il Kilt, storia e caratteristiche dell’abito tradizionale scozzese”

Creature fantastiche scozzesi: i demoni acquatici, Kelpies e Each Uisge

Una leggenda scozzese vuole che celati nelle acque profonde e fredde dei Loch scozzesi, si nascondano degli esseri fatati e malvagi, nati anticamente dal folklore celtico, ghiotti di carne umana: si tratta dei Kelpies e dell’Each Uisge, conosciuti come “cavalli d’acqua”, demoni acquatici che si differenziano tra loro solo per il fatto di vivere nei fiumi i primi, e di preferire le acque ferme dei laghi e dei mari il secondo.

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Una rappresentazione dell’Each Uisge

Generalmente un kelpie o un Each Uisge si presenta sottoforma di un bellissimo cavallo nero, e vaga sulle rive dei Loch finchè qualche incauto passante non gli sale in groppa. La creatura comincia allora a galoppare velocemente verso le acque profonde, inabissandosi con il povero malcapitato, poiché sembra sia impossibile scendervi una volta che ci si è saliti. L’unico modo per domare un Kelpie o un Each Uisge è entrare in possesso delle sue briglie: chi ci riuscirà, avrà il cavallo d’acqua sotto il proprio controllo per sempre. Secondo la tradizione, il clan MacGregor, che risiedeva sulle rive del Loch Slochd, riuscì a difendersi, generazione dopo generazione, proprio grazie a questo metodo. Si dice che se, inseguiti da un Each-Uisge, si attraversa un fiume, il demone non potrà più seguirci poiché esso non può attraversare un corso d’acqua dolce.

Loch Ness
Facile immaginare la presenza di un demone acquatico in questi magnifici Loch, no?

A volte il cavallo d’acqua può anche mutare forma, prendendo le sembianze di bellissimi giovanotti o di splendide fanciulle. Lo scopo è di ingannare gli incauti viandanti, infondendo in loro un senso di fiducia e conducendoli verso il loro terribile destino sul fondo del lago. Purtroppo, le povere vittime si accorgono sempre troppo tardi della vera natura dell’Essere che si trovano davanti. Oltre che alle acque scozzesi ed Irlandesi, i kelpie si trovano anche nel folklore scandinavo, dove sono noti con il nome di Bäckahästen (il cavallo di fiume), e nell’Isola di Man, conosciuti come Alastyn.

Ecco la leggenda di Morag e il cavallo d’acqua: tra tutte quelle sui demoni acquatici è quella che ho preferito. Buona lettura!

Seguendo una tradizione che si perde nella notte dei tempi, all’inizio di ogni estate, quando il verde delle felci diventa più intenso, i pastori delle Highlands portano il loro bestiame sui pascoli delle colline. Sui pendii dell’alpe riaprono i rifugi estivi, che nella loro lingua vengono detti shielings, e in quei semplici ricoveri trascorrono i mesi della bella stagione fino almomento di fare ritorno alle fattorie nel fondo valle. Ai tempi della nostra storia, un pastore di nome Donald MacGregor viveva nel suo capanno estivo costruito su un solitario declivio affacciato su un lago. Il piccolo capanno bianco si stagliava nitido in mezzo all’erica, e la vegetazione rigogliosa delle alture circostanti costituiva un ottimo foraggio per il bestiame.

Molti dei suoi compaesani, però, non condividevano affatto la scelta del luogo dove Donald Mac Gregor aveva costruito il suo capanno, e lo accusavano di una grave imprudenza. Nessuno di loro, dall’ora del crepuscolo in poi, avrebbe osato percorrere il sentiero che conduceva al suo shieling: a tutti era noto che nelle profonde acque del grande lago si nascondeva un mostro orribile che cercava le sue prede proprio lungo i crinali di quelle colline. L’essere orrendo che viveva nelle acque del lago era un Cavallo d’Acqua che gli abitanti delle Highlands conoscevano con il nome gaelico di Each-Uisge.
Nessuno avrebbe potuto tuttavia descrivere l’aspetto del mostro. Coloro che avevano avuto l’ardire di osservare l’orribile creatura durante una sua fugace apparizione, non erano riusciti a vivere il poco tempo necessario a raccontare ciò che avevano visto.
Ciò che si sapeva era che il mostro usciva dalle tenebrose acque del lago per risalire i pendii delle colline. Nel suo vagabondare, grazie ai suoi malefici poteri l’Each-Uisge era in grado di assumere le sembianze di qualsiasi creatura, come una vecchia grinzosa o una cornacchia dalle lucide penne nere, oppure una volpe rossiccia dagli occhi astuti. Giunto nei pressi della vittima riacquistava il suo orrido aspetto e balzava addosso alla preda, divorandola con la massima crudeltà. Spaventevoli dicerie erano diffuse tra i pastori: si raccontava che il mostro fosse tutto nero e di dimensioni gigantesche, con due demoniache corna che spuntavano taglienti dalla testa deforme; e che, quando galoppava sulle colline tra le distese di erica, fosse capace di superare in velocità il vento stesso.

Donald MacGregor bene conosceva quei racconti e, quel che è peggio, sapeva pure che ogni estate l’Each-Uisge sembrava reclamare nuove vittime innocenti. I compaesani tentarono comunque di convincerlo, poiché mantenere il capanno così vicino al lago era molto pericoloso, a spostare il suo rifugio dall’altra parte del torrente che scorreva a poca distanza. Era infatti noto un Each-Uisge non può attraversare un corso d’acqua dolce e che, quindi, tutta la parte delle colline oltre il torrente si poteva considerare sicura. Gli avvenimenti che seguirono lo obbligarono purtroppo a rimangiarsi le parole scherzose o addirittura beffarde con cui aveva respinto gli avvertimenti che i pastori gli avevano rivolto. Donald aveva una giovane figlia di nome Morag, che amava moltissimo. Tutti gli anni Morag accompagnava il padre nella dimora estiva e trascorreva le giornate, dal mattino fino al tramonto, sulla soglia della casupola lavorando all’arcolaio. Quando il sole iniziava a calare dietro la collina e le ombre si infittivano lungo il pendio digradante sul lago, la ragazza scendeva, tra le ombre sfumate dell’erica, per radunare il bestiame. Camminando scalza nell’erba, per farsi coraggio Morag pensava a quello che il padre le aveva sempre raccomandato: non temere nulla, che non ci sono ragioni per avere paura! Ciononostante la giovane non poteva evitare un brivido d’ansietà quando, raggiunta la riva, occhieggiava le ombre fuggenti che le piante di sorbo rosso disegnavano sugli argini del lago. Ma i timori cessavano presto. Morag era sempre ritornata al capanno senza che niente le fosse accaduto. Allo spuntar del giorno, la luce del sole spazzava via le residue fantasie notturne e la ragazza riprendeva il suo lavoro all’arcolaio facendosi compagnia con gioiose canzoni.

Una nitida e luminosa mattinata, mentre stava facendo girare la spola cantando spensieratamente, una sagoma scura si interpose tra lei e la luce del sole procurandole uno spavento che le strozzò la voce in gola. Morag sollevò lo sguardo e vide di fronte a sé un giovane, che con voce suadente cercò di tranquillizzarla: “Scusami, non volevo spaventarti!” disse. Il giovane era alto e di bell’aspetto; le larghe spalle davano un’impressione di forza. Eppure c’era in lui qualcosa di strano. Forse per via dell’acqua che sgocciolava abbondantemente dai suoi capelli e dai suoi vestiti neri.
“Come mai sei così bagnato quando in cielo non c’è neppure una nuvola?” gli chiese Morag. “Sono scivolato in un fosso mentre camminavo sulla cresta della collina” rispose con prontezza il giovane. “Ma il calore del sole mi asciugherà presto.” Mentre Morag riprendeva il suo lavoro all’arcolaio, il giovane si sedette accanto a lei, all’ingresso del capanno, cercando di avviare la conversazione con parole gentili. La ragazza, però, non si sentiva tranquilla e, pur ostentando una calma imperturbabile, era combattuta tra due pensieri: da un lato era affascinata dai modi seducenti del giovane, ma c’era qualcosa, in quella presenza, che la respingeva.

I tiepidi raggi del primo sole, intanto, erano arrivati a illuminare la soglia di casa. Il giovane piegò il capo verso la lama di luce passandosi una mano tra i capelli bagnati e scomposti. Morag, tenendo fede al suo animo gentile, gli disse: “Appoggia la testa sul mio grembo e lascia che metta ordine tra i tuoi capelli.” E prese delicatamente a pettinargli i lucidi riccioli neri. Aveva appena iniziato che la sua mano si arrestò a mezz’aria, impietrita dal terrore: i denti del pettine si erano riempiti di granelli di sabbia e di minuscoli frammenti di alghe. Morag conosceva bene quella sabbia e quelle alghe perché spesso le aveva viste tra le maglie delle reti che suo padre usava per la pesca nel lago ai piedi della collina. Si trattava senz’altro delle liobbagach an locha, le alghe del lago; le riconosceva nei filamenti attorcigliati tra i capelli dell’uomo… ma chi era davvero quella minacciosa creatura?

Morag finalmente comprese: non si trattava affatto di un uomo ma dell’Each-Uisge in persona che, uscito dal suo regno oscuro nelle profondità del lago, si era trasformato in un giovane di bell’aspetto per trascinarla, con lusinghe ingannevoli, a una fine orrenda.
Gli sguardi della ragazza e del mostro in sembianze umane si incrociarono per un istante: negli occhi della fanciulla era visibile il terrore. Con uno scarto improvviso, Morag allontanò da sé la testa del giovane e, rovesciando a terra scanno e arcolaio, si precipitò lungo la discesa della collina, sospinta da una folle paura. Un’ombra torbida e cupa dapprima offuscò e poi spense completamente la luce del sole, distendendosi alle sue spalle. Ma Morag fu più veloce e fortunata di altri sventurati innocenti che l’Each-Uisge aveva scelto come vittime: prima che l’orrida ombra del mostro riuscisse a sfiorarla raggiunse il torrente che scorreva lungo il pendio della collina e lo attraversò con un gran balzo, e quando si trovò sull’altra sponda, fu al sicuro.

Dopo quella tragedia mancata, nessun essere umano osò mai più oltrepassare il sentiero che conduceva alla bianca casupola sopra il lago. Lo stesso Donald MacGregor, sconvolto per il rischio corso dalla sua amatissima figlia, sconfessò pubblicamente tutte le scettiche affermazioni a proposito dell’Each-Uisge. E ancora oggi, chi si avventura su quelle colline può scorgere, affioranti tra le felci, le rovine del rifugio di Donald e Morag.

(Da: Fiabe celtiche. Gnomi, folletti, fate: storie del Piccolo Popolo, a cura di Francesco Fornaciai)

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Le sculture dei famosi Kelpies di Falkirk – Foto di David Connelly da Pixabay

 

Gaelico: SALUTARE E PRESENTARSI

SALUTARE

Iniziamo dalle basi, con una bella carrellata di saluti. Per la pronuncia, inserite le parole nel dizionario del sito http://learngaelic.net/dictionary/ e selezionate l’audio che trovate a destra. Per ascoltare intere frasi invece cliccate qui http://learngaelic.net/sol/episodes/1-18.jsp e selezionate l’unità che vi interessa.

Hallò = ciao

Haidh = ciao

Madainn mhath = buongiorno/buon mattino

Feasgar math = buon pomeriggio

Oidhche mhath = buona notte

Mar sin leat = arrivederci (a te, infomale)

Mar sin leibh = arrivederci (a voi, formale)

Ciamar a tha thu? = come stai? (modo informale)

Ciamar a tha sibh? = come state? (modo formale)

Qui vediamo che, come in italiano, anche nel Gaelico c’è la forma di cortesia: Thu (tu) è usato con persone che conosco o più giovani di me. Sibh (voi) è usato con persone che non conosco o più vecchie di me.

Tha gu math = sto bene

Tha gu dona = sto male

Meadhanach maht = abbastanza bene

Glè mhath = molto bene

Tapadh leat = grazie (a te – informale)

Tapadh leibh = grazie (a voi – formale)

Taing = grazie

Mòran taing = molte grazie

‘s e do bheatha = prego (risposta a “grazie”)

Ciamar a tha thu fhèin? = come stai tu?

Ciamar a tha sibh fhèin? = come state voi?

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